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Patto tra coniugi in caso di separazione: è valido?

14 Aprile 2022
Patto tra coniugi in caso di separazione: è valido?

Accordi tra marito e moglie: quando sono nulli per divieto dei patti prematrimoniali e quando invece sono leciti. 

Nel nostro ordinamento, sono nulli i «patti prematrimoniali», quelli cioè volti a regolare le conseguenze per il caso di successiva separazione o divorzio. Ad esempio, non avrebbe valore l’accordo, stipulato prima delle nozze o anche durante le stesse, con il quale moglie e marito fissano l’ammontare di un eventuale assegno di mantenimento, l’attribuzione della casa, la collocazione dei figli. Eccezionalmente, la giurisprudenza riconosce validità ad alcuni tipi di contratti. Vediamo allora quando è valido il patto tra coniugi in caso di separazione. Per stabilirlo dovremo andare a spulciare tra le singole pronunce che la Cassazione e gli altri giudici, di primo e secondo grado, hanno emesso sino ad oggi sul tema. Ma procediamo con ordine.

Impegno a versare denaro al coniuge in caso di separazione 

Secondo la Cassazione [1], è nullo il patto con il quale due coniugi, per il caso della loro futura separazione, convengono che l’uno versi all’altro una somma di denaro.

Né si può aggirare l’ostacolo stabilendo una donazione condizionata, nella produzione degli effetti, all’eventuale separazione dei coniugi. Un accordo del genere sarebbe nullo per violazione del divieto di patti prematrimoniali [2] contenuto nell’articolo 160 del Codice civile.

Impegno a rimborsare al coniuge somme di denaro

Sono validi invece gli accordi, conclusi dai coniugi durante o prima il matrimonio, con cui viene stabilito l’obbligo dell’uno di rimborsare all’altro, in caso di separazione, gli oneri economici sostenuti a causa del matrimonio. Si pensi al marito che, in vista delle nozze, costruisca a proprie spese una casa sul terreno della moglie (casa che, per il diritto civile, resterebbe di proprietà del titolare del fondo) o ristrutturi l’immobile di proprietà di quest’ultima. Ebbene, le parti possono accordarsi per attribuire, a chi ha sostenuto l’onere economico, un ristoro. E questo perché, diversamente, in entrambe le ipotesi, l’immobile resterebbe al suo iniziale proprietario.

È stato ritenuto valido l’accordo assunto dalla futura sposa di trasferire, in caso di divorzio, l’alloggio adibito ad abitazione familiare al marito a titolo di rimborso delle spese da lui sostenute per la ristrutturazione dello stesso. Tale accordo non è stato considerato come un patto prematrimoniale in vista del divorzio, ma un contratto atipico diretto a riequilibrare i rispettivi rapporti economici in cui la crisi del matrimonio rappresenta una condizione eventuale lecita.

Patto a trasferire un immobile

Secondo la Cassazione, è valido l’accordo patrimoniale stipulato dai futuri sposi in relazione ad un eventuale “fallimento” dell’unione matrimoniale e valido purché non riguardi diritti indisponibili (quale quello all’assegno di divorzio) e non si sia in presenza di un coniuge economicamente debole. 

Pertanto, il patto con cui uno dei futuri coniugi si obbliga a trasferire all’altro, in caso di fine del matrimonio, la proprietà di un immobile a titolo di corrispettivo per le spese affrontate per la ristrutturazione di altro locale da adibire a casa familiare – non è in realtà un accordo prematrimoniale in vista del divorzio (nullo per illiceità della causa), ma una sorta di scambio (caratterizzato da prestazioni proporzionate tra loro), espressione dell’autonomia negoziale dei coniugi e diretto a realizzare interessi meritevoli di tutela. Il suo scopo è in concreto collegato “alle spese affrontate” per la futura famiglia da uno dei nubendi (ed è quindi quello di riequilibrare i rispettivi rapporti economici).

Patto per una rendita vitalizia

È nullo il patto con cui, anche se già intervenuta una crisi tra i coniugi, il marito si impegni a erogare alla moglie una rendita vitalizia: si tratterebbe infatti di un patto illecito rivolto a predeterminare la misura dell’assegno di mantenimento. Accordi di questo tipo, lo vedremo a breve, possono avere valore solo nell’ambito della procedura stessa di separazione.

Sul punto, la Cassazione ha più volte ricordato [4] che, in linea di principio, gli accordi prematrimoniali o gli accordi stipulati in sede di separazione consensuale e in vista del futuro divorzio sono nulli per illiceità della causa, in quanto contrastanti con il principio di indisponibilità degli status e dell’assegno divorzile. 

Accordo di separazione tra coniugi: ha valore?

Ha invece valore l’accordo tra coniugi, stretto in sede di separazione consensuale, con cui l’uno si impegni a erogare all’altro un assegno mensile o una tantum oppure gli trasferisca la proprietà di un immobile. Questi sono patti volti appunto a regolare i rapporti post-matrimonio, siglati proprio in ragione della separazione in atto, e come tali sono validi, non contravvenendo al divieto di patti prematrimoniali.

Attenzione però: tali accordi non sono vincolanti in sede di successivo divorzio: sicché, ben potranno essere oggetto di revisione. Al contrario, i patti firmati al divorzio sono vincolanti per sempre.

Facciamo un esempio.

Marito e moglie si stanno separando e il primo, d’accordo con la seconda, le intesta la casa in cambio della rinuncia all’assegno di mantenimento. Al momento del divorzio, però, la donna pretende anche gli alimenti. Il marito, in tal caso, non potrà opporsi atteso che il precedente accordo, stipulato in sede di separazione, non esplica i suoi effetti al divorzio. 

È valido l’accordo tra i coniugi per il pagamento dell’assegno di mantenimento direttamente al figlio?

In tema di accordi stipulati tra i coniugi in vista del divorzio, deve ritenersi valida ed efficace la pattuizione intervenuta precedentemente alla sentenza di divorzio che preveda la corresponsione dell’assegno di mantenimento direttamente al figlio quale contributo della madre, beneficiaria a sua volta del contributo dell’altro coniuge, al mantenimento dello stesso, trovando essa fondamento nell’art. 1322 c.c. e nel principio di autonomia negoziale ivi stabilito. Detto accordo, infatti, non costituisce una deroga ai diritti e ai doveri previsti dalla legge ma piuttosto una ridefinizione, in senso migliorativo, di quanto stabilito in sede di separazione, prima, e con la sentenza di divorzio, dopo  [5].

Patto di rinuncia agli alimenti: è valido?

Ciascun coniuge può rinunciare al mantenimento ma solo se è in corso già la separazione o il divorzio. Sarebbe illegittimo il patto siglato prima della procedura. 

Invece, è sempre nulla la rinuncia agli «alimenti» che presuppone, invece, uno stato di bisogno. Ricordiamo che gli alimenti sono cosa diversa dal mantenimento. Il mantenimento è la somma da versare al coniuge economicamente più debole in caso di separazione o divorzio; gli alimenti sono invece quel minimo indispensabile da garantire all’ex nel caso in cui questi, per ragioni di salute e oggettive impossibilità, non sia in grado di procurarsi di che vivere e la sua stessa sopravvivenza sia a rischio.


note

[1] Cass. ord. n. 11923 del 13.04.2022.

[2] Anche la osservazione della scrittura in questione in termini di ricognizione del debito è una strada non percorribile: da un lato, perché si tratterebbe di un debito comunque scaturente da un contratto nullo; d’altro lato, perché la ricognizione del debito non vale come fonte generatrice di obbligazioni, ma solo come inversione dell’onere della prova in ordine all’esistenza della fonte da cui il debito nasce. Quindi, se la fonte dell’obbligo non c’è, non c’è neanche l’obbligo; e riconoscere un obbligo inesistente non comporta il sorgere di un obbligo in capo al soggetto che ha effettuato il riconoscimento del debito.

[4] Cass. sent. n. 23713/2021.

[5] Cass. ord. n. 11012/2021.

[4] Cass. sent. n. 5065/2021.

Cass. civ., sez. VI – 1, ord., 13 aprile 2022, n. 11923

Presidente Parise – Relatore Iofrida

Fatti di causa

La Corte d’appello di Milano, con sentenza n. 1853/2020, depositata il 16/7/2020, ha confermato la decisione del Tribunale di Como, che aveva respinto la domanda di S.F.M. , nei confronti del marito, G.A., di condanna del convenuto, in via principale, al pagamento della somma di Euro 500.000,00, del quale egli si era dichiarato debitore, nel caso di separazione legale tra le parti, come da scrittura privata sottoscritta l’8/11/2004, scrittura ritenuta non meritevole di tutela seppure a seguito di ogni possibile qualificazione giuridica della scrittura (come patto matrimoniale, nullo per illiceità della causa, o contratto preliminare di donazione condizionato sospensivamente all’evento separazione legale delle parti, del pari nullo, o come atto ricognitivo di debito, comunque afferente ad obbligazione nulla) e improduttiva effetti, non essendosi neppure dimostrato il verificarsi della condizione ivi contemplata del raggiungimento della capacità economica del G. per provvedere alla dazione della somma di denaro.

La Corte d’appello, premesso che la S. aveva “impostato il proprio atto di appello, evocando la fattispecie della ricognizione di debito, il cui fondamento risiederebbe in pregresse dazioni di denaro a titolo di mutuo con conseguente obbligo restitutorio”, ha rilevato, esaminando le doglianze mosse con il gravame, che la condotta processuale della appellante deponeva nel senso della rinuncia implicita al principio di astrazione di cui all’art. 1988 c.c. (l’inversione dell’onere di provare l’esistenza del rapporto fondamentale), avendo la stessa ritenuto di produrre copiosa documentazione comprovante la dazione, da parte della stessa al G. , di ingenti somme di denaro nel corso della relazione coniugale (nella sostanza, deducendo esservi un rapporto di mutuo a giustificazione causale della dichiarazione), allegando che il G. si sarebbe impegnato a restituirle Euro 500.000,00 nella duplice eventualità della separazione personale dei coniugi e della capacità economica del medesimo di farvi fronte. In ogni caso, ad avviso della Corte, a prescindere da tale rinuncia, la documentazione prodotta in primo grado (essendo inammissibili, ex art. 345 c.p.c., i documenti prodotti per la prima volta in appello) era inconferente, dimostrando semmai versamenti ed accrediti effettuati, nel 2012, successivamente alla dichiarazione ricognitiva del 2004, e comunque la prova del mutuo non poteva essere tratta da assegni bancari e somme di denaro e l’obbligo restitutorio non poteva essere desunto da una dichiarazione anteriore alla datio rei.

Avverso la suddetta pronuncia, S.F.M. propone ricorso per cassazione, notificato il 16/10/2020, affidato a due motivi, nei confronti di G.A. (che resiste con controricorso).

Il controricorrente ha depositato memoria.

Ragioni della decisione

1. La ricorrente lamenta, con il primo motivo, la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 1362 e 1367 c.c., per essersi la Corte d’appello sottratta al dovere di qualificazione della scrittura privata prodotta, secondo i criteri di ermeneutica previsti, in quanto definita, in modo “a-tecnico”, dall’appellante S. come ricognizione di debito, laddove il giudice avrebbe dovuto qualificarla come un accordo tra i coniugi per regolare i rapporti matrimoniali successivamente alla separazione; con il secondo motivo, si denuncia la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 160 c.c., in punto di ritenuta invalidità dei patti matrimoniali con cui i coniugi si propongono di regolare le conseguenze economiche della rottura della loro relazione coniugale, essendo stata introdotta nel nostro ordinamento, per effetto del D.L. n. 132 del 2014, art. 6 conv. in L. n. 16 del 2014, anche nell’ambito delle controversie di separazione e divorzio, la possibilità per i coniugi di stipulare una “convezione di negoziazione assistita”, cosicché la scrittura privata inter partes doveva essere considerata, anche in applicazione dell’art. 1367 c.c., un patto matrimoniale concluso tra i coniugi in vista della separazione, pienamente valido ed efficace.

2. La prima censura è inammissibile.

Lamenta la ricorrente che la Corte d’appello si sarebbe sottratta al dovere di dare una qualificazione al contratto inter partes a prescindere dalle tesi delle parti, facendo applicazione dei criteri di ermeneutica contrattuali previsti dalla legge, in quanto la qualificazione data da essa appellante (“riconoscimento di debito”) sarebbe stata “usata dalla difesa…in senso atecnico” e comunque non vincolava il giudice.

Ora, la Corte d’appello, dopo avere richiamato la motivazione del giudice di primo grado, il quale aveva analizzato la scrittura privata in oggetto, pur in assenza di specifica e chiara qualificazione ad opera della parte attrice, considerando tutta una serie di ipotesi alternative, concludendo per l’inefficacia della scrittura, ha tenuto conto delle doglianze mosse con l’atto di appello, laddove era stata chiaramente evocata dall’appellante unicamente la fattispecie della ricognizione di debito con indicazione del rapporto fondamentale sotteso, rappresentato dalla dazione di denaro, a titolo di mutuo, da parte della S. al G. , con conseguente obbligo restitutorio di quest’ultimo.

Le Sezioni Unite (Cass. 27199/2017) hanno ribadito che, anche dopo la Riforma del 2012 (D.L. n. 83 del 2012, conv. in L. n. 134 del 2012), con la modificazione degli artt. 342 e 434 c.p.c., l’appello è una revisio prioris instantiae e non un novum iudicium, “con effetto devolutivo generale ed illimitato”, e che la necessità dell’indicazione, da parte dell’appellante, delle argomentazioni da contrapporre a quelle contenute nella sentenza di primo grado serve proprio ad incanalare entro precisi confini il compito del giudice dell’impugnazione, consentendo di comprendere con certezza il contenuto delle censure, il tutto senza inutili formalismi e senza richiedere all’appellante il rispetto di particolari forme sacramentali.

Vero che, come chiarito da questa Corte (Cass. 12471/2001), “il vizio di extrapetizione ricorre soltanto quando il giudice abbia pronunciato oltre i limiti delle pretese e delle eccezioni fatte valere dalle parti, ovvero su questioni estranee all’oggetto del giudizio e non rilevabili d’ufficio, attribuendo ad una di esse un bene della vita non richiesto (o diverso da quello domandato), mentre spetta al giudice di merito il compito di definire e qualificare, entro detti limiti, la domanda proposta dalla parte”, cosicché “tale compito appartiene non soltanto al giudice di primo grado, ma anche a quello d’appello, che resta a sua volta libero di attribuire al rapporto controverso una qualificazione giuridica difforme da quella data in prime cure con riferimento all’individuazione della “causa petendi”, dovendosi riconoscere a detto giudice il potere – dovere di definire l’esatta natura del rapporto dedotto in giudizio onde precisarne il contenuto e gli effetti in relazione alle norme applicabili, con il solo limite di non esorbitare dalle richieste della parti e di non introdurre nuovi elementi di fatto nell’ambito delle questioni sottoposte al suo esame” (conf. Cass. 15383/2010; cfr anche Cass. 12785/2019).

Il giudice d’appello poteva quindi qualificare il rapporto dedotto in giudizio in modo diverso rispetto a quanto prospettato dalle parti o ritenuto dal giudice di primo grado, non introducendo nel tema controverso nuovi elementi di fatto, lasciando inalterati il “petitum” e la “causa petendi” ma poteva esercitare tale potere-dovere solo nell’ambito delle questioni riproposte con il gravame, rispetto alle quali la qualificazione giuridica costituiva la necessaria premessa logico-giuridica.

Nella specie, il giudice d’appello ha correttamente individuato, sulla base delle argomentazioni esposte nel gravame, quali erano le parti della decisione impugnata oggetto di censura e ha di conseguenza vagliato la fondatezza delle doglianze, escludendo la ricorrenza, nella specie, di una valida ed efficace ricognizione di debito a fronte di un rapporto fondamentale di mutuo.

3. La seconda censura è del pari inammissibile, per novità delle questioni sollevate. Invero, la ricorrente si limita a reintrodurre, in questa sede di legittimità, la tesi della piena validità ed efficacia del patto matrimoniale, laddove non risulta che, in appello, ella avesse specificamente contestato le statuizioni di primo grado in ordine alla nullità o inefficacia sotto vari profili (anche quello del mancato avveramento della condizione relativa alla capacita economica del G. di adempiervi) dell’accordo inter partes.

4. Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente, al pagamento delle spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 7.000,00, a titolo di compensi, oltre 100,00 per esborsi, nonché al rimborso forfetario delle spese generali nella misura del 15% ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore Importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52 siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.


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