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Selfie su Facebook o Instagram: può costare il posto di lavoro?

24 Aprile 2022
Selfie su Facebook o Instagram: può costare il posto di lavoro?

Immagini e foto pubblicate sui social: quando può scattare il licenziamento.

Può un selfie su Facebook o Instagram costare il posto di lavoro? Se il tuo capo dovesse accorgersi che hai pubblicato una foto sconveniente su un social network – ad esempio mentre partecipi a una manifestazione violenta, o indossi abiti indecenti, o impugni una pistola o un coltello per inneggiare alla violenza – potrebbe licenziarti? Un comportamento posto fuori dall’azienda può incidere sul rapporto di lavoro? La questione è stata affrontata dalla giurisprudenza più volte. Ecco cosa ne pensano i giudici di un licenziamento causato da un selfie su Facebook o Instagram.

Per quali comportamenti si può essere licenziati?

La Cassazione ha più volte ribadito che, ai fini del licenziamento disciplinare, non contano solo le condotte poste durante lo svolgimento delle mansioni ma anche quelle all’esterno dell’azienda quando ne ledono l’immagine, la credibilità, la “reputazione commerciale”. 

Chi mai lascerebbe il proprio figlio in un asilo ove uno degli assistenti, nei propri post su Facebook, inneggia alla violenza e si fa ritrarre con spade e fucili? È chiaro che, al di là dell’effettiva pericolosità del soggetto e dell’intento che ha spinto questi a pubblicare il post, il semplice fatto in sé per sé può pregiudicare il rapporto tra l’azienda e i clienti, allontanando questi ultimi. 

Ecco perché il concetto di «giusta causa» di licenziamento (quello cioè intimato in tronco per gravi comportamenti del dipendente) non si limita all’inadempimento lavorativo tanto grave da giustificare la risoluzione immediata del rapporto di lavoro, ma si estende anche a condotte extralavorative che, seppur estranee alla prestazione che è oggetto del contratto, possono comunque essere tali da ledere il rapporto di fiducia tra datore e lavoratore.

Come chiarito dalla Cassazione, può ben essere una «giusta causa di licenziamento» una condotta extralavorativa. È scontato quindi che il datore di lavoro abbia il potere di controllare il comportamento del dipendente anche all’esterno dall’ambito lavorativo. Cosa che spesso avviene anche attraverso gli investigatori privati.

Esistono condotte concernenti la vita privata del lavoratore che possono ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario che connota il rapporto di subordinazione: si tratta di quelle condotte che si riflettono sulla funzionalità del rapporto compromettendo le aspettative di un futuro affidabile adempimento dell’obbligazione lavorativa [1].

Foto sconvenienti: si può essere licenziati?

Postare su Facebook o Instagram foto sconvenienti, che possono ledere l’immagine dell’azienda, rientra tra le condotte extralavorative, della vita privata del lavoratore, che possono costare il posto di lavoro. E questo perché la pubblicazione di tali immagini – ha scritto il tribunale di Bergamo [2] – equivale nella buona sostanza ad inviarle alle persone del proprio circolo di amicizie. La facilità di accesso all’account di una persona, quand’anche non sia stata “chiesta” o “concessa” l’«amicizia» virtuale, è oramai un fatto notorio.

Naturalmente spetterà al giudice, in caso di contestazione del dipendente, valutare se il licenziamento intimato dal datore di lavoro per la foto sconveniente, sia fondato o meno su effettivi rischi per la reputazione e l’immagine aziendale. E dovrà farlo tenendo conto delle circostanze concrete e non dell’astratto comportamento del lavoratore o dei preconcetti del datore di lavoro.

In un famoso caso [2], un dipendente aveva pubblicato un selfie su Facebook che lo ritraeva mentre esibiva con il fratello un’arma. A rendere più grave il fatto era stata la notizia di un omicidio all’interno dell’azienda ove questi prestava servizio; ragion per cui il datore di lavoro ha ritenuto il comportamento tenuto dal dipendente poco rispettoso del dolore dei familiari e del clima di terrore che si respirava sul lavoro.

Secondo la sentenza in commento, il comportamento di onorare e celebrare le armi (anche solo per leggerezza) è comunque in assoluto contrario al nostro assetto costituzionale ed è tale da ledere gli interessi morali e materiali del datore di lavoro già in generale ed in assoluto; in aggiunta, nel caso in oggetto è idoneo a comprometterne il rapporto fiduciario in modo irreversibile, la stessa funzionalità ed il sereno, normale svolgimento del rapporto di lavoro, alla luce di tutte le circostanze concrete che si sono evidenziate.

Il datore di lavoro può controllare il profilo social dei dipendenti

Non sono poche le sentenze che hanno ritenuto legittimo il licenziamento del dipendente per post sui social poco rispettosi nei confronti del datore o dell’azienda. Chi parla male del luogo di lavoro, chi critica aspramente i superiori gerarchici o i colleghi può ben perdere il posto o comunque subire un procedimento disciplinare. Il suo comportamento viene infatti ritenuto irrispettoso dell’obbligo di fedeltà che dovrebbe legarlo al datore. 

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note

[1] Cass. n. 1519/93; Cass. n. 1355/87

[2] Trib. Bergamo, sent. del 24.12.2015.

Autore immagine: depositphotos.com

Tribunale Bergamo, 24/12/2015

FATTO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Le domande del ricorrente, (omissis), devono essere respinte, essendo risultata la legittimità e la ritualità del licenziamento impugnato.

Il ricorrente è dipendente della (omissis)dal 4 agosto 2010 con mansioni di operaio addetto allo stampaggio, ed inquadramento al livello H del CCNL Gomma Plastica.

Con lettera di contestazione del 4 maggio 2015 la società scriveva al dipendente: “Ai sensi e per gli effetti dell’art. 7 l. 300/1970, essendo di recente venuti a conoscenza di una grave circostanza, con la presente siamo a contestarLe quanto segue: “abbiamo una fotografia (che alleghiamo in copia alla presente contestazione) che la ritrae insieme ad un’altra persona, mentre Lei tiene in mano un’arma. Tale fotografia è stata da lei inviata ai dipendenti della Scrivente. I fatti di cui sopra integrano gli estremi di un grave inadempimento agli obblighi contrattuali, alla policy aziendale nonché agli obblighi di correttezza e buona fede che devono animare ogni rapporto di lavoro oltre a ledere grandemente il vincolo di fiducia e pertanto, a titolo meramente cautelativo, con la presente disponiamo la Sua immediata sospensione dal servizio fino a nostra ulteriore comunicazione. Ci permettiamo sin d’ora di precisare che, purtroppo, in società nell’anno 2002 si è verificato un omicidio perpetrato da un dipendente e quindi non Le nascondiamo che quanto sopra ha suscitato in noi grave turbamento”.

Allegava alla contestazione la fotografia che è, in buona sostanza, l’oggetto principale del presente giudizio. Essa ritrae il ricorrente abbracciato al fratello, il quale foggia su un tavolo un vistoso tatuaggio, su un braccio molto robusto. Entrambi hanno in mano una pistola ed in particolare il fratello la mostra al mondo, a mò di lata minaccia. Il ricorrente ha un atteggiamento meno esplicito, nel senso che le movenze del suo corpo non sono aggressive. Il ricorrente rispondeva alla lettera di contestazione tramite sindacato ed eccepiva l’infondatezza, l’insussistenza e la genericità degli addebiti ivi formulati e contestava il carattere discriminatorio e ritorsivo della sospensione dal servizio.

Con lettera del 15 maggio 2015, la società intimava il licenziamento per giusta causa. Scriveva: “riteniamo che il comportamento a Lei contestato, in relazione all’episodio di cui sopra, rientri tra quelli sanzionabili e valutando la gravità dello stesso, alla luce del grave episodio accaduto nel 2002 nei locali della scrivente società, di cui Le abbiamo dato conto nella lettera di contestazione, ci vediamo costretti ad applicarLe il licenziamento disciplinare per giusta causa.”

In sostanza la società contestava al ricorrente l’esistenza della fotografia che lo ritraeva insieme ad un altro (il fratello) con le armi in mano, ed il fatto che la foto fosse pervenuta (poi si scoprirà via Facebook) ai colleghi, che l’avevano mostrata al datore di lavoro. La società aveva usato il verbo ‘inviare’. Il ricorrente era però messo in condizione di capire ed apprezzare la portata dell’addebito, grazie anche alla presenza della fotografia in allegato all’addebito. Certo egli sapeva che essa era stata ricavata da Facebook. La fotografia rendeva determinato e comprensibile l’addebito.

La parte ricorrente sostiene nel presente giudizio l’inesistenza del fatto posto a base del licenziamento perché la foto non era stata inviata, in subordine la mancanza di lesività dello stesso fatto perché le pistole erano armi giocattolo (era un consesso di gioco coi bambini, secondo la difesa), ed infine la sproporzione della sanzione.

Innanzitutto, quindi, sulla base del tenore della lettera di licenziamento, il lavoratore sostiene la inesistenza del fatto posto a fondamento del provvedimento di licenziamento. Ma il datore di lavoro, pur essendo stato un po’ approssimativo (non aveva menzionato Facebook) aveva individuato perfettamente i fatti fondamentali: aveva allegato la fotografia in cui il ricorrente aveva potuto immediatamente riconoscersi, aveva spiegato che i colleghi ne erano venuti in possesso, aveva sottolineato il clima di diffusa paura che si era creato in azienda, sottolineando implicitamente che proprio in quell’ambiente avrebbe dovuto usarsi maggior cautela, dato che tutti erano scossi da un precedente macabro e terrificante omicidio (v. Sentenza penale in atti a carico di un dipendente).

Il fatto come contestato si era effettivamente realizzato, nonostante il datore di lavoro abbia descritto un ‘invio’ della foto.

‘Postare’ immagini su ‘Facebook’ equivale, infatti, nella buona sostanza ad inviarle alle persone del proprio circolo di amicizie. La facilità di accesso alle caselle dei colleghi e degli amici, quando anche non sia stata ‘chiesta’ o ‘concessa’ una preventiva amicizia, è oramai un fatto notorio. Tali social mirano proprio a creare un network di conoscenze e scambi fitti di informazioni, foto ed esperienze.

Continuamente circolano, in via satellitare al profilo, numerose immagini ed ‘indirizzi’ Facebook di chiunque viva nella stessa zona o lavori nella stessa azienda e basta un piccolo ‘click’ per entrare in comunicazione. Le comunicazioni tra molti sono semplici, immediate, agili. Facebook è un modo nuovo, all’origine alternativo, e socialmente raffinato, di esibire e di rendere pubbliche notizie sulla propria vita tra gli amici, gli amici degli amici e via via in cerchie sempre più larghe.

Non è affatto difficile capire come, attraverso questo meccanismo di pubblicazione, i colleghi abbiano visto la foto e non è difficile credere che la platea e poi il datore di lavoro si siano spaventati.

Le allegazioni delle parti ed i liberi interrogatori hanno poi consentito di dare ingresso ad altri significativi aspetti che circondano la vicenda.

Il ricorrente dal suo canto ha sostenuto nel libero interrogatorio che si trattasse di armi giocattolo. Tuttavia è intuitivo che non vi è alcuna certezza di questo e le armi non sembrano avere un tappo. Si parla di giochi coi bimbi ma la assenza di questi lascia trasparire chiaramente altro: la foto appare una inequivoca espressione di virilità e di forza.

Il datore di lavoro ha poi narrato – sempre nel libero interrogatorio – che il fratello del ricorrente, ritratto nella foto, aveva lavorato per la azienda ed era stato allontanato perché in un diverbio aveva ferito un altro dipendente, tal (omissis). Questo rende ancor più credibile che i colleghi di lavoro fossero spaventati. Sicuramente in futuro avrebbero trattato il ricorrente in modo timoroso, impacciato ed innaturale, per evitare di avere problemi.

Secondariamente il datore di lavoro ha narrato di essere ancora scosso dal fatto che un omicidio fosse avvenuto nel 2002 negli spogliatoi della sua azienda.

Lo stato di timore e dispiacere è sincero. Dalla lettura degli atti del processo penale si ricava che l’omicidio era stato violento e premeditato: si era strappata la vita ad una giovane donna per motivi abbietti e luridi a sfondo sessuale, con un agguato al mattino prestissimo, nei locali della azienda, dove la vittima si sentiva al sicuro. Il datore di lavoro da quel momento aveva improntato alla prudenza la policy aziendale, sottoponendo ad esempio periodicamente ai lavoratori dei questionari sui loro sentimenti anche a proposito della soddisfazione umana, della collaborazione, dell’affidabilità e del senso di sicurezza (v. documenti in atti).

Il ricorrente a questo punto avrebbe dovuto rendersi conto del clima della azienda, perché ne era parte da cinque anni, e avrebbe dovuto, nell’ambito dei propri generici doveri di collaborazione, farsi parte attiva di questa necessità di sicurezza.

Infine il ricorrente aveva collezionato qualche sanzione disciplinare (v. documenti del datore di lavoro) per i fatti più disparati (varie negligenze nella esecuzione del lavoro e ritardo, abbandono del posto di lavoro e simili), che come è noto incidono sulla valutazione del suo profilo psicologico e soggettivo e correlativamente sul senso di sfiducia del datore di lavoro. Invero, in questo caso, a ben guardare, è sufficiente di per sé il fatto contestato.

E’ infatti noto che il concetto di giusta causa non si limita all’inadempimento lavorativo tanto grave da giustificare la risoluzione immediata del rapporto di lavoro, ma si estende anche a condotte extralavorative che, seppur estranee alla prestazione che è oggetto del contratto, possono comunque essere tali da ledere il vincolo fiduciario.

La possibile rilevanza, come giusta causa di licenziamento, anche di condotte extralavorative è ormai generalmente riconosciuta, rimanendo scontato che questa non riguarda qualunque comportamento esterno agli obblighi lavorativi e all’ambito lavorativo: esistono condotte concernenti la vita privata del lavoratore che possono in concreto risultare idonee a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario che connota il rapporto di subordinazione, nel senso che mostrano di riflettersi sulla funzionalità del rapporto compromettendo le aspettative d’un futuro affidabile (nel senso più lato) adempimento dell’obbligazione lavorativa (cfr., ex plurimiis Cass. n. 1519/93; Cass. n. 1355/87).

Il processo si è arricchito di elementi accessori in relazione alla qualità delle parti e alla loro posizione, all’immagine esterna dell’azienda, alla necessità di sicurezza nonché al grado di affidamento richiesto dalle specifiche circostanze.

Concludendo: il comportamento di onorare e celebrare le armi (anche solo per leggerezza) è comunque in assoluto contrario al nostro assetto costituzionale ed è tale da ledere gli interessi morali e materiali del datore di lavoro già in generale ed in assoluto; in aggiunta, nel caso in oggetto è idoneo a comprometterne il rapporto fiduciario in modo irreversibile, la stessa funzionalità ed il sereno, normale svolgimento del rapporto di lavoro, alla luce di tutte le circostanze concrete che si sono evidenziate.

A proposito della funzionalità, infatti, si sottolinea ancora una volta che il metus che intendeva incutere il fratello del ricorrente nei confronti evidentemente di chi venisse a contatto con la sua famiglia, si pone in contrasto immediato e attuale, non solo potenziale con gli scopi aziendali (cfr. Cass. n. 15654/12). Avrebbe creato un clima particolare tra i colleghi, che non a caso aveva avvertito subito il datore di lavoro.

La sanzione è dunque per tutti questi aspetti senza dubbio proporzionata.

Da ultimo le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bergamo, in funzione di Giudice del Lavoro, pronunziando ex art. 1 comma 48 l.92/2012, respinge il ricorso proposto da (omissis); 2) condanna il ricorrente (omissis) al pagamento delle spese di lite che liquida in complessive euro 1.000,00 oltre iva e cassa, a favore della società (omissis).

Bergamo 24 dicembre 2015


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