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Cosa succede se non dichiaro un carico pendente?

20 Aprile 2022 | Autore:
Cosa succede se non dichiaro un carico pendente?

La presenza di procedimenti penali è ostativa alla partecipazione ad un concorso pubblico solo se viene falsamente negata.

Hai partecipato ad un concorso pubblico ma nella domanda di partecipazione hai autocertificato di non avere procedimenti penali in corso. In realtà, in passato, avevi riportato una condanna, seppur non definitiva, e ora temi che questo possa ostacolare la tua assunzione.

Cosa succede se non dichiaro un carico pendente? La risposta è variabile e dipende essenzialmente dal tipo di concorso, dall’entità dell’omissione e dal modo in cui si è manifestata. La Corte di Cassazione, in una nuova sentenza [1], fa una raffinata distinzione tra la falsità vera e propria, che integra una dichiarazione mendace (e costituisce reato), e il semplice silenzio su determinate circostanze: questo secondo aspetto non è sanzionabile, soprattutto quando l’omissione dei carichi pendenti è contenuta in un’autocertificazione e non risulta «decisiva» per l’assunzione e per la collocazione in graduatoria.

C’è, quindi, la concreta possibilità di riaprire i giochi anche quando la Pubblica Amministrazione ha pronunciato la decadenza dal concorso per mancanza di un requisito, e magari proprio perché è risultato un carico pendente che il concorrente non aveva dichiarato: nella vicenda decisa dai giudici di piazza Cavour, una collaboratrice scolastica è stata mantenuta in graduatoria utile presso il ministero dell’Istruzione perché, pur non avendo segnalato i propri carichi pendenti, non aveva reso «dichiarazioni infedeli».

Cerchiamo allora di capire come stanno le cose e di vedere cosa succede se non dichiaro un carico pendente.

Carichi pendenti: cosa sono?

I carichi pendenti sono i processi penali in corso. Però non basta essere iscritti nel registro degli indagati di qualche Procura della Repubblica (ad esempio perché si è stati denunciati o querelati) per avere un carico pendente: occorre, almeno, essere stati rinviati a giudizio, o avere riportato una condanna. Prima del rinvio a giudizio c’è solo un procedimento penale, ma non ancora un processo. E, viceversa, sino a quando pende un processo, non ancora definito con sentenza irrevocabile, esiste il relativo carico pendente.

Il rinvio a giudizio è l’atto con il quale il pubblico ministero, al termine delle indagini preliminari, dispone il processo a carico dell’imputato. Questa informazione non compare nel certificato del casellario giudiziale – che riporta solo le condanne definitive – ma appare nel certificato dei carichi pendenti. Quindi, in estrema sintesi:

  • se non si è mai stati sottoposti a procedimenti penali, o se in quelli aperti si è solo indagati, il certificato dei carichi pendenti risulterà negativo;
  • se si è stati rinviati a giudizio, assumendo la qualità di imputati, il certificato dei carichi pendenti riporterà la notizia del processo in corso, che sarà cancellata in caso di assoluzione o quando la condanna diventerà definitiva.

Carichi pendenti e concorsi pubblici

L’art. 27 della Costituzione sancisce la fondamentale presunzione di innocenza, in base alla quale l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Ma per i concorsi pubblici valgono ulteriori norme dettate in materia di pubblico impiego e per specifici comparti, come le Forze Armate e di Polizia. Quindi, in questi specifici casi, la previsione costituzionale è integrata da requisiti ulteriori e le condizioni di ammissione sono più stringenti.

Di regola, per poter partecipare ad un qualsiasi concorso pubblico bisogna essere incensurati, ossia non aver riportato condanne penali definitive. Se al momento della domanda di partecipazione al concorso si è sottoposti a procedimenti penali, occorre dichiarare tale circostanza, per mettere la Pubblica Amministrazione nelle condizioni di valutare un eventuale impedimento all’assunzione, anche in caso di positivo superamento delle prove concorsuali.

Alcuni bandi, comunque, prevedono in partenza l’esclusione dei candidati che alla data di scadenza per la partecipazione abbiano determinati carichi pendenti. In tal caso, la presenza di procedimenti penali in corso integra la mancanza di uno specifico requisito, che è considerato necessario per l’ammissione al concorso e per poter ricoprire quel pubblico impiego.

Carichi pendenti non dichiarati: conseguenze

Dal 2012, i carichi pendenti possono essere anche autocertificati [2] dal soggetto partecipante ad un concorso pubblico, se il bando lo consente (qui trovi il modulo di autocertificazione dei carichi pendenti). Tuttavia, le dichiarazioni mendaci, anche quando contenute in una autocertificazione, sono punite come reato di false attestazioni delle proprie qualità, ai sensi dell’art. 495 del Codice penale e della normativa speciale sulle falsità in autocertificazioni [3]. Per maggiori dettagli sulle pene previste in questi casi, leggi “Autocertificazioni false: cosa si rischia?“.

Mentre nel settore privato la mancata assunzione per carichi pendenti non è possibile (a meno che non sia espressamente prevista dai contratti collettivi di lavoro per specifiche categorie di inquadramento), nei vari comparti del pubblico impiego la presenza di carichi pendenti non dichiarati dal partecipante ad un concorso può comportare un provvedimento di esclusione, se rilevata tempestivamente durante l’espletamento delle prove, o di decadenza, se emersa dopo la formazione delle graduatorie di ammissione degli idonei e di assunzione già avvenuta.

La nuova ordinanza della Corte di Cassazione che abbiamo anticipato all’inizio [1] ha, però, affermato che non può essere escluso dalla graduatoria chi si sia limitato a tacere un proprio carico pendente: la decadenza dal pubblico impiego va pronunciata solo nei casi di riscontrata falsità dei dati dichiarati. La differenza è sottile, ma le implicazioni sono enormi: nel primo caso, il dipendente mantiene il posto, nel secondo caso lo perde. E, nella vicenda esaminata, il Collegio rileva che la bidella si era limitata a rilasciare, nel modulo di autocertificazione, «dichiarazioni omissive», ma non aveva rilasciato «dichiarazioni mendaci» e non aveva nemmeno prodotto «documentazioni false».

Secondo la Suprema Corte, «la tutela del buon andamento della Pa rispetto alle autocertificazioni non può giungere fino al punto di determinare la necessaria caducazione di un rapporto di lavoro rispetto al quale l’erroneità o l’insufficienza dichiarativa non siano con certezza influenti sotto il profilo del diritto sostanziale. Sicché è solo la falsità sui dati sicuramente decisivi per l’assunzione che comporterà la decadenza, senza possibilità di qualsivoglia valutazione di diverso tipo».

Approfondimenti

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note

[1] Cass. ord. n. 12460 del 19.04.2022.

[2] Art. 40 e 46 D.P.R. 445/2000, modif. dalla L. n. 183/2011.

[3] Art. 75 e 76 D.P.R. n. 445/2000.


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