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Chat privata tra colleghi: il datore di lavoro può usarla?

17 Aprile 2022
Chat privata tra colleghi: il datore di lavoro può usarla?

Si può parlare male del datore in una conversazione privata? Se il collega fa la spia si può essere licenziati per aver sparlato del capo?

Vietato parlare male del proprio datore di lavoro alle sue spalle. Un comportamento del genere costituirebbe innanzitutto reato di diffamazione se le offese dovessero essere diffuse tra più persone (anche se in momenti tra loro distinti). In secondo luogo, ciò lederebbe quel rapporto di fiducia che deve sempre unire il datore al suo dipendente. Ma che succede invece dinanzi a una chat privata tra colleghi? Il datore di lavoro può usarla per procedere al licenziamento? 

Ipotizziamo il caso di due lavoratori che comunichino su una chat WhatsApp. Uno dei due si lascia sfuggire alcuni giudizi particolarmente aspri ed offensivi nei confronti del proprio capo. L’altro però, tradendo la fiducia del collega, fa la spia e consente al datore di lavoro di leggere la conversazione. Questi, alterato, gli chiede uno screenshot e, sulla base di questa prova, procede poi a licenziare il primo. 

In un’ipotesi del genere il licenziamento sarebbe valido?

In merito alla possibilità, per il datore di lavoro, di usare la chat privata tra colleghi si è già espressa la Cassazione in un paio di occasioni. La prima risale a qualche anno fa, in particolare al 2018 [1]. In quell’occasione, la Corte escluse la legittimità del licenziamento del lavoratore che in una chat privata aveva offeso la società datrice di lavoro. «I messaggi scambiati in una chat privata, seppure contenenti commenti offensivi nei confronti del capo o dei superiori gerarchici, non costituiscono giusta causa di recesso dal rapporto di lavoro. Essi infatti sono diretti unicamente agli iscritti ad un determinato gruppo e non ad una moltitudine indistinta di persone: perciò vanno considerati come la corrispondenza privata, chiusa e inviolabile. 

È vero – dice la Corte – la diffamazione scatta tutte le volte in cui si parla male di qualcuno, in sua assenza ed in presenza di almeno due persone. Ma i messaggi privati di una chat non sono idonei a realizzare una diffamazione in quanto, ove la comunicazione con più persone avvenga in un ambito riservato, non solo vi è un interesse contrario alla divulgazione dei fatti e delle notizie ma si impone l’esigenza di tutela della libertà e segretezza delle comunicazioni stesse. Ed è la Costituzione a garantire la segretezza della corrispondenza. In particolare, l’articolo 15: «La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge».

La seconda sentenza della Cassazione è molto più recente [2]. In questa occasione, i giudici hanno ritenuto non licenziabile chi sparla del datore su WhatsApp con un collega. Non c’è infatti alcuna violazione dei principi di correttezza e buona fede – obblighi di ogni lavoratore dipendente – perché i giudizi, per quanto di contenuto discutibile, sono espressi nell’ambito di una conversazione privata e fra privati, senza alcun contatto diretto con altri compagni di lavoro. 

In questi casi, quindi, il dipendente ha diritto alla reintegra sul posto di lavoro e non al semplice risarcimento dei danni.  

Dice infatti la Cassazione: «L’esigenza di tutela della segretezza delle comunicazioni si impone anche riguardo ai messaggi di posta elettronica scambiati tramite mailing list riservata agli aderenti ad un determinato gruppo di persone, alle newsgroup o alle chat private, con accesso condizionato al possesso di una password fornita a soggetti determinati, come la chat di un gruppo Facebook. I messaggi che circolano attraverso le nuove forme di comunicazione, ove inoltrati non ad una moltitudine indistinta di persone ma unicamente agli iscritti ad un determinato gruppo, come appunto nelle chat private o chiuse, devono essere considerati alla stregua della corrispondenza privata, chiusa e inviolabile e tale caratteristica è logicamente incompatibile con i requisiti propri della condotta diffamatoria, che presuppone la destinazione delle comunicazioni alla divulgazione nell’ambiente sociale».


note

[1] Cass. ord. n. 21965/2018.

[2] Cass. ord. n. 11665/2022.


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