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Come non pagare i debiti del defunto

22 Aprile 2022 | Autore:
Come non pagare i debiti del defunto

C’è un modo per evitare di accollarsi le imposte non versate dal de cuius o le pretese dei creditori. Ma attenzione ai tempi e alle decisioni irrevocabili.

Chi si trova nel ruolo di erede legittimario deve prendersi oneri e onori nel momento in cui viene a mancare la persona che gli lascia il patrimonio. Insieme a soldi, immobili o titoli di investimento, infatti, possono arrivare anche dei crediti vantati da chi ha atteso invano un pagamento arretrato dalla persona scomparsa. Non tutti, però, sono chiamati a rispondere all’Agenzia delle Entrate o ad altri creditori. Come non pagare i debiti del defunto?

La giurisprudenza si è pronunciata più volte su questo argomento e, recentemente, ci sono state non una ma ben due sentenze depositate quasi in contemporanea che ribadiscono un concetto già espresso in passato. Un modo per non pagare i debiti del defunto c’è ma potrebbe comportare qualche sacrificio: basta rifiutare l’eredità. In toto, però, non in parte. Tutto o niente, insomma. Oneri e onori. Vediamo cosa ne dicono i giudici.

Cosa comporta la rinuncia all’eredità?

Un particolare tutt’altro che secondario è quello che la Cassazione aveva evidenziato qualche tempo fa [1] nel pronunciarsi sulle conseguenze della rinuncia all’eredità. Si tratta dell’effetto retroattivo di questo gesto. In pratica, nel momento in cui viene aperta la successione, l’erede che ha rinunciato al lascito non viene ritenuto responsabile del debito tributario del defunto. Proprio questa caratteristica retroattiva consente al potenziale erede di formalizzare la rinuncia anche in un secondo momento, dopo che ad apertura di successione ormai avvenuta, arrivino gli avvisi di liquidazione diventati definitivi per mancanza di impugnazione.

Ma qui è opportuno fare un passo indietro. C’è una differenza sostanziale tra la persona «chiamata all’eredità» e l’erede vero e proprio. La prima è quella che, avvenuto il decesso di un parente, può potenzialmente partecipare alla successione, sia sulla base di quanto disposto dalla legge sia perché compare nel testamento del defunto, ma deve ancora decidere se accettare o meno.

L’erede vero e proprio, invece, è la persona chiamata all’eredità che fa un ulteriore passo avanti e accetta formalmente l’eredità.

Pertanto, il «chiamato»:

  • non è tenuto a presentare la dichiarazione di successione se rinuncia all’eredità entro il termine stabilito dalla legge (di norma dieci anni dall’apertura della successione) e lo comunica all’Agenzia delle Entrate;
  • non deve pagare i debiti del defunto finché non accetta formalmente l’eredità;
  • ha dieci anni di tempo dall’apertura della successione per accettare espressamente l’eredità del defunto;
  • si libera dal vincolo di ogni debito del defunto in maniera definitiva nel momento in cui rinuncia all’eredità, con effetto retroattivo dalla data di morte del defunto.

Chi non deve pagare i debiti del defunto?

Riassumendo, ci sono due categorie che non devono pagare i debiti del defunto, cioè:

  • chi è chiamato all’eredità ma non l’ha ancora accettata entro dieci anni dall’apertura della successione;
  • chi ha espressamente rinunciato all’eredità entro dieci anni dall’apertura della successione.

Il concetto è stato ribadito, come abbiamo accennato, da due sentenze recentemente depositate, una della Commissione tributaria provinciale di Milano [2] e l’altra della Cassazione [3].

Nel caso esaminato a Milano, i giudici hanno dato ragione ad un contribuente che non aveva pagato le imposte non versate dal padre deceduto, nonostante le sollecitazioni del Fisco, poiché aveva rinunciato all’eredità con un’espressa dichiarazione. Tale documento, infatti, tiene separati i due patrimoni, quello del defunto e quello del rinunciatario. Quest’ultimo, concludono i giudici, non può essere pertanto aggredito.

Caso simile quello valutato dalla Suprema Corte che, nella sua sentenza, ribadisce: «In tema di imposta di successione, il presupposto dell’imposizione tributaria va individuato nella chiamata all’eredità e non già nell’accettazione; tale individuazione resta tuttavia condizionata al fatto che il chiamato acquisti poi effettivamente la qualità di erede, per cui l’imposta va determinata considerando come eredi i chiamati che non provino di aver rinunciato all’eredità o di non avere titolo di erede legittimo o testamentario».

Come evitare di pagare i debiti del defunto?

Tutto ciò porta alla domanda di fondo: come non pagare i debiti del defunto? La risposta apparirebbe semplice. Se la situazione apparisse grigia all’apertura della successione, basterebbe attendere dieci anni prima di accettare l’eredità. In quel decennio, nessuno può pretendere alcunché dal chiamato all’eredità.

Non solo. Occorre precisare un altro aspetto. Abbiamo detto che la rinuncia all’eredità o la sua accettazione devono essere fatte entro dieci anni dall’apertura della successione. L’accettazione non è mai revocabile: chi dice di prendersi i famosi oneri e onori non può più tirarsi indietro. Può, invece, farlo chi rinuncia all’eredità, sempre entro i dieci anni dall’apertura della successione.

In altre parole: è possibile rinunciare all’eredità o accettarla dopo nove anni e 11 mesi dal decesso del «de cuius». In questo modo, è molto probabile che alcuni debiti vadano in prescrizione o siano già stati assolti perché il creditore ha rinunciato alle proprie pretese.

Attenzione, però. Perché come in ogni regola, anche qui c’è l’eccezione. Il termine dei dieci anni si accorcia nel caso in cui l’erede sia in possesso dei beni da ereditare, magari perché conviveva con il defunto. Occorrerà a questo punto fare un inventario entro 40 giorni e dichiarare, entro i successivi tre mesi, se intende accettare o meno l’eredità. Se non fa tutto ciò, viene considerato erede effettivo, come se avesse accettato.

Inoltre, non è possibile rinunciare all’eredità se il chiamato all’eredità è stato in possesso dei beni per un periodo superiore a tre mesi dopo l’apertura della successione.


note

[1] Cass. ord. n. 24317 del 3.11.2020.

[2] Ctp Milano sent. n. 1099/2022.

[3] Cass. sent. n. 11832/2022.


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