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Cosa si può contestare in appello?

1 Maggio 2022
Cosa si può contestare in appello?

Le domande non accolte in primo grado si possono riproporre in qualsiasi forma in appello. Ma niente richiami generici o formule di stile.

In un precedente articolo abbiamo parlato dei termini per fare appello: termini che, come si è detto, sono molto brevi (30 giorni) se la parte vincitrice decide di notificare la sentenza e, invece, più dilatati se tale notifica non viene eseguita (6 mesi).

Ma, chi non è esperto di cause e tribunali, vorrà anche sapere cosa avrà ad oggetto il giudizio di secondo grado. In altri termini, cosa si può contestare in appello? Ecco, spiegate in modo semplice, le regole previste dal nostro Codice di procedura civile.

Cosa ha ad oggetto l’appello?

L’appello ha ad oggetto la revisione della sentenza di primo grado: l’intera sentenza o singoli capi di questa, a seconda delle richieste della parte appellante.

L’appello può così concernere sia questioni di carattere formale e procedurale che questioni di merito, relative cioè alla corretta interpretazione della legge o dei fatti eseguita dal giudice di primo grado.

Attenzione però: il giudice d’appello giudica solo sulle domande che gli vengono espressamente effettuate. Pertanto, se l’appellante tralascia di indicare uno specifico capo della sentenza su cui chiede la revisione, questo “passa in giudicato”, diventa cioè definitivo.

Tanto per fare un esempio, se in una causa di incidente stradale, il danneggiato fa appello perché ritiene non congrua la somma liquidatagli a titolo di danno morale, ma nulla dice in merito alla quantificazione del danno biologico, quest’ultimo non potrà essere oggetto della decisione del giudice e, dunque, diventerà definitivo: non potrà cioè più essere oggetto di un ulteriore appello.

Chi può fare appello?

A fare appello può essere qualsiasi parte del giudizio di primo grado (anche se contumace) che è rimasta insoddisfatta dalla sentenza e che quindi sia risultata, anche solo parzialmente, soccombente. Quindi, anche chi abbia sostanzialmente vinto il giudizio ma si sia visto riconoscere non l’integrale richiesta inizialmente effettuata bensì una parte di questa, può fare appello. Si pensi a una persona che proponga una causa per un risarcimento di 40mila euro e ne ottenga solo 35mila.

Cosa si può contestare in appello?

Una recente sentenza della Cassazione [1] ricorda che qualsiasi domanda non accolta in primo grado si può riproporre in qualsiasi forma nel giudizio di appello. È esclusa però la possibilità di un richiamo generico agli atti del primo grado perché la clausola in questo caso assume solo un valore di stile.

La Suprema Corte ha ricordato che il giudice dell’appello, poiché è investito della piena cognizione di tutte le domande ed eccezioni presentate dall’appellante, comprese quelle non esaminate dal giudice di primo grado, deve decidere egli stesso sul merito, senza rimettere la causa nuovamente al primo giudice.

Inoltre «la parte pienamente vittoriosa nel merito in primo grado, in ipotesi di appello formulato dal soccombente, non ha l’onere di proporre appello incidentale per richiamare in discussione le proprie domande o eccezioni non accolte nella pronuncia, da intendersi come quelle che risultino superate o non esaminate perché assorbite; in tal caso la parte è soltanto tenuta a riproporle espressamente nel giudizio di appello o nel giudizio di cassazione in modo tale da manifestare la sua volontà di chiederne il riesame, al fine di evitare la presunzione di rinuncia derivante da un comportamento omissivo».


note

[1] Cass. ord. n. 13266/22 del 28.04.2022.


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