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Stato di necessità: vale per salvare un animale?

1 Maggio 2022
Stato di necessità: vale per salvare un animale?

Si può contestare una multa se si dimostra che si doveva portare un cane o un gatto dal veterinario? Che succede se, per evitare un cane sulla strada, si fa un incidente stradale? 

Lo stato di necessità vale per salvare un animale in pericolo e nello stesso tempo evitare sanzioni penali o multe stradali? 

Ipotizziamo il caso di una persona che, per trasportare d’urgenza il proprio cane dal veterinario, passi col semaforo rosso. O al caso di chi, per non investire un cane comparso sul più bello al centro della strada, sterzi sul marciapiede investendo un passante. Ebbene, in queste ipotesi, è possibile appellarsi allo «stato di necessità» per non subire le conseguenze giuridiche delle proprie azioni?

Sull’applicabilità dello stato di necessità per salvare un animale, come un cane o un gatto, si è più volte espressa la Cassazione. Per comprendere il pensiero della Corte è però bene partire dal dato normativo.

Cos’è lo stato di necessità?

A norma dell’articolo 54 del Codice penale non può essere punito chi commette un illecito perché costretto dalla necessità di salvare sé o altri da un pericolo attuale di un danno grave alla persona. 

Il pericolo non deve essere stato da lui volontariamente causato, né deve essere altrimenti evitabile. In ogni caso, il comportamento illecito deve essere proporzionato al pericolo.

Tale causa di giustificazione, che esclude la punibilità, si applica sia agli illeciti penali che a quelli amministrativi (come le violazioni del Codice della strada). L’estensione agli illeciti amministrativi è prevista dall’articolo 4 della legge 689/1981 a norma del quale «Non risponde delle violazioni amministrative chi ha commesso il fatto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima ovvero in stato di necessità o di legittima difesa».

Così, ad esempio, una persona che trasporta in auto un ferito grave e si sta dirigendo al pronto soccorso con estrema urgenza può ben contestare eventuali multe che la polizia, magari con l’ausilio di una telecamera, dovesse elevargli.

Quando opera lo stato di necessità?

Per lo stato di necessità è necessario che sussista un’effettiva situazione di pericolo imminente di un grave danno alla persona, non altrimenti evitabile. Rientra nello stato di necessità anche l’erronea convinzione, provocata da circostanze oggettive, di trovarsi in tale situazione.

Come visto, la norma fa salva l’esigenza di salvare la propria o l’altrui «persona». Non si parla invece di animali. A questo punto non resta che verificare se, secondo l’interpretazione dei giudici, gli animali possono essere equiparati alle persone e quindi la loro tutela possa giustificare la commissione di un illecito.

Lo stato di necessità vale per salvare un animale in pericolo?

Secondo la giurisprudenza gli animali, per quanto esseri “senzienti” (ossia che possono percepire dolori ed emozioni), sono equiparati alle cose. 

Non esiste, per la legge, una categoria intermedia tra “persone” e “cose”; ragion per cui gli animali, essendo pacifico che non sono esseri umani, rientrano in questa seconda categoria. 

Quanto sopra è stato più volte chiarito dalla Cassazione [1] secondo cui, pertanto, lo stato di necessità non è invocabile quando la situazione di pericolo riguardi un animale, proprio perché l’articolo 54 del Codice penale esclude la punibilità solo in presenza di un «pericolo attuale di un danno grave alla persona», senza far alcun accenno agli animali. 

Multa presa per portare d’urgenza un cane dal veterinario

Lo stato di necessità non è invocabile neanche quando si tratta di contestare una multa stradale come quella per eccesso di velocità compiuto dal padrone di un cane [1] o di un gatto [2] che si sia affrettato a trasportarlo presso il veterinario perché in pericolo di vita.

Per non investire un cane fa incidente stradale: di chi è la colpa?

Quanto abbiamo appena detto ha delle grosse implicazioni in caso di incidenti stradali. Si pensi al caso di un conducente che, trovandosi sul bel mezzo della strada un cane, per non investirlo (in quanto particolarmente sensibile alla tutela degli animali), sterzi e vada a sbattere contro un’altra auto proveniente dal senso opposto di marcia, causando gravi ferite al conducente. Cosa succede in un caso del genere? Ebbene, la responsabilità dell’incidente è da attribuirsi a chi ha compiuto la manovra d’urgenza: questi non solo sarà tenuto a risarcire i danni all’altro conducente (ovviamente per il tramite della propria assicurazione) ma sarà anche passibile di un procedimento penale per il reato di lesioni. Anche in questa ipotesi, dunque, l’automobilista non potrà appellarsi allo stato di necessità per salvare la vita del cane. 

Potrà tutt’al più rivalersi sul Comune perché non ha adempiuto all’obbligo di arginare il randagismo. Ma su questo fronte vi sono ulteriori limitazioni: secondo la Cassazione, infatti, l’obbligo di risarcimento del danno scatta solo quando il Comune era stato in precedenza informato circa la presenza di cani randagi in loco.

In questi casi, si potrebbe comunque invocare, se non lo stato di necessità, il caso fortuito, ossia un evento imprevedibile e inevitabile che abbia reso necessaria la condotta illecita. 


note

[1] Cass. sent. n. 4834/2018.

[2] Cass. sent. n. 1451/2009.

Cassazione civile sez. II, 19/06/2009, (ud. 24/03/2009, dep. 19/06/2009), n.14515

Fatto

B.C. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza indicata in epigrafe con cui il Giudice di Pace aveva rigettato l’opposizione dal medesimo proposta avverso il verbale di contravvenzione elevato per violazione dell’art. 142 C.d.S., comma 8, escludendo che potesse configurare l’esimente dello stato di necessità o quella dell’adempimento del dovere, invocate dal ricorrente quale causa di esclusione della punibilità dell’illecito contestato, la circostanza che il medesimo stava trasportando d’urgenza presso un veterinario una gattina gravemente ferita che aveva prima raccolto.

Non ha svolto attività difensiva l’intimato.

Attivatasi procedura ex art. 375 c.p.c. il Procuratore Generale ha inviato richiesta scritta di rigetto del ricorso per manifesta infondatezza.

Il ricorso è manifestamente infondato e va rigettato.

Deve, infatti, disattendersi l’unico motivo con cui il ricorrente, lamentando violazione e falsa applicazione di norme di diritto, ha censurato la decisione gravata che, nell’escludere l’applicazione delle esimenti invocate ai sensi della L. n. 689 del 1981, art. 4 e dell’art. 51 cod. pen., aveva omesso di prendere in considerazione la complessa normativa in materia di tutela degli animali, che punisce il loro abbandono. La ratio delle scriminanti contenute nelle norme richiamate andava ricercata nel principio di non contraddizione, non potendo l’ordinamento attribuire un diritto nonchè imporre un dovere ed al contempo incriminarne l’esercizio e il suo adempimento. Orbene, la sentenza impugnata ha correttamente ritenuto insussistenti i presupposti per l’applicabilità delle scriminanti di cui agli artt. 54 e 51 cod. pen.. Al riguardo, va considerato che l’esclusione della responsabilità per violazioni amministrative derivante da “stato di necessità”, secondo la previsione della L. n. 689 del 1981, art. 4, postula, in applicazione degli artt. 54 e 59 cod. pen., che fissano i principi generali della materia, una effettiva situazione di pericolo imminente di danno grave alla persona, non altrimenti evitabile, ovvero l’erronea persuasione di trovarsi in tale situazione, persuasione provocata da circostanze oggettive. La norma, escludendo in via eccezionale la illiceità del fatto, prevede l’esimente qualora la violazione del bene protetto dalla norma che sancisce l’illecito amministrativo sia determinata dalla necessità di salvare un bene che sarebbe altrimenti leso – quello relativo alla persona – che, secondo una razionale valutazione comparativa compiuta dal legislatore nell’ambito della discrezionalità al medesimo riservata, è stato considerato evidentemente e logicamente prevalente:

pertanto, appare del tutto fuori luogo invocare lo stato di necessità nel caso del pericolo concernente un animale. Nè, d’altra parte, può essere ragionevolmente invocata l’esimente dell’adempimento di un dovere di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 4 e art. 51 cod. pen., tenuto conto che la stessa ricorre nel casi in cui una specifica norma o l’ordine legittimo dell’autorità imponga all’agente il dovere di tenere una condotta nello svolgimento della quale sia consumato l’illecito previsto dalla legge, come nel caso in cui l’azione sia posta in essere dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio dei doveri istituzionali: tale ipotesi non è certo configurabile nella specie, non essendo a tal fine pertinente il richiamo delle disposizioni che puniscono i comportamenti volontariamente posti in essere in danno degli animali ma che certamente non impongono nè autorizzano che, per salvare un animale ferito raccolto per strada, sia messa in pericolo l’incolumità delle persone, cioè il bene tutelato dalla norma che prevede e punisce la violazione dei limiti di velocità.

Non diversamente deve ritenersi a proposito dell’esimente dell’esercizio di un diritto, pure disciplinata dalla L. n. 689 del 1981, art. 4 e art. 51 cod. pen., tenuto conto che, al fine di escludere la punibilità, non solo è necessario che l’ordinamento giuridico attribuisca un diritto ma occorre altresì che la legge consenta,per lo meno implicitamente, di eseguirlo mediante quella determinata azione che di regola configura un illecito: il che, per quel che si è detto, non ricorre nella specie.

Non va adottata alcuna statuizione in ordine alla regolamentazione delle spese relative alla presente fase, non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

PQM

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 24 marzo 2009.

Depositato in Cancelleria il 19 giugno 2009

Cassazione civile sez. VI, 01/03/2018, (ud. 16/11/2017, dep. 01/03/2018), n.4834

IN FATTO E IN DIRITTO

1. – Sanzionato per violazioni degli artt. 141,146, e 148 C.d.S., commesse il (OMISSIS) (sorpasso di autovetture ferme ad un semaforo rosso, invasione dell’opposta corsia di marcia, violazione dello stesso semaforo rosso e velocità pericolosa in centro abitato), il Dr. G.R., medico veterinario, proponeva opposizione L. n. 689 del 1981, ex art. 22, invocando a sostegno l’esimente di aver agito per la necessità di provvedere a delle cure urgenti su di un cane “affetto da osteosarcoma in fase terminale” (v. pag. 2 del controricorso).

Il giudice di pace di Ancona accoglieva l’opposizione.

L’appello del Ministero dell’Interno e della Prefettura – U.T.G. di Ancona era respinto dal Tribunale di Ancona, con sentenza n. 304/14. Il giudice di secondo grado riteneva di uniformarsi a Cass. penale n. 25526/09, ed osservava che nel concetto di stato di necessità ai sensi dell’art. 54 c.p., è inclusa ogni altra situazione che induca all’uccisione o al danneggiamento dell’animale per evitare un pericolo imminente o per impedire l’aggravamento di un danno giuridicamente apprezzabile alla persona propria o altrui o ai beni, quando tale danno l’agente ritenga altrimenti inevitabile, e che un cane (in disparte il rispetto per la sua vita) è sicuramente un bene patrimoniale. Infine, condannava la Prefettura alle spese e al pagamento della somma di Euro 1.000,00 per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., per aver sanzionato il veterinario (peraltro scortato nell’occasione dagli stessi agenti accertatori per arrivare a destinazione) per aver cercato di raggiungere al più presto un proprio “paziente”.

2. – La cassazione di tale sentenza è chiesta dal Ministero dell’Interno e della Prefettura – U.T.G. di Ancona sulla base di due motivi.

Resiste con controricorso G.R..

Su proposta d’accoglimento del consigliere relatore nominato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., il ricorso è stato avviato alla trattazione camerale ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., come modificato dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis, comma 1, lett. e), convertito, con modificazioni, dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197.

La parte controricorrente ha depositato memoria.

3. – Preliminarmente va respinta l’eccezione di tardività del ricorso.

In materia di cosiddetto termine lungo di impugnazione, l’art. 327 c.p.c., come novellato dalla L. n. 69 del 2009, art. 46, mediante riduzione del termine da un anno a sei mesi, si applica, ai sensi dell’art. 58 della medesima Legge, ai giudizi instaurati, e non alle impugnazioni proposte, a decorrere dal 4 luglio 2009, essendo quindi ancora valido il termine annuale qualora l’atto introduttivo del giudizio di primo grado sia anteriore a quella data (Cass. nn. 14267/15, 6784/12 e 6007/12).

Nella specie, depositata la sentenza impugnata il 18.2.2014, e non notificata, il ricorso è stato avviato alla notificazione il 1.10.2014, e dunque ampiamente entro l’anno dalla pubblicazione.

4. – Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione della L. n. 689 del 1981, art. 4 e art. 54 c.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 1, poichè, al contrario di quanto opinato dal Tribunale, lo stato di necessità sussiste solo qualora l’agente è proteso a salvare se stesso o altri da un danno grave alla persona, non al patrimonio. Il secondo motivo censura la violazione dell’art. 96 c.p.c., sia perchè l’opponente era stato sanzionato per le plurime violazioni al C.d.S. e non già per aver cercato di raggiungere un “paziente”, sia perchè la circostanza che gli agenti avessero scortato il G. nell’accompagnarlo a destinazione è del tutto irrilevante ai fini del giudizio.

4. – Il primo motivo è fondato.

Il Tribunale, infatti, ha erroneamente supposto di applicare il principio desumibile da Cass. penale n. 25526/09, mentre, in realtà, tale sentenza ha applicato l’esimente non dell’art. 54 c.p. (stato di necessità) ma dell’art. 52 c.p. (legittima difesa) in relazione all’uccisione, in periodo di divieto di caccia, di una volpe che si era altre volte introdotta nel pollaio in proprietà all’imputato, facendo razzia di polli e galline, e aggredendo la moglie dello stesso (da notare, poi, che le sentenze penali nn. 1963/98 e 8820/06, citate nella motivazione di detto precedente per ampliare il concetto penalistico di necessità, ma non l’esimente in sè dell’art. 54 c.p., si riferivano a loro volta al ben diverso concetto di necessità di cui all’art. 638 c.p.).

Tanto chiarito, va osservato che:

a) la costante giurisprudenza di questa Corte afferma che l’esclusione della responsabilità per violazioni amministrative derivante da “stato di necessità”, secondo la previsione della L. n. 689 del 1981, art. 4, postula, in applicazione degli artt. 54 e 59 c.p., che fissano i principi generali della materia, una effettiva situazione di pericolo imminente di danno grave alla persona, non altrimenti evitabile, ovvero l’erronea persuasione di trovarsi in tale situazione, in base alla verificazione di circostanze oggettive (Cass. nn. 18099/05, 17479/05 e 4710/99);

b) in tema d’infrazioni amministrative lo stato di necessità, contemplato dalla L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 4, come causa di esclusione della responsabilità, è ravvisabile solo in presenza di tutti gli elementi previsti nell’art. 54 c.p., incluso il “pericolo attuale di un danno grave alla persona” (Cass. nn. 3961/89, 5877/04 e 14384/05);

e che infine e nello specifico:

c) in una fattispecie del tutto analoga a quella in oggetto questa Corte ha ritenuto che l’esimente dell’art. 54 c.p., non sia invocabile quando la situazione di pericolo riguardi un animale (Cass. n. 14515/09, la quale ha confermato la sentenza di merito che, a seguito dell’irrogazione della sanzione prevista dal codice della strada per l’eccesso di velocità, aveva escluso l’applicabilità dell’esimente in relazione al trasporto d’urgenza, presso un veterinario, di un gatto gravemente ferito e raccolto poco prima).

4.1. – Nè hanno pregio alcuno le argomentazioni difensive di parte controricorrente – su cui si insiste in specie nella memoria – secondo cui, ove pure si escludesse l’esimente dello stato di necessità, nel caso in esame sarebbero ad ogni modo applicabili l’art. 5 c.p. e art. 59 c.p., comma 4, essendo il soggetto agente incorso in un errore scusabile, “determinato perfino dall’appoggio degli Agenti della Polstrada” (v. pagg. 11 del controricorso e 1 della memoria); ovvero la diversa “esimente dell’adempimento di un dovere o di un ordine della P.A.” (v. pagg. 14 del controricorso e 2 della memoria).

Quanto all’art. 5 c.p., è sufficiente ricordare che è scusabile solo l’ignoranza inevitabile della legge (giusta la pronuncia manipolativa di Corte cost. n. 364/88); inevitabilità che non può neppure ipotizzarsi in chi, ponendosi alla guida ed essendo in possesso della relativa abilitazione, non può permettersi di non conoscere la corretta interpretazione delle regole che vi presiedono.

Per nulla pertinenti al caso di specie, poi, l’art. 51 c.p. e art. 59 c.p., u.c..

Il primo perchè il dovere deontologico-professionale di prestare le cure richieste non autorizza il veterinario a violare le norme sulla circolazione stradale, quel dovere potendosi adempiere senza violare necessariamente queste ultime norme; nè si può attribuire, per le ragioni già esposte, alcun rilievo allo stato di necessità malamente supposto dal giudice di merito.

Il secondo, in quanto si riferisce all’errore sul fatto e non all’errore sul divieto, mentre nel caso di specie il supporre di essere esonerato dal rispetto delle norme del codice della strada per prestare la propria opera urgente esprime, appunto, la fallace opinione che l’una o l’altra delle scriminanti invocate potesse essere applicata anche nel caso prospettato. E dunque esprime un errore sulla portata delle norme, non sulla realtà dei fatti concreti così come l’agente li ha percepiti.

Non senza aggiungere, infine, che la Polstrada non ha ordinato alcunchè al G. e che l’averlo scortato a destinazione dopo averlo dapprima fermato a causa delle infrazioni commesse (v. la ricostruzione dell’accaduto sottintesa a pag. 2 della sentenza impugnata e meglio esplicitata a pag. 2 dello stesso controricorso) costituisce, per di più, un post factum, come tale privo di qualsivoglia incidenza su violazioni amministrative già poste in essere.

5. – L’accoglimento del suddetto mezzo d’annullamento assorbe ovviamente l’esame del secondo motivo di ricorso, per l’effetto espansivo interno di cui all’art. 336 c.p.c., comma 1.

6. – La sentenza impugnata va dunque cassata e decidendo la causa nel merito, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, va rigettata l’opposizione proposta da G.R..

7. – La pur relativa novità della fattispecie costituisce giusto motivo di compensazione delle spese, in base all’art. 92 c.p.c., comma 2, nel testo, applicabile ratione temporis, anteriore alle modifiche apportate dalla L. n. 69 del 2009.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito rigetta l’opposizione proposta da G.R. e compensa integralmente fra le parti le spese dei gradi di merito e del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2, della Corte Suprema di Cassazione, il 16 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 1 marzo 2018


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