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Come chiedere la deindicizzazione di immagini dal web

12 Aprile 2022 | Autore:
Come chiedere la deindicizzazione di immagini dal web

La rimozione dei link può essere chiesta dagli interessati ai motori di ricerca, in modo che i contenuti pregiudizievoli non siano più visibili.

Un recente quesito posto alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea chiarisce come chiedere la deindicizzazione di immagini dal web facendo un’istanza al motore di ricerca che gestisce e rende visibili tali contenuti agli utenti che li ricercano in rete.

È noto che anche una fotografia pubblicata su Internet o sui social può essere gravemente pregiudizievole, se è falsa o offensiva. In questi casi, il soggetto ritratto ha diritto di chiederne la rimozione al sito che l’ha pubblicata, ma se – come spesso accade sulla rete – la diffusione è stata massiccia, o addirittura virale, non rimane che chiedere ai motori di ricerca la deindicizzazione delle pagine che la contengono. In questo modo, si otterrà il risultato di non rendere più visibile quei risultati a chi fa una ricerca su Google in base al nome, cognome o altri dati identificativi di un soggetto.

Il tema è impegnativo per la complessità dei profili giuridici che la domanda pone ed anche per le implicazioni tecniche delle possibili risposte. È facilissimo pubblicare qualcosa sul web; non è altrettanto facile rimuoverlo. Per arrivare a questo risultato ci sono diversi ostacoli da superare, non solo normativi ma anche pratici. Per questi motivi la Corte europea è stata interpellata dalla Corte di giustizia federale tedesca, e dovrà fornire prossimamente la propria soluzione. Nell’attesa della risposta, che arriverà a breve, dei giudici del palazzo di Lussemburgo, è però già possibile agire in base alle indicazioni generali fornite dal Gdpr, il Regolamento europeo sulla privacy in vigore in tutta l’Unione dal 2018. Vediamo, quindi, come chiedere la deindicizzazione di immagini dal web.

Deindicizzazione: cos’è e come funziona?

I motori di ricerca, come Google, scansionano continuamente il web per individuare i contenuti presenti su Internet. Questi risultati vengono indicizzati in base a parole chiave – o altri riferimenti, come i dati delle immagini – in modo da renderli disponibili agli utenti attraverso i link di rimando alla pagina che li ha pubblicati. Sono i ben noti “risultati di ricerca” che compaiono in risposta alla richiesta di chi cerca informazioni.

Chi vuole ottenere la rimozione delle informazioni che lo riguardano ha due opzioni:

  • chiedere la cancellazione dei contenuti al titolare del sito web che li ha pubblicati; se la richiesta viene accolta, il problema è risolto in radice, perché quei contenuti non appariranno più;
  • chiedere la deindicizzazione, in modo da far sparire i dati dai risultati forniti dai motori di ricerca, tenendo presente che le informazioni rimarranno ancora presenti e visibili a chi accede direttamente ai siti che le contengono.

La deindicizzazione opera sugli “agganci tecnici” (come i tag ed i metatag) che consentono l’indicizzazione delle pagine su Internet. Il metodo è efficace perché l’utente generico, a fronte dei miliardi di informazioni disponibili sul web, si affida ai motori di ricerca per reperirle, ad esempio digitando il nome ed il cognome di un soggetto per ottenere tutti gli articoli che lo riguardano e parlano di lui.

Come ottenere la deindicizzazione

Il primo passo per ottenere la deindicizzazione è formulare una specifica richiesta ai motori di ricerca (Google, Bing, Yahoo!, ecc.) che gestiscono e rendono visibili i contenuti sul web. Ad esempio su Google, che è il motore di ricerca più diffuso e utilizzato nel mondo, c’è un modulo da compilare online per indicare i link di cui si chiede la rimozione (leggi “Come ottenere la cancellazione dei propri dati su Google“).

Nella richiesta, ovviamente, bisogna indicare il motivo per cui l’interessato ritiene che quelle informazioni pubblicate sul suo conto siano pregiudizievoli: a seconda dei casi, potrà trattarsi di notizie non più attuali e superate (e allora si eserciterà il proprio diritto all’oblio) o di contenuti offensivi e dunque diffamatori, o diffusi illecitamente in violazione dei diritti d’autore e del copyright.

Spesso, però, i motori di ricerca non accolgono tali richieste di deindicizzazione, respingendole con motivazioni basate sul diritto di cronaca e di pubblica informazione, e allora l’interessato dovrà rivolgersi, alternativamente:

  • all’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, (comunemente chiamata Garante privacy) presentando un reclamo online sul sito ufficiale (la procedura è gratuita);
  • all’Autorità giudiziaria, depositando un ricorso, anche in via d’urgenza, al tribunale civile. In tal caso, è anche possibile domandare il risarcimento del danno che la pubblicazione pregiudizievole, e il mancato accoglimento della richiesta di deindicizzazione, potrebbe aver arrecato.

In un recente caso, la Corte di Cassazione [1] ha disposto la deindicizzazione dei risultati dal motore di ricerca, ma non la cancellazione integrale dei contenuti, che così sono rimasti presenti negli archivi e reperibili mediante consultazione diretta dei siti che li avevano pubblicati, e disponibili anche attraverso ricerche più “sofisticate” di quelle compiute digitando semplicemente i dati dell’interessato: ad esempio, chiedendo informazioni su un determinato accadimento, in modo da far comparire tra i risultati anche le persone che erano state coinvolte in quei fatti. Ti parliamo in dettaglio di questi aspetti nell’articolo “Diritto all’oblio: quali notizie devono essere cancellate?“.

La posizione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea

Ogni cittadino europeo può chiedere, ai sensi della normativa sulla protezione dei dati personali e in particolare per il diritto all’oblio, la cancellazione ai responsabili dei siti e/o la deindicizzazione dai motori di ricerca delle informazioni e notizie false o non più attuali. Secondo la Corte federale tedesca – che si è rivolta alla Corte di Giustizia europea [2] – a fronte di tale richiesta il gestore del motore di ricerca è obbligato a compiere le verifiche del caso, ma solo nell’ambito delle sue concrete possibilità. Infatti il motore di ricerca estrapola e visualizza i link di articoli pubblicati dai vari siti, che sono i veri responsabili del corretto contenuto delle informazioni e del loro costante aggiornamento.

Tuttavia, in base ad un orientamento già espresso dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea [3], il motore dovrebbe sempre deindicizzare le immagini e i contenuti che appaiono pregiudizievoli e, se non lo fa, può essere chiamato a risponderne. La nuova vicenda posta all’attenzione della Corte di Giustizia riguarda un caso in cui un sito aveva pubblicato articoli molto critici su una società, inserendo foto in cui gli amministratori venivano ritratti su autovetture di lusso e aerei privati, in modo da dare l’impressione che beneficiassero di extraprofitti illeciti. Per questo motivo i responsabili della società, sentendosi diffamati, avevano chiesto la deindicizzazione dei link che rimandavano a quei contenuti ed anche l’eliminazione delle «miniature» delle immagini, cioè delle loro anteprime che appaiono sul motore senza necessità di aprire la pagina del sito che le contiene.

I punti controversi sottoposti all’esame della Corte sono diversi e riguardano principalmente:

  • la qualificazione dell’attività dei motori di ricerca come «trattamento di dati personali» rilevanti ai fini della normativa sulla privacy;
  • in caso di risposta affermativa alla prima domanda, l’attribuzione al gestore del motore della qualità di «responsabile del trattamento» dei suddetti dati personali;
  • il bilanciamento degli opposti interessi che il motore deve operare: da un lato i diritti fondamentali delle persone sul cui conto le informazioni vengono pubblicate, dall’altro lato il diritto di cronaca e di informazione di chi pubblica tali notizie. Il motore di ricerca dovrebbe essere neutrale rispetto a tali interessi.

In definitiva, la Corte di Giustizia Ue dovrà chiarire il ruolo svolto dai motori di ricerca nella gestione delle immagini e tutte le implicazioni che ne conseguono. Intanto, nell’attesa del pronunciamento definitivo, è già stato chiarito che anche le immagini hanno un «valore informativo» indipendente dal contenuto delle pagine da cui sono tratte, come ben sanno tutti coloro che frequentano i social e si imbattono quotidianamente in foto, meme e vignette che hanno un significato eloquente. E non va tralasciata – come ha ricordato l’Avvocato generale nelle conclusioni rassegnate alla Corte – la grande capacità delle immagini di «veicolare dati strettamente personali».

Approfondimenti


note

[1] Cass. sent. n. 3952 del 08.02.2022.

[2] CGUE, 7 aprile 2022, C-640/20.

[3] CGUE, Grande Camera, sent. n. 131/2014.


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