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Risarcimento per invalidità permanente

28 Aprile 2022
Risarcimento per invalidità permanente

Niente danno da lucro cessante nonostante l’invalidità permanente se il dipendente ha il titolo per svolgere altre mansioni.

Quando si subisce un incidente o un infortunio, le lesioni riportate, oltre ad incidere sulla salute e sulla qualità della vita, possono anche condizionare la capacità lavorativa e di produrre un reddito del danneggiato. Ebbene se, a seguito di ciò, un lavoratore dovesse subire un’invalidità permanente, a quale tipo di risarcimento avrebbe diritto? Di certo, al risarcimento per i danni subiti (ad esempio le spese mediche) e, ovviamente, al risarcimento del danno morale e di quello biologico. Ma alcune precisazioni vanno fatte in merito al danno da lucro cessante. Una recente sentenza della Cassazione si occupa di tale argomento [1] per spiegare, appunto, qual è il risarcimento per invalidità permanente. Ma procediamo con ordine.

Cos’è l’invalidità permanente?

L’invalidità permanente è una menomazione fisica o psichica che comporti una permanente riduzione o la perdita totale della capacità lavorativa. Essa è determinata da un infortunio (ad esempio, un incidente stradale) o una malattia.

Per poter parlare di invalidità permanente è necessario che la patologia sia giudicata «non guaribile»: essa deve quindi permanere per la restante vita del soggetto.

Di solito, l’invalidità viene determinata in base a percentuali stabilite da una commissione medica dell’Asl.

Quale risarcimento per l’invalidità permanente?

Le forme di risarcimento si dividono in due macro categorie.

C’è innanzitutto il risarcimento per il danno non patrimoniale. Questo si compone di tre voci:

  • danno morale: è il danno conseguente alla sofferenza (fisica o interiore) subita a seguito dell’infortunio. Si pensi a una persona che, a seguito di un incidente, debba sottoporsi a un intervento chirurgico: il dolore sarà risarcibile come danno morale.
  • danno biologico: è il danno conseguente alla riduzione delle proprie capacità fisiche. Si pensi a un carabiniere che, a seguito di una sparatoria, riceva un proiettile al ginocchio con conseguente incapacità a camminare come un tempo per il resto della sua vita;
  • danno esistenziale, quello cioè alla vita di relazione. Si pensi a una persona che, a seguito di un atto di bullismo, si chiuda in casa propria e non voglia più frequentare nessuno.

Poi c’è il danno patrimoniale, quello cioè che incide sul portafogli della vittima. Questo può essere di due tipi:

  • lucro cessante: è la perdita del guadagno conseguente al danno. Si pensi a una persona che non riesca più a lavorare o che non possa più svolgere le mansioni di prima, subendo così il licenziamento;
  • danno emergente: sono le spese sostenute a seguito del danno. Si pensi alle spese per modifiche, interventi, visite mediche, riabilitazione, ecc.

Differenza tra capacità lavorativa generica e specifica

La perdita e la riduzione della capacità lavorativa determinano, in capo al lavoratore, un danno di natura patrimoniale da lucro cessante per tutti i mancati guadagni futuri che la menomazione riportata nel sinistro ha impedito di conseguire.

Secondo la Cassazione, al dipendente che ha subito un’invalidità permanente non spetta il risarcimento del danno da lucro cessante se può ancora svolgere altre mansioni.

Per comprendere il senso di tale decisione è necessario prima chiarire la differenza tra capacità lavorativa generica e capacità lavorativa specifica.

Per capacità lavorativa generica si intende la potenziale attitudine di un soggetto a svolgere un’attività lavorativa che, considerate le sue condizioni fisiche e culturali, sarebbe in grado di svolgere. Se, a seguito di un incidente, l’infortunato vede ridursi la propria capacità lavorativa, con conseguente diminuzione del suo potere di produrre reddito, ha diritto al risarcimento del danno patrimoniale (oltre che a quello non patrimoniale). Tale risarcimento spetta a prescindere dall’attuale occupazione lavorativa del danneggiato; infatti può essere riconosciuto anche ai disoccupati, ai minori, alle casalinghe. Ciò che infatti viene risarcito è la capacità potenziale e futura di generare dei guadagni.

Per capacità lavorativa specifica si intende invece la perdita della capacità a continuare a svolgere il proprio precedente lavoro o un’attività simile in base alle caratteristiche e alle attitudini del danneggiato (età, sesso, studi, formazione, esperienze lavorative ecc.).

A differenza quindi della capacità lavorativa generica, che attiene all’attitudine a svolgere potenzialmente qualsiasi attività, quella specifica riguarda invece l’attività attualmente svolta dal danneggiato.

Invalidità permanente: spetta il lucro cessante?

Ad avviso della Cassazione, qualora alla riduzione della capacità lavorativa generica si associ una riduzione della capacità lavorativa specifica che, a sua volta, dia luogo ad una riduzione della capacità di guadagno, tale diminuzione della produzione di reddito integra un danno patrimoniale. Pertanto, non può farsi discendere in modo automatico dall’invalidità permanente la presunzione del danno da lucro cessante. Esso infatti deriva solo da quella invalidità che abbia prodotto una riduzione della capacità lavorativa specifica.

Tale danno patrimoniale deve essere accertato in concreto attraverso la dimostrazione che il soggetto leso svolgesse – o presumibilmente in futuro avrebbe svolto – un’attività lavorativa produttiva di reddito, ed inoltre attraverso la prova della mancanza di persistenza, dopo l’infortunio, di una capacità generica di attendere ad altri lavori, confacenti alle attitudini e condizioni personali ed ambientali dell’infortunato, ed altrimenti idonei alla produzione di altre fonti di reddito, in luogo di quelle perse o ridotte.


note

[1] Cass. sent. n. 12632 del 25.06.2020.


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