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Quali sono le parole diffamatorie?

13 Aprile 2022
Quali sono le parole diffamatorie?

Esempi di diffamazione verbale e online sui social.

Quali sono le parole diffamatorie? Per commettere il reato di diffamazione è sufficiente offendere la reputazione morale o professionale di una persona. Non è necessario dire parolacce o parole volgari: basta la semplice illazione con cui si lasci intendere al pubblico che la vittima è persona di dubbie qualità. Molto spesso però la Cassazione ha associato il reato di diffamazione a parole di uso comune, ormai entrate nel linguaggio di tutti i giorni: parole però che, specie se postate su un social network, a beneficio quindi di una platea ampia di persone, possono produrre un danno rilevante. Ecco allora alcuni esempi di diffamazione che hanno generato condanne penali. 

Forniremo qui di seguito un campionario di quali sono le parole diffamatorie e che pertanto possono dar luogo a una querela tenendo conto delle più recenti sentenze della giurisprudenza. Sono solo i giudici, difatti, a poter stabilire quando c’è diffamazione, atteso che l’articolo 595 del Codice penale, disciplinante appunto tale reato, si limita a darne una definizione generica. Ma procediamo con ordine. 

Quando c’è diffamazione?

Innanzitutto, vediamo quali sono i presupposti astratti del reato di diffamazione:

  • bisogna pronunciare una parola o una frase offensiva dell’altrui reputazione;
  • la reputazione non è solo quella morale, ma anche quella lavorativa o professionale;
  • è indifferente se il fatto sia vero e dimostrabile: è diffamazione ad esempio dire di una persona che non paga i creditori;
  • la frase deve essere pronunciata in assenza della vittima, alle sue spalle;
  • la frase deve essere diretta ad almeno altre due persone, non necessariamente presenti nello stesso momento. Si può quindi commettere diffamazione narrando lo stesso fatto a più persone, ma in momenti tra loro distinti. 

Puoi trovare maggiori chiarimenti nell’articolo Quando c’è diffamazione?

C’è differenza tra la diffamazione verbale e sui social?

Non c’è alcuna differenza tra diffamazione verbale e sui social se non per la pena: la prima infatti è punita con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1032 euro; la seconda invece, essendo una diffamazione aggravata, è punita con la reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro.

Le frasi o le parole che possono dar luogo a diffamazione pertanto non cambiano se le stesse vengono dette a voce o scritte su un post o un giornale.

Quando non c’è diffamazione?

Veniamo ora alle singole parole o frasi che possono far scattare la diffamazione. 

In generale, bisogna avvisare che la stessa parola può essere diffamante o meno a seconda delle intenzioni di chi la proferisce. Ad esempio, secondo la Cassazione, dire «sei un coglione» è diffamazione se il senso dell’affermazione – dispregiativa – è quello di offendere una persona, additandola come stupido, negligente; non lo è invece se la si dice col senso di “sprovveduto, ingenuo”.

Parole che possono configurare diffamazione non lo sono quando vengono proferite per scherzo o gioco. Nessuno potrebbe mai condannare una persona perché ha preso in giro un’altra nel corso di una scherzosa cena tra amici.

Altra eccezione è costituita dalla polemica politica che, come noto, può assumere toni più pungenti e incisivi rispetto a quelli comunemente adoperati nei rapporti tra privati. In tali casi espressioni che, in quanto riferite a personali connotazioni intellettuali (quali, ad esempio, buffone, ridicolo o rimbambito), potrebbero essere ritenute offensive se fossero utilizzate in ambiti diversi, perdono una tale connotazione se utilizzate nell’ambito della polemica tra contrapposte posizioni politiche, caratterizzata dalla naturale vivacità della polemica e dalla particolare coloritura dei toni. Si deve tenere conto che l’uomo pubblico è esposto a forme di critica, anche dure, a causa dell’interesse che le sue azioni suscitano nei cittadini. Ciò ovviamente allorquando risulti che con le espressioni incriminate ci si sia inteso riferire non alla persona in sé, quanto piuttosto al comportamento quale uomo pubblico del destinatario.

Esempi di diffamazione verbale o sui social

Ecco un campionario di parole che, se usate con l’intenzione di danneggiare la vittima, umiliarla o screditarla, hanno giustificato una condanna per diffamazione. Si tenga conto che, come anticipato, più che la parola conta il senso che ad essa si è voluto dare, il contesto, l’occasione. Per cui è ben possibile trovare sentenze che affermano l’esatto contrario di altre e ciò proprio perché cambia la fattispecie. Ecco alcuni esempi di diffamazione:

  • maleducato [1];
  • mefistofelico, diabolico [2];
  • mantenuta, l’ha sposato per soldi [3];
  • coglione [4];
  • moroso, non paghi i debiti;
  • quella esaurita che non è altro [5];
  • ebete [6];
  • è un intrallazzato [7];
  • raccomandato, leccaculo, leccapiedi [8];
  • pregiudicato (sempre che effettivamente non sia in corso un procedimento penale) [9];
  • chiamare un giornalista «pseudo giornalaio (…) pagato per blaterare» [10];
  • viscido e senza spina dorsale [11];
  • è un miserabile bisognoso di cure psichiatriche [12];
  • professore, si fa per dire… [13];
  • buffone, a meno che il destinatario è un politico [14];
  • stronza [15];
  • zappatore [16];
  • femmina senza palle [17];
  • testa di cazzo [18];
  • il fatto di rivelare un tradimento [19];
  • penoso, mezza manica, è uno che frega il proprio datore di lavoro [20].

Quando non c’è diffamazione

Ecco altre parole o frasi che non hanno generato condanne per diffamazione:

  • pagliaccio [21];
  • devi vergognarti [22];
  • pinocchio [23];
  • rompipalle [24];
  • è brutta, orribile (le offese estetiche infatti non sono offese alla morale o alla reputazione);
  • sciocco” o “scioccarello” o “ignorante” [25];
  • rompipalle [26];
  • dilettante allo sbaraglio, giocoliere [27].

Offesa senza fare nomi

Rischia la condanna per diffamazione aggravata chi offende qualcuno su Facebook anche senza fare nomi, ricorda la Cassazione [28]: è sufficiente che le contumelie siano riconducibili alla persona di mira. Il reato si configura a carico dell’utente del social che rivolge espressioni ingiuriose a carico di un collega di lavoro benché nel post il destinatario degli insulti non risulti indicato per nome e cognome: affinché il delitto sia integrato è sufficiente che la persona offesa possa essere identificata da un certo numero di persone, per quanto limitato, fra i visitatori del profilo “incriminato”. E a far scattare la condanna basta il nickname dell’interessato senza che le forze dell’ordine debbano individuare l’indirizzo Ip: il titolare del profilo dovrebbe dimostrare una sostituzione di persona o l’uso illecito della sua pagina [29].

Approfondimenti

Frasi sui social che fanno scattare il reato di diffamazione


note

[1] Cass. sent. n.9799/2006, in senso per contrario Cass. sent. del 19/11/1980

[2] Cass. sent. n. 11767/2022.

[3] Cass. sent. n. 522 del 05.01.2017. Cass. sent. n. 31434/17 del 23.06.2017.

[4] Cass. sent. n. 34442/17 del 13.07.2017.

[5] Cass. sent. n. 46488 dell’11.11.2014.

[6] Cass. sent. n. 9790/2021.

[7] Cass. sent. n. 26054/19.

[8] Cass. sent. n. 49066/15 del 11.12.2015. Cass. sent. n. 35013/2015.

[9] Cass. sent. n. 475/15 dell’8.01.2015.

[10] Trib. Campobasso, sent. n. 43/2020.

[11] Trib. Taranto sent. n. 123/2020.

[12] C. App. Cagliari, sent. n. 257/2020

[13] Trib. Roma sent. n. 16263/2019.

[14] Cass. sent. n. 19509/2006.

[15] Cass. sent. n. 35874/2009.

[16] Cass. sent. del 28.07.20011.

[17] Cass. sent. n. 33221/2012.

[18] Cass. sent. del 9.06.2011. Esiste però un precedente contrario: Cass. sent. del 9.06.2011.

[19] Cass. sent. n. 7856/18 del 19.02.2018.

[20] Cass. sent.n. 6758/2009.

[21] Tribunale La Spezia sez. uff. indagini prel., 06/10/2021, (ud. 06/10/2021, dep. 06/10/2021)

[22] Cass. sent. n. 20258/2016. Il precedente si riferisce però al caso di un’offesa pronuncia nei confronti della vittima; dunque era in gioco l’abolito reato di ingiuria.

[23] Cass. sent. n. 41785/2016.

[24] Cass. sent. 22887/13.

[25] Cass. sent. del 24.10.2010.

[26] Cass. sent. n. 22887 del 27.05.2013.

[27] Cass. sent.n. 7421/2013.

[28] Cass. sent. n. 10762/22.

[29] Cass. sent. n. 4239/22.

Autore immagine: depositphotos.com


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