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Cosa rischia chi non modera i post offensivi sul proprio profilo social

13 Aprile 2022
Cosa rischia chi non modera i post offensivi sul proprio profilo social

È concorso nel reato di diffamazione non cancellare i commenti oltraggiosi pubblicati sui social network? Il titolare del sito o del blog o della pagina Facebook deve cancellare le offese?

I leoni da tastiera sono ovunque. Si potrebbe ritenere che a rispondere delle offese e delle diffamazioni online sia solo l’autore, in ragione di quel principio, sancito dalla nostra Costituzione, in forza del quale la responsabilità penale è solo personale. Ma se la vittima dell’offesa dovesse rivolgersi al titolare del sito o della pagina Facebook ove è stato pubblicato un commento offensivo per chiedergli di rimuoverlo e questi non dovesse farlo cosa succederebbe? Cosa rischia chi non modera i post offensivi sul proprio profilo social? Sarebbe possibile agire contro quest’ultimo che non intende collaborare per ripristinare la reputazione lesa della vittima? La questione è stata già affrontata dalla giurisprudenza. Ecco quali sono le risposte alle domande più frequenti sul tema.

Cosa rischia chi pubblica offese online?

Per le offese online, pubblicate su un social ove la vittima non è collegata e quindi non è presente, si rischia una condanna per il reato di diffamazione aggravata. Di tanto abbiamo parlato già nell’articolo Offese via social: cosa cambia se il destinatario è online. La pena è la reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro.

Oltre alla pena, il responsabile viene condannato anche al risarcimento del danno nei confronti della vittima.

Cosa rischia il titolare del profilo social o del blog?

L’orientamento costante della giurisprudenza è quello di ritenere che, laddove il profilo o il blog non sia sottoposto a un sistema di moderazione preventiva, sicché gli utenti possono pubblicare autonomamente qualsiasi commento, il titolare dello spazio web non risponde per le offese online commesse da altri. Tuttavia, se avvisato dalla vittima, egli ha il dovere di intervenire: su richiesta cioè di quest’ultima egli deve attivarsi per cancellare tutto ciò che ritiene illegale, contrario cioè al decoro e alla reputazione altrui. Diversamente anche il gestore della pagina Facebook, del blog o di qualsiasi altro profilo social diventa complice dell’autore del reato e risponde di diffamazione in concorso col colpevole.

Allo stesso modo il reato scatta, anche senza bisogno della richiesta di cancellazione avanzata dalla vittima, quando il titolare dello spazio web ha il potere di moderare i commenti e quindi di scegliere quali pubblicare e quali no. 

Il titolare del profilo social che fomenta le offese è colpevole?

Secondo la Cassazione, risponde di concorso in diffamazione aggravata, il gestore del blog o dell’account social che fomenta il dibattito sulla propria pagina e non cancella i post offensivi né prende le distanze dai messaggi ingiuriosi continuando a mantenerli fruibili dal pubblico.

Secondo una sentenza del 2019 [1], scatta la diffamazione a carico del blogger che non rimuove i commenti offensivi postati dagli altri sul suo diario virtuale. E il reato è aggravato dall’uso di Internet come strumento di pubblicità che può raggiungere un numero indeterminato di persone, anche se il titolare della pagina web non può essere assimilato al direttore responsabile di un giornale. 

D’altronde “blog” è la contrazione di web-log, cioè diario virtuale, e rimanda a una pagina Internet in cui si sviluppa spesso un dibattito dopo l’intervento del titolare che è pubblicato con la data e i tag, le parole chiave. 

In sintesi, il titolare dell’account o del sito Internet risponde per i post ingiuriosi propri e di terzi, laddove questi ultimi non sono adeguatamente filtrati. Può quindi essere querelato per diffamazione aggravata se non prende le distanze dalle offese ed evita di cancellarle. 

Come agire contro il proprietario del blog, del sito o del profilo social?

La prima cosa da fare è diffidare quindi il titolare della pagina Internet, mandandogli una richiesta esplicita di cancellazione del messaggio. Sarà meglio garantirsi la prova del ricevimento tramite raccomandata o Pec. Ma visto che la giurisprudenza ha iniziato a sdoganare la prova fornita anche tramite gli screenshot di chat e le stampe delle email, in assenza di altri strumenti si può ricorrere anche a questi ultimi.

Nella richiesta andrà indicato esplicitamente l’indirizzo della pagina – ossia l’Url – ove si trova il commento offensivo, l’autore dello stesso (nome e cognome o nickname) e, possibilmente, la data di pubblicazione. Ciò al fine di rendere immediatamente individuabile il commento su cui intervenire. 

Opportunamente sarà bene inoltrare la stessa domanda al responsabile diretto del reato di diffamazione.

In assenza di adempimento, si può quindi sporgere querela alla polizia postale: lo si può fare da soli o tramite il proprio avvocato. 

Si aprirà a quel punto il processo penale durante il quale sarà bene fornire le prove dell’illecito anche con uno screenshot, un video e, possibilmente, anche la testimonianza di chi abbia letto il commento offensivo e possa riportarlo al giudice per dare maggiore certezza dell’autenticità della stampa dello screenshot. 


note

[1] Cass. sent. n. 2929/19.

Autore immagine: depositphotos.com

CASSAZIONE SENTENZA N. 2929/2019

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Udienza pubblica

Dott. FUMO Maurizio – Presidente – del 05/11/2018

Dott. SCOTTI Umberto L. – rel. Consigliere – SENTENZA

Dott. CATENA Rossella – Consigliere – N. 2823

Dott. CALASELICE Barbara – Consigliere – REGISTRO GENERALE

Dott. MOROSINI Elisabetta M. – Consigliere – N. 49679/2017

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

G.C. nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 06/06/2017 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE SCOTTI;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale SECCIA DOMENICO, che ha

concluso chiedendo l’inammissibilita’.

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di appello di Milano con sentenza del 6/6/2017 ha confermato la sentenza del Tribunale di

Monza del 21/4/2015, appellata dall’imputato G.C., che, all’esito di giudizio abbreviato, l’aveva ritenuto

responsabile del reato di diffamazione aggravata ex art. 595 c.p., comma 3, in relazione alla

pubblicazione di espressioni offensive e diffamatorie sul blog “(OMISSIS)”, postate dall’imputato o da

terzi e non opportunamente filtrate, e, concessegli le attenuanti generiche equivalenti alla contestata

aggravante, l’aveva percio’ condannato alla pena di Euro 500,00 di multa e al risarcimento dei danni,

liquidati in Euro 2.000,00 ciascuno, e al pagamento delle spese processuali in favore delle parti civili

C.M. e C.A..

2. Ha proposto ricorso l’avv. Antonio Lucio Abbondanza, difensore di fiducia dell’imputato, svolgendo

quattro motivi.

2.1. Con il primo motivo, proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), il ricorrente lamenta

violazione della legge penale in relazione agli artt. 125, 494, 192, 530 e 546 cod. proc. pen. e art. 110

c.p. e art. 595 c.p., comma 3, nonche’ mancanza e contraddittorieta’ della motivazione.

La contraddittorieta’ della motivazione in ordine al ravvisato concorso dell’imputato nel reato di

diffamazione emergeva dalla stessa sentenza.

Il blog e’ un diario virtuale, pubblicato su internet e periodicamente aggiornato dall’autore del sito, ove

vengono pubblicati interlocuzioni dei lettori, dirette ad esporre commenti e riflessioni generalmente

correlati agli interventi del blogger; solo in alcuni casi tali commenti sono filtrati, piu’ spesso vengono

immessi direttamente dai lettori senza intervento da parte del blogger.

La Corte territoriale non aveva considerato le osservazioni difensive ed aveva ravvisato la responsabilita’

concorsuale dell’imputato per l’erronea circostanza del filtro da lui operato ai commenti dei lettori.

A tal fine la Corte aveva dato rilievo alle dichiarazioni spontanee rese dal G. in dibattimento, inutilizzabili

ex art. 494 cod. proc. pen..

Tale vizio non era superabile con il riferimento introdotto a quanto ammesso dall’imputato in sede di

interrogatorio davanti al Pubblico Ministero, da cui non risultava affatto tale circostanza, mentre

l’imputato aveva assunto di effettuare accessi solo sporadici e di non aver collocato filtri automatici di

blocco di commenti o frasi ingiuriose.

2.2. Con il secondo motivo, proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), il ricorrente lamenta

violazione della legge penale in relazione agli artt. 125, 192, 530 e 546 cod. proc. pen. e art. 110 c.p. e

art. 595 c.p., comma 3, nonche’ mancanza e contraddittorieta’ della motivazione.

L’aggravante della commissione del reato a mezzo stampa era stata ravvisata in assenza di alcuna

motivazione, nonostante specifico motivo di appello presentato dalla difesa, mentre il blog non poteva

essere giuridicamente equiparato alla stampa.

2.3. Con il terzo motivo, proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), il ricorrente lamenta

violazione della legge penale in relazione agli artt. 125, 192, 529, 530 e 546 cod. proc. pen. e art. 110

c.p. e art. 595 c.p., comma 3, nonche’ mancanza e contraddittorieta’ della motivazione.

La Corte territoriale aveva rigettato la richiesta di emettere sentenza ex art. 529 cod. proc. pen. per la

mancanza di autenticita’ delle pagine stampate da Internet e allegate alla querela delle persone offese.

Non erano state prese in esame le allegazioni difensive imperniate sulla deposizione del perito di parte

dott. A. circa la mancanza di autenticita’ degli atti, non essendo stata raccolta con le dovute garanzie,

stante la natura volatile e trasformabile delle informazioni tratte da una rete telematica.

2.4. Con il quarto motivo, proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), il ricorrente lamenta mancanza,

contraddittorieta’ e illogicita’ della motivazione, in relazione alla liquidazione del danno all’immagine delle

parti civili, effettuata nonostante la ravvisata equivocita’ della vicenda relativa alla designazione dello

scrutatore, in una somma incongrua rispetto all’eco dell’evento e alla piccola realta’ in cui i fatti si erano

verificati.

3. Con memoria ex art. 611 cod. proc. pen. depositata il 22/10/2018 l’avv. Chiara Motta, difensore di

fiducia di C.M. e C.A., ha chiesto il rigetto del ricorso, con rifusione delle spese del grado, argomentando

in ordine alla ritenuta infondatezza dei motivi proposti.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione della legge penale in relazione agli artt. 125, 494,

192, 530 e 546 cod. proc. pen. e art. 110 c.p. e art. 595 c.p., comma 3, nonche’ mancanza e

contraddittorieta’ della motivazione, asseritamente emergente dalla stessa sentenza.

1.1. Il ricorrente ricorda che il blog e’ un diario virtuale, pubblicato su internet e periodicamente

aggiornato dall’autore del sito, ove vengono pubblicati interventi dialoganti dei lettori, diretti ad esporre

commenti e riflessioni e generalmente correlati agli interventi del blogger.

Il ricorrente aggiunge che solo in alcuni casi tali commenti sono filtrati e piu’ spesso vengono immessi

direttamente dai lettori senza intervento da parte del blogger.

1.2. Il termine blog e’ la contrazione di web-log, ovvero “diario in rete”.

Si tratta di un particolare tipo di sito web in cui i contenuti vengono visualizzati in forma anti-cronologica

(dal piu’ recente al piu’ lontano nel tempo), in genere gestito da uno o piu’ blogger, che pubblicano, piu’ o

meno periodicamente, contenuti multimediali, in forma testuale o in forma di post, concetto assimilabile o

avvicinabile a un articolo di giornale.

I tratti strutturali comuni ai blog riguardano principalmente il fatto che si tratta di “diari in rete”: i testi sono

forniti di data e sono presenti sulla pagina web in ordine anticronologico (prima i messaggi piu’ recenti) e

la maggior parte delle volte sono introdotti da un titolo.

Il singolo intervento (articolo, pensiero, contenuto multimediale, ecc.) inserito dal blogger viene definito

post e l’applicazione utilizzata permette di creare i nuovi post identificandoli con un titolo, la data di

pubblicazione e alcune parole chiave (tag).

Qualora l’autore del blog lo permetta, ovvero abbia configurato in questa maniera il blog, al post possono

seguire i commenti dei lettori del blog.

1.3. Secondo il ricorrente, la Corte territoriale non aveva considerato le sue osservazioni difensive ed

aveva ravvisato la responsabilita’ concorsuale dell’imputato per l’erronea circostanza del filtro da lui

operato ai commenti dei lettori.

A tal fine la Corte aveva dato rilievo alle dichiarazioni spontanee rese dal G. in dibattimento, che erano

invece inutilizzabili ex art. 494 cod. proc. pen..

L’assunto del ricorrente non e’ adeguatamente precisato.

L’art. 494 codice di rito nel prevedere la facolta’ dell’imputato di rendere in ogni stato del dibattimento le

dichiarazioni spontanee che ritiene opportune, purche’ riferite all’oggetto dell’imputazione e non tali da

intralciare l’istruzione dibattimentale, non prevede alcuna forma di inutilizzabilita’ probatoria del loro

contenuto; esse costituiscono normalmente uno strumento di auto-difesa, ma non si puo’ certo escludere

che possano assumere valenza confessoria o comunque contenere elementi di prova a carico

dell’imputato.

Se poi la legge esclude che possano essere rivolte contestazioni o domande delle parti e del Giudice,

non puo’ ritenersi preclusa la facolta’ del Giudice di chiedere all’imputato di precisare o chiarire il

significato e la portata di dichiarazioni altrimenti oscure o non facilmente comprensibili.

Il ricorrente sembra dolersi del fatto che l’elemento a lui sfavorevole desunto dalle sue dichiarazioni sia

scaturito da una domanda rivolta dal Giudice, ma la censura e’ totalmente generica e non

autosufficiente, poiche’ il ricorrente non ricostruisce, neppure per sommi capi, l’andamento delle sue

dichiarazioni e l’oggetto del dialogo asseritamente intervenuto con il Giudice di primo grado.

1.4. Il Giudice di primo grado, a pagina 11, inoltre aveva attribuito rilievo al costante controllo del blog da

parte del G. nei due giorni che venivano in rilievo, ai suoi interventi ripetuti a risposta dei commenti da

altri inseriti, con interventi polemici e a volte offensivi, diretti a fomentare il dibattito, ed inoltre al fatto che

il G. non aveva mai cancellato i post diffamatori inseriti da terzi e non aveva preso le distanze di essi,

continuando a mantenerli fruibili dal pubblico.

1.5. Secondo il ricorrente il vizio non era superabile, come aveva ritenuto possibile la Corte di appello,

con il riferimento introdotto a quanto ammesso dall’imputato in sede di interrogatorio in data 4/10/2012

davanti al Pubblico Ministero, da cui non risultava affatto tale circostanza, mentre l’imputato aveva

assunto di effettuare accessi solo sporadici e di non aver collocato filtri automatici di blocco di commenti

o frasi ingiuriose.

La contestazione del ricorrente alla ricostruzione delle sue dichiarazioni e’ autoreferenziale e apodittica,

nel rimproverare, nella sostanza, alla Corte territoriale, un travisamento della prova, senza adempiere

agli oneri di specificita’ e autosufficienza, allegando o almeno riportando integralmente il contenuto delle

dichiarazioni.

1.6. Ai fini della configurabilita’ del vizio di travisamento della prova dichiarativa, e’ necessario che la

relativa deduzione abbia un oggetto definito e inopinabile, tale da evidenziare la palese e non

controvertibile difformita’ tra il senso intrinseco della dichiarazione e quello tratto dal giudice, con

conseguente esclusione della rilevanza di presunti errori da questi commessi nella valutazione del

significato probatorio della dichiarazione medesima (Sez. 5, n. 8188 del 04/12/2017 – dep. 2018,

Grancini, Rv. 272406; Sez. 4, n. 1219 del 14/09/2017 – dep. 2018, Colomberotto, Rv. 271702; Sez. 5, n.

9338 del 12/12/2012 – dep. 2013, Maggio, Rv. 255087); si tratta dell’errore cosiddetto “revocatorio”, che

cadendo sul significante e non sul significato della prova si traduce nell’utilizzo di una prova inesistente

per effetto di una errata percezione di quanto riportato dall’atto istruttorio (Sez. 5, n. 18542 del

21/01/2011, Carone, Rv. 250168).

In forza della regola della autosufficienza del ricorso, operante anche in sede penale, il ricorrente che

intenda dedurre in sede di legittimita’ il travisamento di una prova testimoniale ha l’onere di suffragare la

validita’ del suo assunto mediante la completa trascrizione dell’integrale contenuto delle dichiarazioni

rese dal testimone, non consentendo la citazione di alcuni brani delle medesime l’effettivo

apprezzamento del vizio dedotto (Sez. 1, n. 25834 del 04/05/2012, P.G. in proc. Massaro, Rv. 253017;

Sez. 4, n. 37982 del 26/06/2008, Buzi, Rv. 241023; Sez. 1, n. 20344 del 18/05/2006, Salaj, Rv. 234115;

Sez. 1, n. 20370 del 20/04/2006, Simonetti ed altri, Rv. 233778; Sez. F, n. 37368 del 13/09/2007, Torino,

Rv. 237302).

2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta violazione della legge penale in relazione agli artt. 125,

192, 530 e 546 cod. proc. pen. e art. 110 c.p. e art. 595 c.p., comma 3, e mancanza e contraddittorieta’

della motivazione.

2.1. L’aggravante della commissione del reato a mezzo stampa era stata ravvisata in assenza di alcuna

motivazione, nonostante specifico motivo di appello presentato dalla difesa, mentre il blog non poteva

essere giuridicamente equiparato alla stampa.

2.2. L’equivoco in cui incorre il ricorrente e’ evidente.

Il Giudice di primo grado, alle pagine 6 e seguenti della sentenza di primo grado, ha diffusamente

argomentato, fra l’altro in modo ineccepibile e alla luce della giurisprudenza di questa Corte, per

escludere l’equiparazione del blog all’attivita’ di stampa e ha fatto leva su tali principi per negare una

responsabilita’ del gestore di blog equiparabile a quella propria del direttore responsabile ex art. 57 cod.

pen..

E’ stata invece ravvisata nell’uso della rete Internet l’aggravante dell’uso di uno strumento di pubblicita’,

pure prevista dalla seconda ipotesi dell’art. 595 cod. pen., comma 3 che in effetti prevede tre ipotesi

alternative di aggravamento del reato in relazione al mezzo con cui e’ arrecata l’offesa: a) col mezzo

della stampa, b) con qualsiasi altro mezzo di pubblicita’, c) in atto pubblico.

2.3. Tale valutazione era del tutto corretta.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di

una bacheca facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 c.p., comma 3,

sotto il profilo dell’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicita’” diverso dalla stampa, poiche’

la condotta in tal modo realizzata e’ potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o

comunque quantitativamente apprezzabile, di persone e tuttavia non puo’ dirsi posta in essere “col

mezzo della stampa”, non essendo i social network destinati ad un’attivita’ di informazione professionale

diretta al pubblico (Sez. 5, n. 4873 del 14/11/2016 – dep. 2017, P.M. in proc. Manduca, Rv. 269090.

2.4. La Corte di appello ha confermato la decisione di primo grado, mentre l’appellante non aveva affatto

censurato con apposito e specifico motivo l’applicazione dell’aggravante in questione, con la

conseguente preclusione ex art. 606 c.p.p., comma 3.

3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta violazione della legge penale in relazione agli artt. 125, 192,

529, 530 e 546 cod. proc. pen. e art. 110 c.p. e art. 595 c.p., comma 3, nonche’ mancanza e

contraddittorieta’ della motivazione.

3.1. La Corte territoriale aveva rigettato la richiesta di emettere sentenza ex art. 529 cod. proc. pen. per

la mancanza di autenticita’ delle pagine stampate da Internet e allegate alla querela delle persone

offese.

Non erano state cosi’ prese in esame le allegazioni difensive imperniate sulla deposizione del perito di

parte dott. A. circa la mancanza di autenticita’ degli atti, poiche’ la riproduzione non era stata raccolta

con le dovute garanzie, stante la natura volatile e trasformabile delle informazioni tratte da una rete

telematica.

3.2. Il ragionamento del ricorrente posto a base della pretesa di emanazione di una decisione ex art. 529

cod. proc. pen. non e’ logico e consequenziale.

Quand’anche la documentazione allegata alla querela non potesse considerarsi munita di adeguato

valore probatorio perche’ costituita da una mera stampa di videate tratte da Internet, senza l’adozione

delle particolari tecniche forensi di estrazione e riproduzione del dato digitale, non ne deriverebbe affatto

l’improcedibilita’ dell’azione penale per difetto di querela, in presenza di rituale e tempestiva espressione

della volonta’ delle persone offese di persecuzione in sede penale dell’autore del reato.

3.3. In ogni caso, anche sul terreno prettamente probatorio, i Giudici del merito hanno chiarito, da un

lato, che le stampate prodotte dalle parti civili erano pur sempre documenti, non sforniti di valore

probatorio, e non erano stati impugnati, e, dall’altro, e soprattutto, che non vi era dubbio alcuno circa il

fatto che le espressioni oggetto di imputazione fossero comparse sul blog “(OMISSIS)” dell’imputato, alla

luce delle numerose deposizioni testimoniali rese in tal senso.

Tale assunto e’ rimasto indenne da specifiche censure e per cio’ solo il motivo appare viziato da

genericita’.

4. Con il quarto motivo cod. proc. pen., il ricorrente lamenta mancanza, contraddittorieta’ e illogicita’ della

motivazione, in relazione alla liquidazione del danno all’immagine delle parti civili, effettuata nonostante

la ravvisata equivocita’ della vicenda relativa alla designazione dello scrutatore, in una somma incongrua

rispetto all’eco dell’evento e alla piccola realta’ in cui i fatti si erano verificati.

La liquidazione e’ avvenuta in via equitativa, in importo obiettivamente contenuto (Euro 2.000 per

ciascun imputato) ed e’ stata corredata, sia in primo grado, sia in secondo grado, da una sintetica e

comunque adeguata motivazione, correlata al numero dei messaggi, all’eco dell’evento e al risalto della

notizia a livello locale.

Occorre tener presente il principio per cui la liquidazione del danno morale e’ affidata ad apprezzamenti

discrezionali ed equitativi del giudice di merito il quale ha, tuttavia, il dovere di dare conto delle

circostanze di fatto considerate in sede di valutazione equitativa e del percorso logico posto a base della

decisione, senza che sia necessario indicare analiticamente i calcoli in base ai quali ha determinato il

quantum del risarcimento (Sez. 4, n. 18099 del 01/04/2015, Lucchelli e altro, Rv. 263450).

Pertanto la valutazione del giudice in tema di liquidazione del danno morale, in quanto affidata ad

apprezzamenti discrezionali ed equitativi, costituisce valutazione di fatto sottratta al sindacato di

legittimita’ se sorretta da congrua motivazione (Sez. 6, n. 48461 del 28/11/2013, P.G., Fontana e altri,

Rv. 258170; Sez. 3, n. 34209 del 17/06/2010, Ortolan, Rv. 248371), salvo il caso del totale difetto di

giustificazione o di macroscopico scostamento dai dati di comune esperienza o di radicale

contraddittorieta’ (Sez. 5, n. 35104 del 22/06/2013, R.C. Istituto Citta’ Studi, Baldini e altri, Rv. 257123).

5. Il ricorso va quindi dichiarato inammissibile; ne consegue la condanna del ricorrente ai sensi dell’art.

616 cod. proc. pen. al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di Euro

2.000,00= in favore della Cassa delle ammende, cosi’ equitativamente determinata in relazione ai motivi

di ricorso che inducono a ritenere il ricorrente in colpa nella determinazione della causa di

inammissibilita’ (Corte cost. 13/6/2000 n. 186).

Il ricorrente dovra’ inoltre rifondere le spese sostenute dalla parte civile, che ne ha fatto puntuale

richiesta con la memoria depositata il 22/10/2018, liquidate congruamente in complessivi Euro 840,00,

oltre accessori come per legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e

della somma di Euro 2.000,00 a favore della Cassa delle ammende, oltre al rimborso delle spese

sostenute dalla parte civile, che liquida in complessivi Euro 840,00, oltre accessori come per legge.

Cosi’ deciso in Roma, il 5 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 22 gennaio 2019


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