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Il demansionamento prova il mobbing?

28 Aprile 2022 | Autore:
Il demansionamento prova il mobbing?

Quando la dequalificazione professionale è un indice di illecita prevaricazione compiuta dal datore di lavoro.

Sei stato emarginato sul lavoro: col passare degli anni le tue prerogative si sono progressivamente ridotte e ti sono stati assegnati compiti secondari, ben lontani dalle mansioni per le quali eri stato assunto. Eppure, hai sempre lavorato fedelmente e in maniera scrupolosa. Sei convinto che il tuo valore non sia riconosciuto dall’azienda e vorresti reagire, per vie legali, contro questa dequalificazione professionale, per ristabilire i tuoi diritti. Così ti chiedi se il demansionamento prova il mobbing.

In realtà, il mobbing è un fenomeno molto complesso, che non può essere desunto da un unico, per quanto importante, elemento. Vero è che il lavoratore ha diritto di svolgere le mansioni per le quali è stato assunto, e non può essere adibito a ruoli inferiori se non in alcuni precisi e specifici casi. Ed è anche vero che, nella maggior parte dei casi, il mobbing si realizza proprio attraverso un demansionamento ingiustificato del lavoratore, senza che vi siano ragioni legate all’organizzazione aziendale o alla produttività dei dipendenti.

Quindi, in molte situazioni, proprio l’avvenuto demansionamento è un importante indice del fatto che qualcosa non va, e potrebbe nascondere un illecito comportamento del datore di lavoro nei confronti del dipendente colpito. Tuttavia, secondo la giurisprudenza, la prova del mobbing attraverso il demansionamento non è affatto automatica, ma deve essere accompagnata da altri elementi che dimostrino l’esistenza di un «disegno persecutorio unitario preordinato alla prevaricazione», come ha affermato una nuova ordinanza della sezione Lavoro della Corte di Cassazione [1]. Spetta al dipendente dimostrare che il datore di lavoro era animato da questo disegno quando lo ha demansionato o dequalificato professionalmente. Dunque, la prova da fornire non è facile.

Mobbing: cos’è e come si compie?

Il mobbing (termine che deriva dall’inglese “to mob”, cioè assalire, accanirsi) è una figura di creazione giurisprudenziale, che non corrisponde ad un’univoca fattispecie di reato. Il mobbing si concretizza in una serie di comportamenti vessatori ed ostili compiuti contro un lavoratore, da parte del capo o dei superiori (mobbing verticale) o dei colleghi (mobbing orizzontale).

Per avere un fenomeno di mobbing, queste condotte di vario genere devono essere unificate da un intento persecutorio, con la finalità di umiliare, isolare ed emarginare il dipendente, fino a costringerlo a dare le dimissioni.

Mobbing e demansionamento: rapporti

In concreto, il mobbing può manifestarsi in rimproveri continui e ingiustificati, in procedimenti disciplinari reiterati ma infondati, in controlli continui sull’attività svolta, ed anche nella progressiva privazione di compiti e incarichi affidati al dipendente, in modo da raggiungere, di fatto, il suo demansionamento.

In tema di lavoro dipendente subordinato, l‘art. 2103 del Codice civile dispone che «il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione»; la norma sancisce che ogni patto contrario è nullo. Dunque, il potere del datore di lavoro di variare le mansioni di un proprio dipendente è estremamente limitato e non può esercitarsi in senso peggiorativo.

La dequalificazione professionale dimostra il mobbing?

Nelle concrete situazioni aziendali, caratterizzate da una pluralità di compiti e da una complessa organizzazione produttiva, non è facile stabilire quando il cambio di mansioni programmato dal datore di lavoro sia equivalente con quelle che il lavoratore ha diritto di svolgere e quando, invece, integri un’illecita sottrazione di incarichi legittimamente spettanti e, pertanto, possa costituire un indice di mobbing.

L’ultima pronuncia della Corte di Cassazione alla quale abbiamo accennato in apertura [1] tenta di rispondere a questa impegnativa domanda analizzando una situazione peculiare e complessa, ma la risposta finale fornita dai giudici di piazza Cavour è sostanzialmente negativa: l’esistenza di una dequalificazione professionale non è sufficiente per provare il mobbing.

La vicenda esaminata riguardava un ingegnere, dipendente di un’Agenzia aerospaziale, al quale erano state sottratte alcune competenze che gli avevano precluso di partecipare ad un progetto di lanci satellitari; inoltre, la sua domanda di inquadramento ad un livello superiore era stata respinta. L’uomo aveva così agito per via giudiziaria, lamentando il mobbing culminato nel demansionamento e chiedendo il risarcimento dei danni.

La sua domanda, però, è stata respinta. La Suprema Corte ha riscontrato «l’insufficienza degli elementi probatori» offerti dal ricorrente a sostegno delle sue tesi, ed ha sottolineato che in caso di demansionamento compiuto attraverso la dequalificazione professionale non spetta al datore di lavoro dimostrare l’esatto adempimento degli obblighi derivanti dall’art. 2103 Cod. civ., bensì tocca al lavoratore provare, «con ulteriori e concreti elementi, che i comportamenti datoriali siano il frutto di un disegno persecutorio unificante, preordinato alla prevaricazione». Questo orientamento dei giudici di legittimità non è isolato, ma è assistito da precedenti pronunce analoghe [2].

Approfondimenti


note

[1] Cass. ord. n. 13183 del 27.04.2022.

[2] Cass. ord. n. 10992/2020 e n. 30580/2019.


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