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Dipendente agli arresti: è legittimo il licenziamento?

17 Aprile 2022
Dipendente agli arresti: è legittimo il licenziamento?

Commissione di reato e domiciliari: si può licenziare il lavoratore che non comunica l’assenza al datore?

È legittimo il licenziamento del dipendente agli arresti domiciliari che, pertanto, non può recarsi sul posto di lavoro? Il dubbio è stato spesso portato dinanzi alle aule di tribunale.

La giurisprudenza, in particolare, ha spesso discusso del potere del datore di lavoro di licenziare il dipendente condannato o anche solo indagato per reati – benché commessi al di fuori dell’orario lavorativo – che possano pregiudicare l’immagine aziendale. In tali casi, si parla di licenziamento per motivi disciplinari che, nei casi più gravi, può dar luogo a licenziamento per giusta causa (ossia senza preavviso e in tronco).

Secondo la Cassazione [1], va considerato legittimo il licenziamento di colui che, sottoposto a carcerazione preventiva, non fornisce alcuna motivazione al datore (se non dopo aver ricevuto contestazione dell’assenza) e non prova l’impossibilità di avere contatti con l’esterno o un giustificato impedimento. In tal caso, si può parlare di un licenziamento per assenza ingiustificata.

Anche il patteggiamento può essere considerato un valido motivo di licenziamento [2].

L’articolo 102 bis delle disposizioni di attuazione al Codice di procedura penale prevede tuttavia che chi sia stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere o a quella degli arresti domiciliari ha diritto ad essere reintegrato nel posto di lavoro qualora venga pronunciata in suo favore una sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero venga disposto il provvedimento di archiviazione.

Tuttavia, secondo alcune sentenze [3], in tema di licenziamento disciplinare, non è rilevante l’assoluzione in sede penale circa i fatti oggetto di contestazione, bensì l’idoneità della condotta a ledere la fiducia del datore di lavoro, al di là della sua configurabilità come reato o meno, e quindi il potenziale pregiudizio che agli scopi aziendali deriverebbe dalla continuazione del rapporto.

Nel giudizio relativo alla legittimità del licenziamento disciplinare intimato ad un lavoratore sulla base di un fatto per il quale sia stata esercitata l’azione penale, il giudice civile non è vincolato dalla sentenza di condanna penale e quindi dall’accertamento del reato, pertanto è abilitato a procedere autonomamente alla valutazione del materiale probatorio acquisito al processo.

Nello stesso senso, la Corte di Appello di Napoli [4] secondo cui è legittimo il licenziamento disciplinare irrogato a un dipendente per un fatto che integri gli estremi di un reato. Non rileva però la sussistenza di una sentenza di condanna se il fatto in sé integra gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo di recesso. Ciò non toglie che il datore di lavoro sia libero di valutare autonomamente gli atti del processo penale e di ritenere che i medesimi forniscano, senza bisogno di ulteriori acquisizioni ed indagini, sufficienti elementi per la contestazione di illeciti disciplinari al proprio dipendente e che ben possa avvalersi dei medesimi atti, in sede d’impugnativa giudiziale, per dimostrare la fondatezza degli addebiti.

In linea generale, non vi è alcun automatismo tra condanna penale e licenziamento: non perché si è stati condannati si perde il diritto al posto di lavoro. Bisogna piuttosto verificare se il fatto commesso dal dipendente, che ha dato origine al processo penale, è tale da ledere il rapporto fiduciario col datore di lavoro, valutando la gravità dei fatti in relazione ad una serie di parametri quali:

  • la natura del rapporto di lavoro;
  • il tipo di mansioni affidate;
  • il grado di affidamento connesso all’esercizio di tali mansioni.

Ad esempio, un reato di oltraggio a pubblico ufficiale potrebbe essere del tutto ininfluente alla perdita del posto di lavoro. Al contrario, invece, rileva il reato di spaccio o di violenze sessuali a carico di un bidello di una scuola.

Bisogna dunque verificare, caso per caso, l’idoneità del reato di cui alla condanna passata in giudicato a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario tra le parti: occorre cioè valutare, innanzitutto, la portata oggettiva del fatto commesso.


note

[1] Cass. n. 27201 del 16.11.2017.

[2] Cass. sent. n. 8631/2022.

[3] Trib. Modena, sent. n. 315/2021.

[4] C. App. Napoli, sent. n. 3680/2021.

[5] Cass. sent. n. 11762/2021.


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