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Prestito con busta paga falsa: quali conseguenze?

27 Aprile 2022 | Autore:
Prestito con busta paga falsa: quali conseguenze?

Cosa succede se, per ottenere un finanziamento, si esibisce una documentazione reddituale contraffatta? È reato? Cosa si rischia?

Quando si va a chiedere un prestito in banca o ad una società finanziaria, bisogna dimostrare di essere in grado di restituirlo. Così una delle prime cose che l’incaricato della pratica vuole conoscere è l’ammontare del reddito e la sua fonte: preferibilmente, deve trattarsi di un lavoro stabile, e non occasionale, o di una pensione. Ogni tanto, qualcuno, privo di tali requisiti – ad esempio perché è disoccupato – trucca le carte, cercando di ottenere il prestito con una busta paga falsa. Quali sono le conseguenze di questo comportamento? Vediamo.

Busta paga falsa: come si crea e come si scopre

Creare una busta paga falsa, o “taroccata” in qualsiasi elemento, è molto facile da un punto di vista tecnico: bastano un computer, un software di videoscrittura, uno scanner ed una stampante per realizzare documenti di qualsiasi tipo, così facendo apparire, ad esempio, di essere dipendenti di una grande e prestigiosa azienda e di ricevere mensilmente una sostanziosa retribuzione. Le possibilità sono infinite: si può partire anche da una busta paga vera ed alterare alcuni dati interni, come quelli dell’intestatario, lasciando invariato l’importo della retribuzione. Ovviamente il richiedente prestito evita di fare ciò con la banca dove è correntista, che potrebbe facilmente verificare se a quelle buste paga corrispondono altrettanti accrediti in conto, e si rivolge ad altri istituti di credito o a società finanziarie dove non è personalmente conosciuto.

A livello amministrativo, invece, le cose non sono altrettanto semplici. Il fatto è che le banche e le migliori società finanziarie non sono disposte a farsi imbrogliare da truffatori più o meno improvvisati, e così, subito dopo aver ricevuto la domanda di prestito, svolgono alcune indagini sul richiedente per verificare la sua affidabilità creditizia e la sua solvibilità. Tra questi accertamenti preliminari ci sono anche quelli compiuti sulla documentazione reddituale, che nella prassi deve essere comprovata dalle buste paga o dai cedolini della pensione, ma non soltanto.

Per un professionista o un esperto commerciale non è affatto difficile scoprire se una busta paga è falsa, in quanto il documento contiene una vasta serie di elementi identificativi del dipendente e del datore di lavoro, che comprendono parecchi dati sul rapporto lavorativo instaurato, compresi i conteggi basati sui turni svolti e sulla retribuzione oraria prevista dal livello di inquadramento contrattuale. In caso di dubbi, chi eroga il finanziamento si cautela preliminarmente, chiedendo, oltre alla busta paga, anche gli estratti di conto corrente su cui viene accreditato lo stipendio, o gli estratti contributivi Inps.

Busta paga falsa: quali reati?

Se dai riscontri emerge una falsità nella busta paga – integrale o limitata ad alcuni dati, come ad esempio l’importo della retribuzione percepita – la richiesta di prestito viene bloccata e, ovviamente, il finanziamento non viene concesso. Altrimenti, se la somma è già stata erogata (questo avviene quando l’istruttoria della pratica viene svolta in modo “veloce”, come nel caso dei prestiti per l’acquisto di beni di consumo o talvolta anche di autovetture) è inevitabile una denuncia-querela per il reato di truffa, previsto e punito dall’art. 640 del Codice penale con pene detentive che possono arrivare fino a tre anni di reclusione. Infatti la busta paga falsa integra senza dubbio quegli «artifizi o raggiri» idonei a «indurre in errore» la banca o la finanziaria nel concedere il prestito, in modo da procurarsi un «ingiusto profitto» con correlativo danno per il soggetto erogante.

Anche se il reato non è stato portato a compimento, il soggetto finanziatore può decidere di sporgere ugualmente denuncia per truffa tentata, in quanto la presentazione di una busta paga falsa integra, a norma dell’art. 56 del Codice penale, gli «atti idonei, diretti in modo non equivoco» a realizzare un ingiusto profitto in danno della banca o della finanziaria alla quale è stata chiesta l’erogazione del prestito. In tali casi, la pena prevista per il reato consumato è ridotta da uno a due terzi.

Finanziamento ottenuto con busta paga falsa

Dalla falsificazione della busta paga allegata alla domanda di concessione di un prestito scaturisce un procedimento penale per truffa – consumata o tentata, a seconda che il finanziamento sia stato o meno ottenuto – a carico di chi aveva presentato la busta paga falsa; inoltre, la società finanziaria truffata ha diritto alla restituzione integrale dell’importo erogato, oltre agli interessi ed all’eventuale risarcimento dei danni.

Il truffatore non la passa liscia neanche se ha acquistato beni grazie al finanziamento concesso: queste cose possono essere sottoposte a sequestro, che, a seconda dei casi, può essere di tipo preventivo, oppure conservativo. A tal proposito ,una recente sentenza della Corte di Cassazione [1], che si è occupata del caso di un’autovettura acquistata con un finanziamento ottenuto grazie ad una busta paga falsa, ha stabilito che, anche quando non è possibile disporre il sequestro preventivo di tipo «impeditivo» (per evitare che la disponibilità della cosa aggravi ulteriormente le conseguenze del reato commesso), è sempre possibile richiedere, da parte del soggetto truffato il sequestro conservativo, del bene acquistato con il finanziamento.

Con questa misura – prevista dall’art. 316 del Codice di procedura penale – il creditore evita che si disperdano le garanzie per le «obbligazioni civili derivanti dal reato». In questo modo, la finanziaria truffata potrà soddisfarsi, se non riesce a riottenere la somma prestata, almeno sulle cose acquistate da chi ha ottenuto il finanziamento presentando una busta paga falsificata.


note

[1] Cass. sent. n. 15947 del 26.04.2022.


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