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Sposi insoddisfatti del pranzo nuziale: c’è risarcimento?

3 Maggio 2022
Sposi insoddisfatti del pranzo nuziale: c’è risarcimento?

Matrimonio e ricevimento: è possibile non pagare il titolare del locale se si è insoddisfatti del banchetto?

Che i matrimoni siano un affare per chi gestisce ristoranti e sale ricevimento è indubbio. Tant’è che, ormai, nella prassi commerciale, per spingere gli sposi a concludere l’affare, la struttura li ospita a saggiare in anticipo la propria cucina, a pranzo o a cena. E, di certo, in tali occasioni, il cuoco dà il meglio. Ma non è detto che faccia altrettanto il giorno del ricevimento. Così, è normale chiedersi, che succede se qualcosa va storto e la qualità non è quella programmata. Insomma se gli sposi sono insoddisfatti del pranzo nuziale c’è risarcimento?

Si potrebbe ritenere che i “gusti” sono “gusti” e che difficilmente si potrebbe porre un giudizio oggettivo sulla cucina altrui. Ma esiste anche un “minimo sindacale” al di sotto del quale, se la qualità scende, si può ritenere che vi sia una inadempienza. Ed allora come si risolve la questione dinanzi al titolare della sala ricevimenti per evitare che la contestazione della coppia non si trasformi in una augusta astuzia per non pagare?

Proprio sulla possibilità per gli sposi insoddisfatti del pranzo nuziale, di ricevere un risarcimento dei danni si è già pronunciata la Cassazione [1]. Una sentenza di poco tempo fa ha stabilito la “linea di confine” per giudicare quando il ristoratore è responsabile e quando invece la fa franca, nonostante magari l’eccesso di sale nella minestra.

Il punto è che, nel descrivere tale pronuncia, non potremo mai giudicare ciò che è successo, perché nessuno di noi – né chi scrive, né chi legge – è stato invitato al banchetto in questione. Ma potremo attenerci a quelle che sono state le dichiarazioni degli invitati che, per quanto “di parte”, sono comunque ritenuti soggetti capaci di testimoniare e quindi di dire la loro in merito alla bontà della cucina.

Ebbene, da quanto appena detto, si sarà già capito che la Cassazione ha ritenuto legittimo non pagare il titolare della sala ricevimento se la cucina non è stata all’altezza delle promesse.

Tirando le somme, moglie e marito non debbono nulla al ristoratore che ha “fallato”.

Nel caso di specie, «gli sposi avevano eccepito l’inesatto adempimento del ristoratore e allegato molteplici difformità delle prestazioni da lui eseguite rispetto a quelle dovute, mentre il ristoratore non aveva dato prova del suo esatto adempimento».

Per i Giudici della Cassazione va confermato il diritto della coppia a non versare nulla al ristoratore.

Nella sentenza viene ricordato che «nei contratti con prestazioni corrispettive, in caso di denuncia di inadempienze reciproche, è necessario comparare il comportamento di ambo le parti per stabilire quale di esse, con riferimento ai rispettivi interessi ed alla oggettiva entità degli inadempimenti, si sia resa responsabile delle trasgressioni maggiormente rilevanti ed abbia causato il comportamento della controparte».

In questo caso specifico, «in base ad un accertamento in fatto, si è ritenuto non provato l’esatto adempimento da parte del ristoratore», e ciò è sufficiente, chiariscono dalla Cassazione, per ritenere «sostanzialmente giustificato l’inadempimento» degli sposi.

Cosa diversa è il risarcimento, benché collegato. Nel nostro ordinamento, il danno va sempre provato. E, in questa situazione, esso potrebbe essere rappresentato dall’irripetibilità dell’occasione e quindi dal fatto di aver fatto “brutta figura con gli ospiti”. Certo, esso va valutato in misura dell’inadempimento del ristoratore: già il solo fatto di non aver pagato il ricevimento è una più che sufficiente vittoria, attesa la spesa che di solito ciò comporta. Ma chi non si accontenta dovrebbe andare oltre nella prova e dimostrare l’entità del danno subito: cosa non facile proprio perché, come detto, i gusti sono gusti.


note

[1] Cass. ord. n. 3009/21 del 9.02.2021.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 12 novembre 2020 – 9 febbraio 2021, n. 3009
Presidente Graziosi – Relatore Scrima
Considerato che:
El. Sa. ha proposto ricorso per cassazione, basato su due motivi, nei confronti di Mi. Ci. e Co. Cu. e avverso la sentenza n. 500/2018, depositata il 26 settembre 2018, del Tribunale di Caltagirone, che ha rigettato l’appello, proposto dall’attuale ricorrente, avverso la sentenza n. 546/2011 del Giudice di pace di Caltagirone, che aveva accolto l’opposizione proposta dal Ci. e la Cu. ed aveva revocato il d.i. n. (omissis)/2010, con il quale era stato ingiunto agli opponenti il pagamento della somma di Euro 3.500,00, in favore dell’opposto, a titolo di corrispettivo del servizio di ristorazione espletato da El. Sa. in occasione del loro matrimonio;
gli intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede;
la proposta del relatore è stata ritualmente comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ.:
Rilevato che:
il primo motivo è così rubricato «Nullità della sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione degli artt. 1453, 1454, 1460 c.c., in relazione all’art. 360, comma primo, n. 3 c.p.c. Nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 132, comma 2, n. 4 c.p.c. e dell’art. 118 disp. att. c.p.c., come modificato dall’art. 52, comma 5 della L. 18.06.2009, n. 69, sotto il profilo della inesistenza, contraddittorietà ed apparenza della motivazione risultante dal testo della sentenza impugnata, in relazione all’art. 360, comma primo, n. 4 c.p.c.»;
con tale mezzo il ricorrente sostiene che il Tribunale si sarebbe limitato ad affermare che, in primo grado, Mi. Ci. e Co. Cu. avevano eccepito l’inesatto adempimento del Sa. e allegato molteplici difformità delle prestazioni da quest’ultimo eseguite rispetto a quelle dovute mentre il Sa. non avrebbe dato prova del suo esatto adempimento;
il ricorrente sostiene di aver, invece, fornito la prova dell’esattezza e della correttezza del suo adempimento attraverso le risposte date dagli attuali intimati in sede di interrogatorio formale e quanto riferito da Ni. Ca. in sede di escussione testimoniale; lamenta che mancherebbe, nel percorso motivazionale del Tribunale, il giudizio di comparazione in ordine al comportamento di entrambe le parti, volto a stabilire quale di esse fosse responsabile delle «trasgressioni maggiormente rilevanti e, conseguentemente, causa del comportamento della controparte e dell’alterazione del sinallagma», così come mancherebbe «il giudizio di proporzionalità tra le prestazioni rispetto alla funzione economico-sociale del contratto»; deduce che il Tribunale non avrebbe «spiegato in alcun modo in che misura le asserite Inadempienze contestate al ricorrente avessero influito sul complesso delle obbligazioni assunte nei confronti dei resistenti, tenuto conto che quanto meno su alcune di esse» vi sarebbe la certezza della loro infondatezza, alla luce delle già richiamate risultanze istruttorie, e che, pertanto, sarebbe evidente la violazione delle norme indicate nella rubrica e l’inesistenza, la contraddittorietà e l’apparenza della motivazione della sentenza impugnata;
il secondo motivo è così rubricato: «Violazione dell’art. 132, comma 2, n. 4 c.p.c. e dell’art. 118 disp. att. c.p.c., come modificato dall’art. 52, comma 5 della L. 18.06.2009, n. 69, sotto il profilo dell’inesistenza, contraddittorietà ed apparenza della motivazione risultante dal testo d[e]lla sentenza impugnata, in relazione all’art. 360, comma primo, n.4 c.p.c. Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360, comma primo, n. 5, c.p.c, in relazione alla omessa valutazione della testimonianza del teste Ca. Ni. in relazione alla prova dell’inadempimento dei resistenti Ci. Mi. e Cu. Co. alle obbligazioni assunt[e] nei confronti del ricorrente in occasione del ricevimento del 13.09.2008 presso l’Azienda agrituristica Gi. ed in relazione all’inesistenza dell’inadempimento contrattuale del ricorrente in relazione alle obbligazioni assunte nei confronti di Ci. Mi. e Cu. Co. in occasione del ricevimento del 13.09.2008 presso l’azienda agrituristica Gi.»;
in particolare, con il secondo motivo, il ricorrente sostiene che dall’istruttoria espletata in primo grado sarebbe emersa la palese fondatezza delle domande da lui proposte già in sede monitoria e la manifesta infondatezza delle domande e delle eccezioni proposte nell’atto di opposizione a d.i. dagli opponenti; lamenta che il Tribunale, con motivazione illogica e carente, abbia attribuito valenza neutra all’interrogatorio formale reso dai coniugi Ci. – Cu. che avrebbe, invece, a suo avviso, messo in luce la pretestuosità e l’infondatezza delle loro domande ed eccezioni, ed assume che quel medesimo Giudice avrebbe considerato, senza una plausibile ragione e con motivazione insufficiente, inattendibile il teste Ni. Ca., laddove, secondo il Sa., sarebbero, invece, scarsamente attendibili e credibili proprio i testi degli attuali intimati, Sa. Ni. e Ca. Nu. Di Li., il cui “racconto” sarebbe sicuramente inverosimile;
entrambi i motivi di ricorso proposti sono inammissibili;
va evidenziato che, nei contratti con prestazioni corrispettive, in caso di denuncia di inadempienze reciproche, è necessario comparare il comportamento di ambo le parti per stabilire quale di esse, con riferimento ai rispettivi interessi ed alla oggettiva entità degli inadempimenti, si sia resa responsabile delle trasgressioni maggiormente rilevanti ed abbia causato il comportamento della controparte, nonché della conseguente alterazione del sinallagma;
tale accertamento, fondato sulla valutazione dei fatti e delle prove, rientra nei poteri del giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se motivato (Cass. 30/05/2017, n. 13627; Cass. 26/10/2005, n. 20678; Cass. 1/06/2004, n. 10477); nel caso all’esame il Tribunale, in base ad un accertamento in fatto, ha ritenuto non provato l’esatto adempimento da parte del Sa., motivando al riguardo, e ha sostanzialmente ritenuto giustificato l’inadempimento degli attuali intimati (Cass. 12/02/2010, n. 3373; Cass., ord., 12/10/2018, n. 25584);
inoltre, si osserva che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, i mezzi in scrutinio mirano, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito, non consentita in sede di legittimità (Cass., sez. un., 27/12/2019 n. 34476; v. anche Cass., ord., 8/11/2019, n. 28887; Cass., sez. un., 7/04/2014, n. 8053); peraltro, come già evidenziato, la sentenza impugnata è supportata da motivazione che non è apparente né intrinsecamente contraddittoria e consente di seguire il ragionamento logico seguito dal Tribunale;
neppure è stato indicato specificamente quale sia il fatto storico di per sé decisivo di cui sarebbe stata omessa la valutazione da parte del Tribunale, evidenziandosi che nella specie non è applicabile ratione temporis l’ultimo comma dell’art. 348-ter cod. proc. civ. (risalendo la notifica dell’atto di appello al 2011) e che costituisce un “fatto”, agli effetti dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., non una “questione” o un “punto”, ma un vero e proprio “fatto”, in senso storico e normativo, un preciso accadimento ovvero una precisa circostanza naturalistica, un dato materiale, un episodio fenomenico rilevante (Cass., ord., 6/09/2019, n. 22397; Cass. 8/09/2016, n. 17761; Cass., sez. un., 23/03/2015, n. 5745; Cass. 4/04/2014, n. 7983; Cass. 5/03/2014, n. 5133); non costituiscono, viceversa, “fatti”, il cui omesso esame possa cagionare il vizio di cui alla richiamata norma del codice di rito le argomentazioni, supposizioni o deduzioni difensive (Cass., ord., 18/10/2018, n. 26305; Cass. 14/06/2017, n. 14802); gli elementi istruttori (Cass., sez. un., 7/04/2014, n. 8053); una moltitudine di fatti e circostanze, o il “vario insieme dei materiali di causa” (Cass. 21/10/2015, n. 21439; v. in particolare Cass., ord., 29/10/2018, n. 27415), sicché sono inammissibili le censure che, irritualmente, estendano – come nel caso all’esame – il paradigma normativo a questi ultimi profili; le ulteriori doglianze relative a vizi motivazionali non risultano proposte nel rispetto del paradigma legale di cui ai novellato n. 5 dell’art. 360 del codice di rito, applicabile nella specie ratione temporis, per il quale non è più configurabile il vizio di insufficiente e/o contraddittoria motivazione della sentenza (v. Cass., sez. un., 7/04/2014, n. 8053; Cass., ord., 6/07/2015, n. 13928; Cass., ord., 16/07/2014, n. 16300; Cass., ord., 8/10/2014, n. 21257; v. anche Cass. 12/10/2017, n. 23940; Cass, ord., 07/12/2017, n. 29404 e Cass., ord., 25/09/2018, n. 22598);
conclusivamente il ricorso è inammissibile;
non vi è luogo a provvedere per le spese, non avendo le parti intimate svolto attività difensiva in questa sede;
va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13 (Cass., sez. un., 20/02/2020, n, 4315), evidenziandosi che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (v. Cass. 13 maggio 2014, n. 10306).
P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta, Civile – 3 della Corte Suprema di Cassazione, il 12 novembre 2020.


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