Diritto e Fisco | Articoli

Offese via social: cosa cambia se il destinatario è online

13 Aprile 2022
Offese via social: cosa cambia se il destinatario è online

Diffamazione e ingiuria: quando si può denunciare per un’offesa su Internet.

Partiamo da una premessa: offendere una persona è reato solo se questa non è, in quel momento, fisicamente presente e lo si fa davanti ad almeno altre due persone. In tali casi, scatta infatti il reato di diffamazione. Viceversa non è reato, ma è pur sempre illecito, insultare qualcuno direttamente: risulta infatti integrata l’ingiuria che è un semplice illecito civile e garantisce tutt’al più il risarcimento dei danni.

A questo punto, vista la particolarità dei rapporti telematici che consentono di parlare a distanza, è normale chiedersi cosa cambia, per le offese via social, se il destinatario è online. La domanda potrebbe coinvolgere i soggetti che commentino un post su Facebook o che facciano parte di una chat privata. 

Poniamo due esempi per rendere più chiaro il problema. Nel primo caso, ci sono alcune persone che stanno discutendo in una chat tra i cui membri non è presente la vittima dell’offesa. Nel secondo caso, invece, quest’ultima è tra i partecipanti. Possiamo riformulare l’esempio ma coi social network: nel primo caso, durante una riunione online di commento a un post su Facebook, si schernisce un utente che in quel momento non sta leggendo; nel secondo caso, invece, questi è online. 

In queste ipotesi, la domanda che dobbiamo farci è sempre la stessa: quando si può denunciare per le offese via social o per chat? La risposta è stata fornita dalla Cassazione [1]. La illustreremo qui di seguito.

Offese online: si può denunciare?

Secondo la Suprema Corte, l’avvento di Internet non ha cambiato le regole del Codice penale. Sicché, il reato di diffamazione scatta tutte le volte in cui il destinatario delle offese non è presente. Ciò, tradotto in termini telematici, significa che non deve essere online: non deve cioè essere in grado di partecipare alla discussione e, pertanto, di “rispondere a tono”. Perché è proprio questa la ragione per cui la diffamazione, a differenza dell’ingiuria, è ancora un illecito penale: nella prima, la vittima non può difendersi perché l’offesa è proferita alle sue spalle mentre nella seconda sì.

Dunque, tutte le volte in cui le offese online sono proferite in assenza della vittima si può denunciare. Negli altri casi, invece, l’unico modo per farla pagare al proprio rivale è chiedere a un avvocato civilista di avviare una causa per ottenere il risarcimento del danno.

Quando si può denunciare per offese online?

Nell’ipotesi della diffamazione – ossia quando la vittima non è online – si può sporgere querela non appena si viene a conoscenza della parola offensiva e comunque non oltre 3 mesi: questo è il termine per procedere dinanzi alla polizia postale, ai carabinieri o alla Procura della Repubblica. 

È il giudice, comunque, a dover accertare quale sia in concreto il funzionamento della chat. E cioè se consenta comunicazioni in tempo reale oppure il deposito di messaggi nella casella del destinatario, che l’interessato può leggere soltanto collegandosi. Decisiva, poi, è anche la verifica sugli orari dei messaggi per stabilire se il dialogo fra l’imputato e la persona offesa si sia svolto in tempo reale, dunque con la presenza virtuale della parte lesa. 

Offese online: quando non è reato?

L’offesa non fa scattare il reato se il destinatario è online o comunque sta partecipando alla chat e quindi risulta presente. È proprio la presenza, pur se virtuale, il fattore discriminante fra le due fattispecie anche ai tempi di Internet: se ad esempio l’offesa viene pronunciata durante una riunione online quando sono collegate più persone contestualmente, compreso il destinatario delle offese, si verifica l’ingiuria che, come anticipato sopra, non è reato. Nel caso di Facebook, quindi, bisogna verificare se la persona offesa sia connessa al momento in cui l’imputato scrive le frasi incriminate.

Inoltre, se le offese sono la reazione a un’offesa o ad altro torto ricevuto nell’immediatezza, frutto quindi di una precedente provocazione, il reato è scriminato, non può cioè essere punito. E ciò perché lo prevede l’articolo 599 del Codice penale.

Cosa si rischia per un’offesa online?

Per il caso di diffamazione, siamo dinanzi alla forma “aggravata” del reato, proprio perché consumato tramite un mezzo pubblico come Internet. Sicché, in tali casi, la condanna è la reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro.

Oltre alla condanna penale è dovuto anche il risarcimento del danno.

Per il caso di ingiuria, invece, si rischia solo il risarcimento quantificato secondo i metodi che indicheremo qui sotto.

A quanto ammonta il risarcimento del danno per una offesa online?

Nel quantificare il risarcimento del danno per l’ingiuria o per la diffamazione, il giudice deve tenere conto di una serie di variabili quali:

  • il tipo di parola offensiva che è stata proferita;
  • quanto tempo è rimasta online prima dell’eventuale cancellazione;
  • la professione o il ruolo sociale della vittima, che può aver influito sull’entità del danno;
  • il tentativo del reo di rimediare al danno;
  • le conseguenze che sono derivate dall’offesa;
  • il numero di persone che hanno letto il post online offensivo. 

note

[1] Cass. sent. n. 44662/21.

CASSAZIONE SENTENZA N. 44662/21

REPUBBLICA ITALIANA 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE 

SEZIONE QUINTA PENALE 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Udienza pubblica

Dott. PALLA Stefano – Presidente – del 26/10/2021

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere – SENTENZA

Dott. TUDINO Alessandrina – Consigliere – N. 2669

Dott. BORRELLI Paola – rel. Consigliere – REGISTRO GENERALE

Dott. FRANCOLINI Giovanni – Consigliere – N. 33020/2020

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

P.I., nato a (OMISSIS)

avverso la sentenza del 10/02/2020 della CORTE APPELLO di CATANZARO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere PAOLA BORRELLI;

lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale ORSI Luigi, che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. La sentenza impugnata e’ stata emessa il 10 febbraio 2020 dalla Corte di appello di Catanzaro, che ha confermato la decisione del Tribunale di Cosenza che aveva condannato I.P., sia a fini penali che civili, per avere diffamato N.M.. La condotta – secondo le sentenze di merito – e’ consistita nel pubblicare, su una chat intrattenuta con M. e con altri sulla bacheca (OMISSIS) del (OMISSIS) (denominata “(OMISSIS)”), dei commenti su M. del seguente tenore: ” N. sei un vero pezzo di merda, un pezzo di merda come pochi…..questo per farvi capire di che pezzo di merda stiamo parlando…da qui il mio definirti pezzo di merda”.

2. Contro l’anzidetta sentenza, l’imputato ha proposto ricorso per cassazione a mezzo del difensore di fiducia.

2.1. Il primo motivo di ricorso lamenta travisamento della consulenza tecnica di parte, mancata assunzione di prova decisiva, violazione di legge (citando gli artt. 533 c.p.p., comma 1, art. 192 c.p.p., comma 3 e art. 187 c.p.p.) e la mancanza, la contraddittorieta’ e la manifesta illogicita’ della motivazione.

Contesta il ricorrente che la mera stampa degli screenshots estrapolati dalla persona offesa e dal teste di polizia giudiziaria non sarebbe sufficiente a provare che P. abbia pubblicato i messaggi diffamatori, perche’ i controlli del consulente tecnico della difesa – che aveva analizzato sia il profilo di P. che quello di un soggetto che pareva avere partecipato alla conversazione -avevano dato esito negativo. Ne’ era emerso che una conversazione di tal fatta fosse stata archiviata o cancellata. La persona offesa, dal canto suo, aveva sempre negato l’autorizzazione all’accesso al suo profilo (OMISSIS), teso a verificare se vi fosse il post incriminato.

2.2. Il secondo motivo di ricorso lamenta violazione degli artt. 594, 595 c.p. e artt. 192 e 187 c.p.p., nonche’ la mancanza, la contraddittorieta’ e la manifesta illogicita’ della motivazione in ordine alla qualificazione del fatto come diffamazione piuttosto che come ingiuria.

2.3. Il terzo motivo di ricorso lamenta violazione degli artt. 595, 599 c.p., e artt. 192 e 187 c.p.p. nonche’ la mancanza, la contraddittorieta’ e la manifesta illogicita’ della motivazione. Si legge nel ricorso che P. avrebbe agito in preda ad uno stato d’ira legato ad un comportamento del M..

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso e’ fondato per quanto di ragione, sicche’ la sentenza impugnata deve essere annullata, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catanzaro per nuovo esame.

1. Il primo motivo di ricorso – che discute il giudizio di riferibilita’ soggettiva del fatto all’imputato – e’ inammissibile perche’ privo di confronto con il passaggio della sentenza impugnata che ha evinto la riferibilita’ dei messaggi -provenienti dal profilo I.N.T.P. – all’odierno prevenuto dalla circostanza che la modifica successiva nel profilo I.P., incontestabilmente riconducibile all’imputato, aveva avuto effetto anche sui messaggi precedenti.

Peraltro non e’ manifestamente illogica l’argomentazione della sentenza impugnata che ritiene comprovata la provenienza dei messaggi da P. anche dal collegamento di essi con l’articolo che lo riguardava e, quindi, dalla pertinenza della discussione con la sua posizione.

2. Anche il terzo motivo di ricorso – che invoca l’esimente della provocazione – e’ manifestamente infondato e generico, dal momento che e’ caratterizzato da un’impostazione che non affronta l’argomentazione fondante il diniego della Corte territoriale, vale a dire il fatto che il messaggio del M. non conteneva profili provocatori.

3. E’, al contrario, fondato, il secondo motivo di ricorso, nella parte in cui sostiene l’esistenza di un vizio motivazionale quanto alla qualificazione del fatto come ingiuria piuttosto che come diffamazione, rimarcando la partecipazione della persona offesa alla conversazione “incriminata”.

Per affrontare il tema in discorso, appare preziosa la sentenza di questa sezione n. 13252 del 04/03/2021, Viviano, Rv. 280814, che, nell’interrogarsi sulla natura ingiuriosa o diffamatoria dell’invio di e-mail a piu’ destinatari tra cui anche l’offeso, ha operato una schematizzazione delle situazioni concrete in rapporto ai vari strumenti di comunicazione che possono dare luogo ora all’addebito ex art. 594 c.p., ora a quello ex art. 595 c.p..

Sostiene il precedente evocato che:

– l’offesa diretta a una persona presente costituisce sempre ingiuria, anche se sono presenti altre persone;

– l’offesa diretta a una persona “distante” costituisce ingiuria solo quando la comunicazione offensiva avviene, esclusivamente, tra autore e destinatario;

– se la comunicazione “a distanza” e’ indirizzata ad altre persone oltre all’offeso, si configura il reato di diffamazione;

– l’offesa riguardante un assente comunicata ad almeno due persone (presenti o distanti), integra sempre la diffamazione.

La decisione in discorso ha, poi, approfondito il concetto di “presenza” rispetto ai moderni sistemi di comunicazione, ritenendo che, accanto alla presenza fisica, in unita’ di tempo e di luogo, di offeso, autore del fatto e spettatori, vi siano, poi, situazioni ad essa sostanzialmente equiparabili, realizzate con l’ausilio dei moderni sistemi tecnologici (call conference, audioconferenza o videoconferenza). Argomenta, ancora, la sentenza Viviano, che “I numerosi applicativi attualmente in uso per la comunicazione tra persone fisicamente distanti non modificano, nella sostanza, la linea di discrimine tra le due figure come sopra tracciata, dovendo porsi solo una particolare attenzione alle caratteristiche specifiche del programma e alle funzioni utilizzate nel caso concreto. Molti programmi mettono a disposizione degli utenti una variegata gamma di servizi: messaggistica istantanea (scritta o vocale), videochiamata, chiamate cd. “VoIP” (conversazione telefonica effettuate sfruttando la connessione internet). Sono state sviluppate diverse piattaforme per convocare riunioni a distanza tra un numero, anche rilevante, di persone presenti virtualmente. Le medesime piattaforme permettono di scrivere, durante la riunione, messaggi diretti a tutti i partecipanti, ovvero a uno o ad alcuni di essi. Per tale ragione il mero riferimento a una definizione generica (chat, call) o alla denominazione commerciale del programma e’, di per se’, privo di significato e foriero di equivoci, laddove non accompagnato dalla indicazione delle caratteristiche precise dello strumento di comunicazione impiegato nel caso specifico”. Prosegue, quindi, la Corte osservando che, per distinguere tra i reati di cui agli artt. 594 e 595 c.p., resta fermo il criterio discretivo della “presenza”, anche se “virtuale”, dell’offeso. Occorrera’, dunque, valutare caso per caso: se l’offesa viene profferita nel corso di una riunione “a distanza” (o “da remoto”), tra piu’ persone contestualmente collegate, alla quale partecipa anche l’offeso, ricorrera’ l’ipotesi della ingiuria commessa alla presenza di piu’ persone (fatto depenalizzato) (come deciso da Sez. 5, n. 10905 del 25/02/2020, Sala, Rv. 278742).

Di contro, laddove vengano in rilievo comunicazioni (scritte o vocali), indirizzate all’offeso e ad altre persone non contestualmente “presenti” (in accezione estesa alla presenza “virtuale” o “da remoto”), ricorreranno i presupposti della diffamazione, come la giurisprudenza di questa Corte ha piu’ volte affermato quanto, per esempio, all’invio di e-mail (oltre alla sentenza Viviano, cfr. Sez. 5, n. 29221 del 06/04/2011, De Felice, Rv. 250459; Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Nastro, Rv. 254044; Sez. 5 n. 12603 del 02/02/2017, Segagni, non massimata sul punto; Sez. 5, n. 34484 del 06/07/2018, Badalotti, non massimata; Sez. 5., n. 311 del 20/09/2017, dep. 2018, Orlandi, non massimata; Sez. 5, n. 14852 del 06/03/2017, Burcheri, non massimata).

Ebbene, e’ questa la griglia argomentativa che manca nella sentenza impugnata e nella quale dovra’ muoversi il Giudice di rinvio,

– sia stabilendo in concreto quale fosse il funzionamento della chat di (OMISSIS) (se, cioe’, consentisse solo comunicazioni in tempo reale ovvero anche il deposito di messaggi nella casella del partecipante, suscettibili di essere letti se e quando questi si fosse collegato);

– sia dando conto, in concreto, se il dialogo a distanza tra imputato e persona offesa si sia svolto in tempo reale (accertamento possibile sulla scorta degli orari dei messaggi) e se, quindi, puo’ dirsi che, nell’occasione dello scambio delle proposizioni “incriminate”, M. fosse virtualmente presente.

Alla luce di queste riflessioni, quindi, la Corte territoriale dovra’ procedere alla riconduzione del fatto all’ipotesi di ingiuria o a quella di diffamazione.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte di appello di Catanzaro.

Cosi’ deciso in Roma, il 26 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 2 dicembre 2021


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube