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Auto non consegnata: devo pagare le rate alla finanziaria?

15 Aprile 2022
Auto non consegnata: devo pagare le rate alla finanziaria?

Come tutelarsi se il venditore non adempie e l’acquirente resta incastrato a pagare la finanziaria per il prestito ricevuto?

Il caso di un automobilista che aveva ordinato un veicolo da una concessionaria, pagandolo con un finanziamento, ma che poi era rimasto fregato dal fatto che l’auto tardava ad arrivare oltre ogni ragionevole aspettativa, apre un quesito che, dal settore automobilistico, può estendersi a qualsiasi altro tipo di compravendita: se l’auto non viene consegnata, devo pagare le rate alla finanziaria? 

«Incastrati dalla finanziaria»: si potrebbe riassumere così la posizione di molti consumatori che, avendo accettato di acquistare un prodotto a rate, si sono trovati a firmare un autonomo contratto con la finanziaria e a subire poi l’inadempimento del venditore. La duplicità dei contratti fa sì, infatti, che – almeno in apparenza – nonostante si venga truffati dal venditore, si debba continuare a restituire il finanziamento per non essere segnalati alla Centrale Rischi come cattivi pagatori. Ma, per fortuna, le cose non vanno sempre così e, in alcuni casi, si può bloccare la finanziaria. Quando? Una recente sentenza della Cassazione lo spiega in modo molto chiaro [1]. 

Ecco alcuni suggerimenti pratici sull’argomento.

Acquisto con finanziaria: che succede se non si pagano le rate?

Poniamo subito la questione analizzando il caso dell’inadempimento da parte dell’acquirente: se questi smette di pagare le rate alla finanziaria, pur avendo già acquisito la proprietà e il possesso del bene finanziato, scatterà la procedura di recupero crediti con la richiesta di un decreto ingiuntivo al tribunale da parte del creditore, la notifica del decreto stesso e del successivo atto di precetto (ossia un avviso a pagare entro 10 giorni) e, infine, l’inesorabile pignoramento dei beni (salvo che nel frattempo non sia intervenuta un’opposizione tramite avvocato).

Ma la cosa più “seccante” di tutto ciò è che si viene segnalati alla Centrale Rischi e alla Crif come “cattivi pagatori”. Con conseguente impossibilità di accedere, per un periodo abbastanza esteso (che può arrivare anche a due anni), a ulteriori finanziamenti, mutui e prestiti; non si può chiedere l’apertura di conti correnti (o meglio, è assai difficile) e si viene interdetti dall’utilizzo di assegni e carte di credito. Non poca cosa visto che oggi ogni pagamento avviene tramite strumenti elettronici e banche.

Acquisto con finanziaria: che succede se mi rubano l’oggetto?

Chi acquista un oggetto tramite finanziaria – ad esempio un’auto o un telefonino – e poi è costretto a separarsi dall’oggetto stesso perché gli viene rubato o perché viene distrutto accidentalmente, deve continuare a pagare le rate della finanziaria. Non c’è modo di svincolarsi. Del resto, il finanziamento non è che un modo di pagare spalmando nel tempo il prezzo che, altrimenti, sarebbe stato versato in un’unica soluzione, senza possibilità di chiederne la restituzione in caso di furto.

Acquisto con finanziaria: che succede se il venditore non adempie?

Spesso, la finanziaria viene sottoscritta al momento dell’ordine dell’oggetto e già da quell’istante si iniziano a pagare le rate o quantomeno l’anticipo. Qui sorgono due domande: che succede se il prodotto dovesse essere guasto o non dovesse arrivare?

La legge stabilisce che: 

  • tutte le volte in cui la finanziaria viene “suggerita” dal venditore, con i moduli già presenti nel proprio negozio e lì compilati, tra il contratto di compravendita e quello di finanziamento si crea un “collegamento giuridico”: sicché in caso di inadempimento o di nullità del primo, anche il secondo viene travolto. Risultato: se il venditore non dovesse consegnare l’oggetto acquistato (nel nostro caso, l’auto pagata a rate) si può ben smettere di pagare la finanziaria e annullare anche questo secondo contratto. Lo stesso dicasi se viene consegnato un prodotto non funzionante e il venditore non vuole riconoscere la garanzia spettante per legge;
  • nei casi invece in cui la finanziaria viene scelta dal consumatore, che si rivolge personalmente a una società esterna di propria fiducia, il contratto siglato con quest’ultima è del tutto indipendente da quello di compravendita. Sicché, la nullità di quest’ultimo o l’inadempimento del venditore non determinano alcuna sospensione dell’obbligo di versare le rate. Il consumatore, in questa seconda ipotesi, resta costretto a pagare la finanziaria, salvo poi rivalersi, con un’autonoma azione giudiziaria, contro il venditore per ottenere la restituzione dei soldi che nel frattempo sta versando alla società che ha concesso il prestito. 

Quindi, se l’auto non viene consegnata, per stabilire se si debba o meno pagare la finanziaria, bisogna verificare se i contratti di finanziamento e di compravendita sono collegati.

Come chiarito dalla Cassazione, ai sensi di legge [2], tra i contratti di credito al consumo finalizzati all’acquisto di determinati beni o servizi ed i contratti di acquisto dei medesimi ricorre un collegamento negoziale di fonte legale, che prescinde dalla sussistenza di una esclusiva del finanziatore per la concessione di credito ai clienti dei fornitori. E ciò succede, da un punto di vista pratico, quando i moduli per il finanziamento si trovano presso il venditore. Non rileva neanche il fatto che il venditore abbia proposto al cliente più di una finanziaria, avendo con queste una “convenzione”.

Può parlarsi di contratto di credito collegato «ove il finanziatore si avvalga del fornitore del bene o del prestatore del servizio per promuovere o concludere il contratto di credito oppure quando il bene o il servizio da acquisire siano esplicitamente individuati nel contratto di credito».

Nel caso di specie, il tribunale di Bergamo ha accertato che il finanziatore non era stato scelto liberamente dal ricorrente, ma indicato dallo stesso fornitore del bene, il quale era in possesso della documentazione preliminare alla stipulazione del finanziamento.


note

[1] Cass. civ., sez. II, ord., 13 aprile 2022, n. 12054

[2] artt. 121 e 124 d.lgs. n. 385/1993

Cass. civ., sez. II, ord., 13 aprile 2022, n. 12054

Presidente Di Virgilio – Relatore Falaschi

Osserva in fatto e in diritto

Ritenuto che:

– con ricorso D.Lgs. n. 196 del 2003, ex art. 152 O.M. evocava dinanzi al Tribunale di Bergamo la (…) S.p.a., chiedendo la condanna di quest’ultima per aver effettuato una segnalazione abusiva del nominativo del ricorrente alla Centrale Rischi della Banca d’Italia, oltre al risarcimento del danno non patrimoniale e il maggior danno ex art. 1224 c.c., comma 2.

Assumeva il ricorrente che alla fattispecie oggetto di causa era applicabile la disciplina in tema di credito collegato, per essere stato il corrispettivo finanziato dall’istituto di credito investito per l’acquisto di un’autovettura presso il concessionario (omissis) . Posto quindi il collegamento dei due contratti, il ricorrente sosteneva che, a causa della mancata consegna del veicolo da parte del concessionario, era legittimato ad eccepire l’inadempimento delle restanti rate derivanti dal contratto di finanziamento in ragione dell’inadempimento del fornitore del bene acquistato;

– il giudice adito, con sentenza n. 3021/2016, in accoglimento della domanda dell’O. , riteneva i contratti di finanziamento e di compravendita casualmente collegati, in ragione dell’istruttoria espletata che consentiva di accertare che il finanziatore non era stato scelto liberamente dal ricorrente essendo stato indicato dallo stesso fornitore e per l’effetto – ritenuta la sussistenza delle condizioni di cui all’art. 1455 c.c. rispetto al contratto di “fornitura”- dichiarava l’illegittimità della segnalazione del nominativo del ricorrente alla Centrale Rischi della Banca d’Italia, con condanna dell’istituto di credito alla cancellazione della predetta segnalazione e al risarcimento del danno non patrimoniale subito dal ricorrente a causa del discredito derivato dall’inserimento illegittimo del suo nome nell’elenco dei soggetti inaffidabili perché inadempimenti ai loro obblighi;

– avverso la sentenza del Tribunale di Bergamo, la (…) S.p.a. propone ricorso per cassazione fondato su due motivi, cui resiste O.M. con controricorso;

– in prossimità dell’adunanza camerale parte ricorrente ha depositato memoria illustrativa.

Atteso che:

– con il primo motivo la banca ricorrente lamenta, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 121, lett. d per aver il giudice di merito qualificato il contratto di prestito personale quale contratto di credito collegato.

In particolare, la ricorrente sostiene che la mera presenza di moduli di contratti prestito nei locali commerciali del concessionario non sarebbe circostanza sufficiente a dimostrare il collegamento tra i due contratti, ossia tra il contratto di compravendita e quello di prestito finanziario, richiedendo la normativa evocata ulteriori e concreti elementi. Difatti, sostiene il ricorrente che il termine “avvalersi” implicherebbe una condotta attiva del finanziatore, la cui prova non sarebbe stata fornita nel caso di specie dalla controparte onerata. Aggiunge la ricorrente che per esservi un collegamento tra due contratti il rapporto finanziatore/fornitore dovrebbe essere stabile, non potendo considerarsi tale il rapporto di specie.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, per aver il giudice del merito omesso di esaminare la fattispecie contrattuale del prestito personale.

Secondo la ricorrente la somma chiesta in prestito dall’O. non sarebbe stata vincolata ad alcuno scopo, essendo il contratto con l’istituto bancario qualificato come prestito personale e non essendo presente alcun vincolo sulla somma erogata.

I motivi di ricorso, da esaminarsi congiuntamente data la loro stretta connessione argomentativa, sono infondati.

Osserva il Collegio che, ai sensi del D.Lgs. n. 385 del 1993, artt. 121 e 124 nel testo originario applicabile “ratione temporis”, tra i contratti di credito al consumo finalizzati all’acquisto di determinati beni o servizi ed i contratti di acquisto dei medesimi ricorre un collegamento negoziale di fonte legale, che prescinde dalla sussistenza di una esclusiva del finanziatore per la concessione di credito ai clienti dei fornitori. Pertanto, il giudice del merito in sede di accertamento non deve riscontrare la volontà dei contraenti, ma ha solo il compito di verificare le clausole del contratto di finanziamento e trarre le conseguenze, in concreto, dell’incidenza su di esso della dedotta assenza di un collegato contratto di compravendita, ovvero dell’impiego della somma mutuata per una finalità diversa da quella indicata in contratto e corrispondente a una della tipologie di impiego tassativamente previste dal legislatore (Cass. n. 29434 del 2021).

Orbene, il collegamento di fonte legale tra i due rapporti contrattuali ricorre in presenza di almeno una delle due condizioni previste dall’art. 121 TUB, lett. d), sicché può parlarsi di contratto di credito collegato ove il finanziatore si avvalga del fornitore del bene o del prestatore del servizio per promuovere o concludere il contratto di credito – come nel caso di specie – oppure quando il bene o il servizio da acquisire siano esplicitamente individuati nel contratto di credito. Nella specie, il Tribunale di Bergamo, in considerazione dell’istruttoria espletata nel corso del giudizio, ha accertato che il finanziatore non era stato scelto liberamente dal ricorrente, ma al contrario era stato indicato dallo stesso fornitore del bene, il quale era anche in possesso della documentazione preliminare alla stipulazione del finanziamento, con conseguente ricorrenza della condizione di cui al’art. 121 TUB, lett. d), n. 1. Difatti, dalla deposizione testimoniale assunta dal giudice di prime cure risultava che: il figlio del titolare della (omissis) proponeva al signor O.M. di finanziare l’acquisto a mezzo di un prestito con (…) S.p.a.; (…)O.M. aveva già visto l’auto e siamo andati lì perché doveva solo firmare la documentazione per ricevere l’auto; il venditore dell’auto (…) gli disse che bastava firmare la documentazione e che avrebbe fatto tutto lui anche per il finanziamento; M. doveva pagare la macchina a rate e quelli della concessionaria gli dissero che l’avrebbero messo in contatto con una finanziaria; so che lui è andato ed ha firmato presso la finanziaria proposta dalla concessionaria; (…) il figlio del titolare della (omissis) invitava il signor O.M. a compilare un modulo per la richiesta di un prestito personale a (…) – (…) finalizzato all’acquisto dell’autovettura medesimo (…) (v. p. 5 e 6 della sentenza impugnata).

Quanto poi alla disponibilità dei moduli per la richiesta di finanziamento presso il locale commerciale del concessionario, il Tribunale di Bergamo ha affermato che la stessa consentiva di escludere la circostanza della mera promozione effettuata dal fornitore senza alcun accordo con il finanziatore.

Le doglianze di parte ricorrente si traducono, quindi, in una mera critica agli apprezzamenti di merito effettuati dal giudice del gravame, intesa a far valere una diversa e più favorevole valutazione delle risultanze probatorie, come tale inammissibile in sede di legittimità.

Conclusivamente, va respinto il ricorso.

Le spese processuali, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Poiché i ricorsi, principale ed incidentale, sono stati proposti successivamente al 30 gennaio 2013 e sono rigettati, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso;

condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio in cassazione in favore del controricorrente, che liquida in complessivi Euro 4.300,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.


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