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Si può rifiutare di assumere una donna incinta?

14 Aprile 2022 | Autore:
Si può rifiutare di assumere una donna incinta?

L’esclusione di una donna in stato di gravidanza dalle selezioni è illegittima per violazione delle norme sul divieto di discriminazione di genere.

Può sembrare strano che, in un’epoca come quella attuale, in cui le discriminazioni di genere dovrebbero essere assolutamente vietate, ci si ponga ancora la domanda: si può rifiutare di assumere una donna incinta? Eppure, episodi del genere avvengono quotidianamente. Molti datori di lavoro nel settore privato cercano di evitare di dare un posto stabile a una donna in stato di gravidanza, nel timore che ella si assenti a lungo dal servizio, anche dopo il parto, per badare al neonato o per i suoi problemi di salute.

Anche le donne in età fertile, che non sono incinte ma prima o poi potrebbero diventarlo, subiscono gli effetti negativi di queste frequenti discriminazioni. Chiaramente, quasi nessuno esprime un rifiuto diretto all’assunzione motivato dallo stato di gravidanza; però spesso nei colloqui di lavoro chi si occupa delle selezioni preliminari all’assunzione cerca di informarsi sulla vita privata e sentimentale della donna in cerca di occupazione: il ragionamento alla base di questa cautela è che, se la donna è sposata o ha un compagno, potrebbe rimanere incinta da un momento all’altro e, dunque, assentarsi dal lavoro per lunghi periodi.

Tuttavia, quando un datore di lavoro rifiuta di assumere una donna a causa del suo stato di gravidanza, l’interessata può ricorrere al giudice per far dichiarare l’illegittimità di questo comportamento discriminatorio ed ottenere un risarcimento. Il medesimo principio si applica anche quando la donna era già stata assunta, e cioè in caso di mancato rinnovo del contratto di una lavoratrice incinta; ma qui occupiamoci di colei che un lavoro ancora non ce l’ha e cerca, appunto, di ottenerlo partecipando a colloqui, concorsi e selezioni e non vuole essere pregiudicata per il suo stato di gravidanza.

Donna incinta: quali diritti ha sul lavoro?

La legge prevede numerose tutele per le lavoratrici in gravidanza. I principali sono:

  • permessi retribuiti per visite mediche, analisi ed ecografie;
  • congedo di maternità, obbligatorio da 2 mesi prima della data presunta del parto sino a 3 mesi dopo la nascita del bambino; l’intero periodo è coperto da indennità retributiva erogata dall’Inps;
  • congedo di maternitàflessibile” dal mese precedente al parto e fino a 4 mesi dopo, oppure nei 5 mesi successivi al parto: è la lavoratrice a scegliere il periodo di cui vuole usufruire;
  • congedo di maternità anticipato sino a 3 mesi prima del parto se la donna incinta svolge lavori rischiosi o comunque pregiudizievoli per la sua salute o per quella del bambino;
  • congedo di maternità anticipato per gravidanza a rischio (l’astensione viene disposta dall’Azienda sanitaria in base ai risultati delle visite mediche e delle certificazioni rilasciate alla donna incinta);
  • divieto di lavoro notturno (sono impediti i turni dalle ore 24,00 alle 06,00);
  • divieto di licenziamento dall’inizio della gravidanza sino al compimento di un anno di vita del bambino; il divieto è quasi assoluto (per conoscere le rare eccezioni, leggi “Posso licenziare una donna incinta?“); le dimissioni volontarie, invece, devono essere convalidate dall’Ispettorato del lavoro, altrimenti sono inefficaci.

L’aspirante lavoratrice deve comunicare di essere incinta?

La donna che aspira ad un posto di lavoro ed affronta un colloquio preliminare o una selezione non è tenuta a comunicare di essere in stato di gravidanza. Rivelare tale circostanza potrebbe, infatti, compromettere le finalità della legge che vieta le discriminazioni di genere. Diversamente accade se il rapporto di lavoro è già stato instaurato ed è in corso nel momento in cui sopravviene la gravidanza: in tal caso, la notizia va comunicata (in proposito leggi “Gravidanza: quando informare il datore di lavoro“).

Secondo la giurisprudenza, sono illegittimi anche gli accertamenti preventivi svolti dal datore di lavoro con qualunque mezzo, per verificare se l’aspirante lavoratrice sia o meno in stato di gravidanza. Per maggiori dettagli leggi “All’assunzione devo dichiarare che sono incinta?”.

Donna esclusa dalle selezioni perché incinta: quali rimedi?

L’esclusione di una donna in gravidanza dalle selezioni per un posto di lavoro è illegittima: la tutela contro le discriminazioni di genere, infatti, opera anche nella fase anteriore all’accesso al lavoro. Infatti il Codice delle pari opportunità [1] dispone che: «È vietata qualsiasi discriminazione per quanto riguarda l’accesso al lavoro, in forma subordinata, autonoma o in qualsiasi altra forma, compresi i criteri di selezione e le condizioni di assunzione, nonché la promozione, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale, anche per quanto riguarda la creazione, la fornitura di attrezzature o l’ampliamento di un’impresa o l’avvio o l’ampliamento di ogni altra forma di attività autonoma».

Perciò, in base a questa formulazione molto ampia, se l’assunzione viene rifiutata a causa dello stato di gravidanza la lavoratrice ha pieno diritto al risarcimento dei danni. Questo principio vale anche nei casi in cui alla donna incinta sia stato precluso l’accesso alle selezioni aziendali interne. A tal proposito, una recente sentenza del tribunale di Roma [2] ha condannato un’azienda a pagare, a titolo di indennità risarcitoria, 15 mensilità di retribuzione per compensare il danno da perdita di chance riportato da due lavoratrici incinte (impiegate con mansioni di assistenti di volo), che non erano state neppure convocate per partecipare alle prove di selezione aziendale, pur avendo presentato regolare domanda. Il risarcimento è stato commisurato al periodo di astensione spettante prima del parto ed ai sette mesi successivi alla nascita dei figli delle due donne.


note

[1] Art. 27 D.Lgs. n. 198/2006.

[2] Trib. Roma, decr. n. 35684/2021 RG  del 23.03.2022.


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