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Nessun mobbing per le sporadiche persecuzioni, sul posto di lavoro, del datore

22 Settembre 2014
Nessun mobbing per le sporadiche persecuzioni, sul posto di lavoro, del datore

I comportamenti del datore di lavoro sul dipendente devono essere continui e finalizzati dal medesimo intento: quello di danneggiarlo ed emarginarlo.

Il tuo datore di lavoro ti sgrida di continuo? È spesso maleducato? Ti sembra avercela con te? Attento prima di avviarti in tribunale per una causa di mobbing: non sempre è detto che ricorrano tutti i presupposti per tale tipo di illecito. E, in caso contrario, un passo falso non potrebbe che ritorcersi contro il lavoratore.

Ecco perché è indispensabile comprendere bene quando si può davvero parlare di mobbing. E a tal fine corre in nostro soccorso una sentenza di venerdì scorso della Cassazione [1].

 

Perché scatti quella forma di persecuzione psicologica chiamata appunto mobbing lavorativo devono ricorrere diversi elementi:

1) una serie di comportamenti di carattere persecutorio da parte del datore di lavoro: ovviamente, la legge non dice quali comportamenti, ma sarà compito del giudice ritenere se essi abbiano un’incidenza tale da provocare un danno nel destinatario;

2) l’evento lesivo, ossia il danno alla salute nel dipendente;

3) un rapporto di causa-effetto tra le condotte del datore (requisito n. 1) e il danno subito dalla vittima (requisito n. 2);

4) la volontà cosciente, da parte del datore, di compiere una persecuzione; in pratica, tutti i comportamenti lesivi devono essere sorretti dal medesimo intento: quello di danneggiare il lavoratore [2].

In sintesi, il terrorismo psicologico che integra il mobbing richiede:

a) sotto un profilo oggettivo, la frequenza e ripetitività nel tempo dei comportamenti del datore comportanti abusi nei confronti del lavoratore;

b) sotto un profilo soggettivo, la coscienza e intenzione di causare danni attraverso la serie ripetitiva dei predetti abusi.

Ecco perché, se manca anche uno solo di tali elementi, non può esserci mobbing. Ed ecco anche la ragione per cui, se il comportamento “stressante” del datore di lavoro, benché ripetitivo, non è sorretto da un unico “piano”, ossia quello di danneggiare deliberatamente il dipendente, allora quest’ultimo non può dolersi (almeno ai fini del mobbing) del fatto che il primo si comporti in modo scostante, maleducato e magari anche infierendo sul più debole.

Mobbing è uguale a “persecuzione”; e tale la persecuzione richiede una serie continua di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all’obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo.


note

[1] Cass. sent. n. 19782/14 del 19.09.2014.

[2] Cass., sent. n. 12048/11, n. 7382/10.

Autore immagine: 123rf com


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