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Procura: la firma del cliente va messa in presenza dell’avvocato?

1 Maggio 2022
Procura: la firma del cliente va messa in presenza dell’avvocato?

L’avvocato deve certificare l’autenticità della firma del suo assistito: il reato di falso richiede il dolo o anche la semplice colpa?

Ora che anche le discussioni tra avvocati e clienti si fanno in videoconferenza è subentrata l’abitudine, da parte dei legali, di farsi firmare la procura ad litem a distanza, tramite cioè l’invio per posta elettronica del facsimile con il mandato processuale. Ma è legittimo tale comportamento? A spiegare se la firma del cliente sulla procura va messa in presenza dell’avvocato è stata una recente e assai interessante sentenza della Cassazione [1].

Se la firma è falsa e l’avvocato non lo sa

Poniamo il caso di un avvocato che, dopo aver fornito al cliente una consulenza in merito a un contenzioso in tribunale, raccolto verbalmente il consenso di questi a farsi difendere ma trovandosi a diversi chilometri di distanza, gli spedisca una copia della procura tramite email chiedendogli di firmarla e rispedirgliela per posta. Senonché a mettere la sottoscrizione sul foglio di carta è il figlio del cliente e non quest’ultimo. Inconsapevole di ciò, una volta ricevuta la procura, l’avvocato pone l’autentica come prescritto dalla legge.

La domanda che ci si pone è la seguente: il fatto che l’avvocato non fosse consapevole della falsità della firma costituisce una causa di giustificazione valida a scagionarlo dal reato di falso o lo rende ugualmente colpevole per non aver prestato la dovuta diligenza nell’accertare l’identità del sottoscrittore?

Autentica firma: per il falso basta la colpa o il dolo?

La questione appena formulata riguarda il cosiddetto «elemento psicologico» richiesto ai fini della configurazione del reato di falso. Ebbene, secondo la Cassazione, l’illecito penale scatta solo in presenza di malafede, ossia di dolo. La semplice colpa quindi non rende punibile l’avvocato che autentichi la firma in buona fede, ossia nella convinzione della sua autenticità.

L’avvocato può autenticare una procura se la firma non è in presenza?

Di qui il principio formulato dalla Suprema Corte: compito del difensore è solo quello di certificare l’autenticità della firma del suo assistito apposta in calce al mandato difensivo. 

Egli quindi non risponde di alcun reato di falso se non c’è la prova del suo dolo, ossia della conoscenza dall’eventuale falsità della firma.

Anche nel caso ci sia stato un errore da parte del difensore, dovuto magari a negligenza, ciò non basta a far scattare la responsabilità; non è l’errore che fa presumere il dolo del reato.

Dunque, l’autentica della firma serve solo ad attestare che la stessa è del cliente ma non anche a provare che essa sia stata apposta in presenza dell’avvocato.

Dalla semplice circostanza che la firma non sia stata apposta in presenza dell’avvocato non può desumersi la consapevolezza del medesimo avvocato della falsità della sottoscrizione e, dunque, il dolo del reato di falso. 

Non è quindi legittima la condanna per il reato di falso quando l’avvocato attesta la falsa circostanza secondo cui la firma sia stata apposta alla sua presenza. Come detto, questa non è condotta di rilevanza penale. Cioè l’autenticazione “differita” all’interno degli studi legali – ne prende atto la Cassazione – è prassi ormai usuale quanto assai diffusa e comunque non costituisce illecito se l’avvocato è certo della provenienza della firma.

Per tali ragioni la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di merito che aveva affermato la responsabilità penale del ricorrente-avvocato senza provare il dolo della conoscenza della falsità della firma. Invece, la negligente condotta dell’avvocato nell’acquisire certezza della provenienza della sottoscrizione dal cliente non integra il dolo del reato, neanche nella sua forma eventuale.


note

[1] Cass. sent. n. 16214/2022 del 22.03.2022.

Cass. pen., sez. V, ud. 22 marzo 2022 (dep. 27 aprile 2022), n. 16214

Presidente Miccoli – Relatore Pistorelli

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Bari ha confermato, ai soli effetti civili, la condanna di L.O. per il reato di cui all’art. 481 c.p., per il quale, in parziale riforma della pronunzia di primo grado, ha dichiarato non doversi procedere agli effetti penali per intervenuta prescrizione. L’imputato è accusato di aver falsamente attestato, nell’esercizio della professione di avvocato, l’autenticità della firma di Lo.An. apposta in calce al mandato difensivo redatto a margine di un ricorso proposto a nome della stessa Lo. ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 3.

2. Avverso la sentenza ricorre l’imputato articolando due motivi. Con il primo deduce erronea applicazione della legge penale in merito alla ritenuta sussistenza del reato contestato. In proposito il ricorrente rileva come, ai sensi dell’art. 83 c.p.p., comma 3, compito del difensore sia esclusivamente quello di certificare l’autografia della firma apposta in calce al mandato difensivo. Ne discende che l’attestazione non è anche destinata a provare che la firma sia stata apposta in presenza dell’avvocato, come invece erroneamente ritenuto dai giudici del merito, i quali avrebbero affermato la responsabilità dell’imputato proprio per aver certificato che la firma era stata rilasciata in sua presenza. Non di meno, alla luce di quanto riferito dalla stessa Lo. in merito all’assenza del L. al momento in cui ella rilasciò in suo favore altro mandato e dell’accertata prassi invalsa nello studio di raccogliere più mandati difensivi contemporaneamente, dalla mera circostanza che la firma apocrifa non sia stata apposta in presenza dell’imputato non potrebbe desumersi la consapevolezza del medesimo della falsità della sottoscrizione e, dunque, il dolo del reato contestato. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta invece vizi di motivazione, non avendo la Corte territoriale, una volta rilevata la prescrizione del reato, compiutamente esaminato i motivi d’appello svolti con il gravame di merito, ancorché ai soli fini della conferma delle statuizioni civili della sentenza di primo grado.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato nei limiti di seguito esposti.

2. Manifestamente infondato è il secondo motivo, atteso che contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, la Corte si è puntualmente attenuta ai principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità in merito all’applicazione dell’art. 578 c.p.p., esaminando i motivi d’appello proposti dall’imputato non solo alla luce della regola di giudizio posta dall’art. 129 cit. codice.

3. Quanto alle censure proposte con il primo motivo è pacifico che il potere certificativo attribuito all’esercente la professione di avvocato abbia ad oggetto esclusivamente l’autografia della sottoscrizione e non anche l’apposizione in presenza della medesima. Contrariamente a quanto eccepito dal ricorrente, la Corte non ha però ritenuto integrato il reato perché l’imputato avrebbe attestato l’apposizione in sua presenza della firma risultata apocrifa, bensì ha tratto dalla incontestata falsità la prova che questa non poteva essere stata apposta in sua presenza e che, pertanto, altrettanto falsamente egli ne ha attestata l’autenticità.

Deve quindi ritenersi che il fatto materiale contestato e ritenuto dai giudici di merito sia indiscutibilmente tipico, risultando conseguentemente infondate le doglianze del ricorrente sul punto.

Colgono invece nel segno le critiche formulate dal ricorrente con riguardo alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato. Con la censura della prassi asseritamente seguita all’interno dello studio del difensore – senza peraltro precisare se abbia ritenuto la stessa effettivamente provata – il giudice dell’appello ha sostanzialmente ritenuto assolto il suo onere motivazionale sul punto, considerando in maniera apodittica superflua ogni ulteriore indagine sull’eventuale errore in cui sarebbe incorso l’imputato al momento dell’autenticazione della firma della Lo. circa il fatto che fosse stata la stessa ad apporla realmente. Invero quella dell’autenticazione “differita” è prassi tutt’altro che inusuale e comunque non illecita, come già ricordato, fermo restando per l’appunto che il legale nell’esercizio del suo potere attestativo sia certo dell’identità del sottoscrittore. Certezza che, come accennato, la Corte ha apoditticamente escluso, senza spiegare perché l’imputato non possa averla invece coltivata sulla base di un’erronea convinzione determinata dal fatto che effettivamente la Lo. era sua cliente ed aveva contestualmente rilasciato altro mandato al L. indubitabilmente sottoscritto dalla medesima. Errore che, anche qualora dovuto a negligenza, sarebbe comunque idoneo ad escludere il dolo del reato, anche nella sua forma eventuale.

4. Alla luce dell’evidenziata lacuna motivazionale la sentenza deve dunque essere annullata e deve dunque essere disposto il rinvio al giudice civile competente per valore in grado d’appello.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia al giudice civile competente per valore in grado di appello.


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