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Eredità: in che modo la legge tutela i rapporti di convivenza?

27 Aprile 2022
Eredità: in che modo la legge tutela i rapporti di convivenza?

Come tutelare il partner in caso di morte del convivente: i diritti sulla casa, sull’eredità, il testamento e la divisione con i figli. 

Fino a qualche anno fa, il convivente era considerato un estraneo: l’assenza di vincoli di parentela o di matrimonio con il partner faceva sì che, alla morte di questi, non potesse godere di alcuna tutela. Sicché, gli eredi del defunto potevano mandarlo via di casa ed escluderlo dalla spartizione di un patrimonio che, invece, spesso è costruito con gli sforzi di entrambi gli appartenenti alla coppia. Oggi, invece, con il riconoscimento delle convivenze operato in parte dalla magistratura, in parte dalla famosa legge Cirinnà, anche la famiglia di fatto ha raggiunto una sua dignità nell’ambito delle successioni (e non solo). 

Cerchiamo di comprendere allora, in tema di eredità, in che modo la legge tutela i rapporti di convivenza: quali diritti vanta il partner convivente alla morte dell’altro, gli è consentito di restare nella casa comune, ha la possibilità di ottenere la pensione di reversibilità, il Tfr del lavoratore e tutte le altre garanzie che vengono da sempre riconosciute alle coppie sposate? 

In questa breve guida forniremo alcune importanti spiegazioni sul tema. 

Il convivente è un erede legittimo?

La legge individua una categoria di eredi – chiamati eredi legittimari – costituita dai familiari più stretti a cui spetta sempre una quota del patrimonio del defunto. Si tratta di soggetti che non possono mai essere diseredati (salvo il caso di indegnità), neanche se c’è un testamento che dispone diversamente. 

Pertanto, il testatore deve sempre tenere conto delle quote spettanti agli eredi legittimari perché, in caso contrario, a questi è consentito contestare la ripartizione del patrimonio e “prendersi” ciò che la legge riconosce loro.

Gli eredi legittimari sono il coniuge e i figli o, in assenza di figli, i genitori. Questi non possono quindi mai essere esclusi dal testamento, gli altri invece sì.

Il convivente non è un erede legittimario. Sicché, il problema che si pone alla morte del partner, è la definizione dei rapporti tra questi e gli eredi legittimari che potranno contendergli una parte considerevole del patrimonio del defunto. Tali eredi legittimari, nel caso di specie, sono solo i figli (eventualmente avuti da una precedente unione), visto che, in una situazione di convivenza, è inverosimile che vi sia un coniuge. 

In teoria, un coniuge con cui il convivente superstite potrebbe avere a che fare potrebbe anche esserci. È il caso in cui il soggetto muoia dopo aver intrapreso la separazione da un precedente matrimonio. Come noto, infatti, la separazione non cancella i diritti ereditari (lo farà solo il definitivo atto di divorzio): sicché, il coniuge separato è ancora considerato un erede legittimario, a meno che, nel relativo giudizio, non gli sia stato imputato l’addebito, ossia la responsabilità per la fine del matrimonio (come nel caso di tradimento o di abbandono del tetto coniugale).

Quali diritti ha il convivente sulla casa comune?

Un modo per garantire al convivente una tutela dopo la propria morte è intestargli la casa o quantomeno la metà di essa (con una cointestazione). Il suo diritto di proprietà, in tal caso, è più “solido” e, anche se il partner superstite non è erede, resta comunque titolare del bene immobile che pertanto non cadrà in successione, almeno per la sua quota di proprietà.

In realtà, questa soluzione può trovare un lato debole. Difatti, l’intestazione gratuita della casa configura una donazione. Ebbene, entro 10 anni dalla morte, gli eredi legittimari possono impugnare tutte le donazioni che hanno leso le loro quote. Sicché, se il defunto ha di fatto diseredato i figli o comunque ha lasciato loro una parte ridicola del proprio patrimonio, questi potranno rivendicare la casa donata al convivente.

Indipendentemente da ciò, comunque, la legge riconosce al convivente superstite il diritto di abitazione all’interno della casa familiare per 2 anni o, se la convivenza dura da più di 2 anni, per un periodo pari alla durata della convivenza, ma non superiore a 5 anni. 

Se il superstite ha figli minori o disabili, il diritto di abitazione dura almeno 3 anni.

Tale diritto viene meno se il convivente superstite cessa di abitare stabilmente nella casa di comune residenza o in caso di matrimonio, di unione civile o di nuova convivenza di fatto.

Il convivente proprietario della casa familiare, per tutelare l’altro convivente in caso di propria morte, può anche costituire, in favore di questi, un diritto di usufrutto senza corrispettivo. Ciò può avvenire attraverso la stipula di un patto di convivenza. 

In caso di affitto della casa di comune residenza, alla morte del convivente conduttore (o anche in caso di suo recesso), il convivente di fatto ha facoltà di succedergli nel contratto.

Si può fare testamento a favore del convivente?

Non c’è forma più solida di garantire il convivente di fare testamento e citarlo. Ma come detto, il testatore deve prima riconoscere agli eredi legittimari – i figli, in questo caso – le quote spettanti loro per legge. La residua parte – la cosiddetta quota disponibile – potrà essere assegnata al partner.

Vediamo come deve essere la ripartizione dell’eredità tra figli e convivente:

  • in presenza di un solo figlio, a questi deve essere garantita metà del patrimonio. Sicché, l’altra metà potrà essere lasciata al convivente;
  • in presenza di due o più figli, a questi devono andare i due terzi dell’eredità; il residuo terzo può finire al convivente;
  • in presenza dell’ex coniuge separato e non ancora divorziato, a questi va metà del patrimonio. L’altra metà può finire al convivente;
  • se, insieme all’ex coniuge separato e non ancora divorziato, c’è un figlio, al primo va un terzo dell’eredità e al secondo l’altro terzo. La residua parte del patrimonio può essere lasciata al partner;
  • se, insieme all’ex coniuge separato e non ancora divorziato, ci sono due o più figli, al primo va un quarto dell’eredità, mentre gli altri due quarti devono finire ai figli. Il residuo quarto potrà finire al convivente. 

Se i genitori del convivente defunto sono ancora in vita e questi però non ha lasciato figli, a loro spetta una quota dell’eredità. In tal caso:

  • ai genitori è riservato un terzo del patrimonio: è quindi possibile lasciare i restanti due terzi al convivente;
  • se insieme ai genitori c’è il coniuge separato, ai primi dovrà essere garantito un quarto del patrimonio e al secondo la metà: è quindi possibile lasciare il restante quarto del patrimonio al convivente.

Al convivente spetta il risarcimento per la morte del partner?

Se il convivente muore in conseguenza di un reato o di un fatto illecito, al convivente spetta il diritto al risarcimento del danno, proprio come se fosse una persona sposata.  

Al convivente spettano pensione di reversibilità e Tfr?

Se la convivenza non è stata registrata in Comune, al partner superstite non spetta la pensione di reversibilità (diversamente dal coniuge superstite); egli infatti non è incluso espressamente tra i soggetti che possono beneficiarne. Tale diritto spetta invece ai figli del convivente defunto.

Diverso è il caso della convivenza registrata in Comune: in tale ipotesi, la reversibilità spetta al convivente superstite.

Allo stesso modo, il convivente superstite non ha diritto ad alcuna quota di liquidazione del Tfr (trattamento fine rapporto).

Si può lasciare una polizza vita al convivente?

L’ultimo e assai utilizzato modo per tutelare il convivente in caso di propria morte è stipulare in suo favore una polizza vita in modo che l’assicurazione gli liquidi il premio in caso di decesso del contraente. 

La polizza vita non entra nella successione, ragion per cui non solo il risarcimento non deve essere diviso con gli altri eredi ma va riconosciuto anche laddove il partner superstite rinunci all’eredità.

È bene però ricordare che, anche in questo caso, gli eredi legittimari che abbiano ricevuto meno di quanto a questi spettante per legge, potrebbero aggredire la polizza: il versamento dei premi all’assicurazione viene visto infatti come una donazione in favore di terzi e, come noto, le donazioni possono essere contestate dagli eredi legittimari entro 10 anni dal decesso. 

Il partner convivente ha diritto alla restituzione delle spese per la casa?

Potrebbe poi avvenire che uno dei due conviventi spenda dei soldi per la ristrutturazione della casa. La legge in questi casi stabilisce che le migliorie apportate alla casa di uno dei due conviventi, con denaro dell’altro, restano acquisite all’immobile. Per cui, se non possono più essere separate senza danno all’appartamento, chi ha eseguito la spesa può chiedere il rimborso della somma investita in caso di rottura della relazione. Si deve, tuttavia, trattare di spese consistenti e di natura straordinaria: il rifacimento delle tubature, le mattonelle dei bagni, il parquet, gli infissi, la porta blindata, l’allarme. Sono, quindi, compresi tutti gli investimenti per la ristrutturazione. Per tutelare al meglio il convivente sarà bene o conservare tutte le ricevute di pagamento oppure sottoscrivere un accordo scritto con cui si stabilisce che, in caso di rottura della convivenza, verranno restituiti determinati importi.

Invece, mobili e arredi restano di proprietà di chi li acquista, salvo diversa regolamentazione nel contratto di convivenza.



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