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Diritto al compenso del professionista: come farsi pagare?

20 Maggio 2022 | Autore:
Diritto al compenso del professionista: come farsi pagare?

Come si prova il conferimento dell’incarico professionale? Il mandato deve essere sempre scritto? In cosa consiste la prestazione intellettuale?

Alcune persone tendono erroneamente a credere che solamente i lavori manuali debbano essere pagati, in quanto sono gli unici a richiedere uno sforzo. In realtà, anche la soluzione di un problema teorico può richiedere una notevole profusione di energie. Con questo articolo vedremo come farsi pagare per il diritto al compenso del professionista.

Si prenda il caso, ad esempio, della consulenza dell’avvocato resa in strada o al bar a un cliente particolarmente assillante, oppure al parere dato per telefono. In tutti questi casi, c’è il diritto al compenso? Se sì, è possibile andare in tribunale e chiedere al giudice di essere pagato, anche in assenza di un formale mandato scritto? Se l’argomento ti interessa e vuoi saperne di più, prosegui nella lettura: vedremo insieme come deve fare il professionista per farsi pagare il compenso.

Quando c’è diritto del professionista al compenso?

Il professionista ha diritto al compenso ogni volta che effettua una prestazione, a prescindere dal fatto che abbia ricevuto un mandato scritto.

In altre parole, il diritto a essere pagato sorge per ogni professionista nel momento in cui compie l’attività che gli è stata richiesta, anche in assenza di un formale conferimento dell’incarico, cioè di un atto scritto.

Ad esempio, il cliente che va da un avvocato e gli chiede una consulenza deve pagargli il compenso, anche se non ha firmato nulla e se il parere è stato reso in pochi minuti.

Lo stesso dicasi per qualsiasi altro libero professionista, come ad esempio un ingegnere, un architetto, un commercialista, ecc.

Prestazione intellettuale: cos’è?

La prestazione del professionista è di tipo intellettuale. Cosa significa? Vuol dire che il suo lavoro non consiste nell’esecuzione di un lavoro manuale, bensì in un’attività che richiede principalmente un impegno mentale, frutto di studi.

In pratica, il cliente di un professionista non paga lo sforzo fisico (come avviene, invece, quando si retribuisce un operaio, un carpentiere, ecc.), bensì la capacità di risolvere un problema grazie all’impegno intellettuale, cioè a quello profuso per lo studio di una determinata materia.

Il professionista va pagato se non risolve il problema?

Molte persone ritengono di dover pagare il professionista solamente se risolve i loro problemi. Non è così. L’avvocato va pagato anche se perde la causa; lo stesso dicasi per il medico che non riesce a salvare la vita al paziente in condizioni critiche.

Per la precisione, il professionista va sempre pagato se ha profuso il massimo sforzo per risolvere il problema del suo cliente, anche se poi non dovesse esserci riuscito.

In altre parole, il diritto al compenso matura per il semplice fatto di aver svolto con diligenza l’incarico, anche se poi le cose non sono andate come desiderato.

Il professionista, quindi, non garantisce il risultato, a meno che questo non consista in un obiettivo minimo, facilmente raggiungibile.

Ad esempio, il veterinario che causa la morte di un animale che aveva in cura per una semplice escoriazione non avrà diritto al compenso e, anzi, dovrà risarcire il proprietario a causa della propria negligenza. Lo stesso dicasi per l’avvocato che dimentica di depositare in tempo l’opposizione a decreto ingiuntivo.

In tutti questi casi, la responsabilità del professionista è evidente in quanto, a causa della propria superficialità, è venuto meno all’impegno di essere diligente nel proprio lavoro.

Diritto al compenso del professionista: come dimostrarlo?

Per farsi pagare il professionista deve dimostrare di aver ricevuto un incarico e di averlo portato a compimento. Come anticipato in premessa, in questi casi, si pone il problema di provare la prestazione in assenza di un mandato formalmente conferito per iscritto.

Ebbene, come già accennato in precedenza, il diritto al compenso del professionista sorge a prescindere dalla stipula di un contratto: ciò perché il mandato è un accordo a forma libera, che pertanto può essere conferito anche a voce oppure per comportamenti concludenti.

In altre parole, il mandato può essere dato al professionista anche senza sottoscrivere nulla: è sufficiente sedersi alla sua scrivania per chiedergli un parere, scrivergli un messaggio su WhatsApp, stringergli la mano o perfino ottenere direttamente la prestazione affinché possa dirsi conferito l’incarico e, di conseguenza, perché maturi il diritto al compenso.

Si pone però il problema di dimostrare al giudice che effettivamente c’è stata la prestazione professionale. Per farlo è possibile avvalersi di qualsiasi mezzo: testimoni, email, sms, messaggi in chat, ecc.

Secondo la Suprema Corte [1], anche un’email è sufficiente a provare il conferimento dell’incarico, con conseguente diritto del professionista a essere retribuito.

Professionista: come farsi pagare il compenso?

Il professionista che non riesce a farsi pagare il compenso con le buone può sempre rivolgersi al tribunale affinché ordini al cliente di retribuirlo. Per compensi fino a 5mila euro bisognerà andare dal giudice di pace. Per fare ciò, occorre innanzitutto provare che c’è stato un conferimento d’incarico. Come appena detto, per dimostrarlo ci si può avvalere di qualsiasi mezzo. Il giudice potrebbe perfino desumere il conferimento da alcune circostanze oggettive, come ad esempio dal fatto che il cliente sia stato visto entrare nello studio del professionista.

Bisogna poi provare che la prestazione sia stata correttamente effettuata: come detto in precedenza, infatti, il professionista negligente non solo non deve essere pagato ma deve perfino risarcire i danni (se ve ne sono stati).

Anche in questo caso ci si potrà avvalere di qualsiasi mezzo di prova. Ad esempio, il messaggio WhatsApp con cui il cliente si ritiene soddisfatto è prova del fatto che la prestazione c’è stata.

Se il professionista non ha problemi a provare né il conferimento dell’incarico né l’esecuzione della prestazione, ad esempio perché ha ricevuto un regolare mandato scritto e con successivo atto sottoscritto dal cliente si evince il buon esito dell’operato, allora si potrà chiedere al giudice l’emissione di un decreto ingiuntivo, procedura in genere più veloce per essere pagati.


note

[1] Cass., sent. n. 1792 del 24 gennaio 2017.

Autore immagine: depositphotos.com


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