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Tribunali: come conciliare

22 Settembre 2014
Tribunali: come conciliare

Processo civile: mediazione obbligatoria, mediazione delegata e proposta conciliativa o transattiva; così si orientano i tribunali.

Nei tribunali prende sempre più piede la conciliazione tra le parti: una soluzione bonaria della vicenda, con reciproca rinuncia parziale alle rispettive pretese. In cambio di una giustizia più veloce e meno rischiosa.

Gli strumenti che consentono l’accordo – introdotti un anno fa dal decreto legge del Fare [1] – sono il tentativo obbligatorio di mediazione, la mediazione delegata [2] e la proposta conciliativa o transattiva formulata dal giudice [3].

Si tratta di strade che, nei primi 12 mesi di applicazione della riforma, sono state battute in molti tribunali italiani (da quelli metropolitani a quelli più piccoli).

1 | La proposta giudiziale [3]

Il giudice alla prima udienza o comunque entro la fine dell’istruzione della causa, può formulare alle parti una proposta conciliativa o transattiva, se valuta che sia possibile, tenuto conto della natura del giudizio, del valore della controversia e dell’esistenza di questioni di facile e pronta soluzione di diritto.

Si tratta di una proposta, come ha chiarito la giurisprudenza [4], connotata da una dose di equità. Tentare di chiudere in questo modo la lite è considerato particolarmente utile nel caso di controversie che vertono su questioni seriali [5].

Inoltre, la proposta può tenere conto anche delle questioni di lite tra le parti che non sono oggetto del processo in corso, ma pur sempre connesse con questo, di modo che l’assetto conciliativo vada a comporre il conflitto nel suo complesso e non solo la singola controversia [6].

Le parti devono accogliere e valutare con serietà la proposta conciliativa: secondo i giudici, il comportamento agnostico e deresponsabilizzato della pubblica amministrazione rispetto a una proposta giudiziale può condurre a una responsabilità per danno erariale [7].

2 | L’ordine di mediazione

Il giudice ha inoltre il potere di disporre il tentativo di mediazione. Lo può fare sia in primo grado, sia in appello, dopo avere valutato la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti. In questo caso, l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale anche in sede di appello.

La giurisprudenza ha chiarito che il giudice può ordinare alle parti di “trasferirsi” di fronte a un organismo anche quando la mediazione sia stata già oggetto di un altro tentativo svolto in precedenza, eventualmente anche come condizione per continuare la causa (cosiddetta “condizione di procedibilità”) [8].

Il principio di effettività della mediazione disposta dal giudice (ma anche di quella obbligatoria per legge) costituisce l’interpretazione che più di tutte le altre ha caratterizzato la nuova mediazione delegata. Le parti devono partecipare personalmente (e solo in via eccezionale possono essere sostituite da un procuratore), assistite dai rispettivi avvocati e devono effettivamente svolgere la mediazione. Fermare la procedura nella fase informativa del procedimento non consente di ritenere esperito il tentativo e la procedura deve essere completata, pena la declaratoria di improcedibilità del giudizio in corso [9].

Due vie nella stessa causa

La proposta conciliativa del giudice e l’ordine di andare in mediazione possono essere utilizzate in maniera congiunta se si ritiene che la mancata adesione delle parti alla proposta lasci comunque aperti gli spazi per una mediazione. È questa una delle precisazioni [10] che emergono analizzando la giurisprudenza del primo anno di operatività dei nuovi strumenti conciliativi.

Quanto alla mediazione ordinata dal giudice, è stato affermato che prescinde dalla natura della controversia (cioè dall’elenco delle materie sottoposte alla mediazione obbligatoria). La domanda di mediazione va presentata depositando un’istanza presso un organismo nel luogo del giudice territorialmente competente per la controversia; dato che si tratta di norme legate alla mera competenza territoriale, le parti – se tutte d’accordo – possono derogarvi rivolgendosi, con domanda congiunta, a un altro organismo [11]. Peraltro, per prevenire possibili dubbi o contestazioni, il giudice potrà indicare il criterio territoriale in base al quale le parti potranno selezionare l’organismo di mediazione [12].

Il tribunale di Roma [13] ha poi affrontato il tema del giustificato motivo che consente alla parte chiamata in mediazione di restare assente senza rischiare le sanzioni previste dalla legge. In primo luogo, non si può invocare quale giustificato motivo l’erroneità della tesi della parte avversa. E se il giudice ritiene che la mancata comparizione della parte regolarmente invitata in mediazione sia ingiustificata potrà trarre argomenti di prova integrativi di prove già acquisite, ovvero potranno anche costituire unica e sufficiente fonte di prova. Inoltre, la mancata partecipazione della parte costituita in giudizio alla mediazione comporta non solo la condanna al pagamento in favore dell’Erario di un importo pari al contributo unificato dovuto per il processo, ma può condurre a ritenere sussistente una responsabilità processuale aggravata a carico della parte soccombente.


note

[1] DL. n. 69/2013.

[2] Art. 5, comma 2, Dlgs 28/2010.

[3] Art. 185 bis cod. proc. civ.

[4] Trib. Roma, ord. del 21.10.2013.

[5] Trib. Fermo, ord. del 17.10.2013.

[6] Trib. Milano, ord. del 14.11.2013.

[7] Trib. Roma, ord. del 24.10.2013.

[8] Trib. Roma ord. del 5.12.2013.

[9] Trib. Firenze, ord. del 18.03.2013 e del 19.03.2013.

[10] Trib. Roma ord. del 30.09.2013.

[11] Trib. Milano ord. del 29.10.2013.

[12] Trib. Verona ord. del 27.01.2014.

[13] Trib. Roma, sent. del 29.05.2014.


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