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Magliette squadra di calcio contraffatte: è reato?

3 Maggio 2022
Magliette squadra di calcio contraffatte: è reato?

Contraffazione: l’acquisto e la vendita di maglie di squadre sportive con loghi falsi, è vietato dalla legge. 

Si può mettere il copyright a una combinazione di colori? La risposta è abbastanza ovvia ed è chiaramente negativa. Ma stranamente, laddove questi colori siano riportati in una maglia e questa rappresenti chiaramente una squadra di calcio le cose vanno diversamente. Perché, secondo la giurisprudenza, non si possono vendere, né acquistare, maglie di calcio false. Lo aveva detto la Cassazione tempo fa, con una sentenza del 2018 (leggi Maglie e bandiere con le squadre di calcio: si possono vendere?) e lo ha ripetuto più di recente con una nuova pronuncia [2]. Ma cosa rischia, più precisamente, chi vende e chi compra i falsi? Insomma, l’acquisto o la vendita di magliette di una squadra di calcio contraffatte è reato?

Il caso parte da un sequestro probatorio di centinaia di magliette false della nazionale italiana di calcio. Sacrosanto, secondo i giudici, parlare di prodotti contraffatti anche se ogni maglietta presenta la dicitura “non conforme all’originale”. Cosa si rischia in questi casi? Ecco alcune importanti informazioni.

Si possono vendere magliette con i colori di una squadra di calcio?

Abbiamo esordito questo articolo dicendo che le combinazioni di colori non possono essere tutelate. Sicché non si può vietare a una ditta di realizzare magliette – ad esempio – rosso nero, seppur ciò richiami i colori sociali di una nota squadra calcistica. Ma allora cos’è vietato? Il divieto cade sugli stemmi, sui simboli delle squadre di calcio, quelli che normalmente vengono cuciti sulla maglia stessa. E ovviamente anche sul nome: secondo la Cassazione, il nome della squadra è protetto dalla legge come un vero e proprio marchio. Il nome della squadra di calcio, anche quando esso coincide con la denominazione geografica della città di appartenenza (ad esempio, “Torino” o “Palermo”), è registrabile. Non rileva il fatto che tali nomi siano ormai entrati nel linguaggio comune. 

I reati contestabili, in capo al venditore, sono quello di «commercio di prodotti con loghi contraffatti» e «frodi contro le industrie nazionali». E ciò perché è indubbio che le società sportive realizzino un lucro anche con il merchandising, ossia con i prodotti di abbigliamento e accessori riportanti i propri segni distintivi. Chi li copia entra in concorrenza con l’azienda e quindi ruba una fetta di mercato. Senza contare poi il rischio di confusione che potrebbe trarre in errore il consumatore. 

Insomma, la Corte è per la «piena tutelabilità dei marchi delle società calcistiche impressi sulle maglie e sugli altri accessori sportivi». E in questa ottica è irrilevante, sottolineano i giudici, «la dicitura “non conforme all’originale” impressa sull’etichetta interna delle magliette», poiché «le fattispecie incriminatrici ipotizzate vogliono tutelare i prodotti ed il marchio originale da qualunque rischio di confusione».

Cosa rischia chi compra maglie di calcio contraffatte?

L’illecito non è solo in capo a chi vende ma anche a chi acquista. Per quest’ultimo però, in assenza di un fine di lucro – come nel caso di chi ha solo in proposito di fare delle false maglie un uso personale – non si configura un reato ma un semplice illecito amministrativo. In particolare, chi acquista un prodotto contraffatto – dal compact disk alla borsa, dalla maglietta della squadra di calcio alla bandiera – rischia una sanzione da 100 a 7mila euro [3]. Se il pagamento avviene entro 60 giorni dalla violazione, si applica il pagamento in misura ridotta di 200 euro e il sequestro amministrativo della merce.


note

[1] Cass. sent. n. 33900/2018.

[2] Cass. sent. n. 16584/2022.

[3] Il testo dell’art.1 c.7 del D.L.35/2005 convertito con modifiche in L.80/2005 è stato modificato, dopo la L.49/2006, dalla L.99/2009 ed ora risulta il seguente:

“7. È punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 euro fino a 7.000 euro l’acquirente finale che acquista a qualsiasi titolo cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale. In ogni caso si procede alla confisca amministrativa delle cose di cui al presente comma. Restano ferme le norme di cui al D.Lgs.09/04/2003 n.70. Salvo che il fatto costituisca reato, qualora l’acquisto sia effettuato da un operatore commerciale o importatore o da qualunque altro soggetto diverso dall’acquirente finale, la sanzione amministrativa pecuniaria è stabilita da un minimo di 20.000 euro fino ad un milione di euro. Le sanzioni sono applicate ai sensi della L.24/11/1981 n.689. Fermo restando quanto previsto in ordine ai poteri di accertamento degli ufficiali e degli agenti di polizia giudiziaria dall’articolo 13 della citata L.689/81 all’accertamento delle violazioni provvedono, d’ufficio o su denunzia, gli organi di polizia amministrativa.”

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. pen., sez. III, ud. 18 gennaio 2022 (dep. 29 aprile 2022), n. 16584

Presidente Sarno – Relatore Rosi

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza del 10 settembre 2021 il Tribunale di Pordenone ha rigettato il riesame proposto da D.C. , in proprio e quale titolare dell’impresa individuale (omissis), indagato dei delitti di cui agli artt. 474 e 514 c.p., avverso il decreto di sequestro probatorio del pubblico ministero in data 7 luglio 2021, avente ad oggetto n. 220 magliette e 54 accessori sportivi della nazionale di calcio italiana e di nazionali di calcio Europee.

2. L’indagato, tramite il proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione chiedendo l’annullamento dell’ordinanza impugnata, deducendo l’inosservanza e l’erronea applicazione della legge penale, in particolare degli artt. 474 e 514 c.p., e degli artt. 253,262,263324 e 354 c.p.p., sotto il profilo dell’omessa, abnorme, arbitraria e contraddittoria ed apparente motivazione, per violazione dell’obbligo motivazionale, in quanto il pubblico ministero non ha motivato il proprio decreto indicando gli elementi materiali della ipotizzata contraffazione; pertanto, il Tribunale del riesame non avrebbe potuto integrare la motivazione, i cui requisiti sono stati tracciati dalla giurisprudenza di legittimità.

Considerato in diritto

1. Come è noto, il ricorso per cassazione contro le ordinanze emesse in materia di sequestro preventivo o probatorio è ammesso solo per violazione di legge, in tale nozione dovendosi comprendere sia gli “errores in iudicando” o “in procedendo”, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (così, Sez. U, n. 25932 del 26 giugno 2008, Ivanov, Rv. 239692; in precedenza, con la sentenza Sez. U, n. 5876 del 13 febbraio 2004, P.C. (omissis) in proc. (omissis), Rv. 226710, è stato precisato che mentre rientra nel sindacato di legittimità la mancanza di motivazione o la presenza di una motivazione meramente apparente, non vi rientra la sua eventuale illogicità manifesta).

2. Va ricordato che il decreto di sequestro probatorio (così come il decreto di convalida) delle cose che costituiscono corpo del reato deve essere sorretto, a pena di nullità, da idonea motivazione in ordine alla sussistenza della relazione di immediatezza tra la “res” sequestrata ed il reato oggetto di indagine ed anche qualora abbia ad oggetto cose costituenti corpo di reato deve contenere “una motivazione che, per quanto concisa, dia conto specificatamente della finalità perseguita per l’accertamento dei fatti” (Così S.U., n. 36072 del 19/04/2018, P.M. in proc. (omissis), Rv. 273548 – 01). La motivazione in ordine al presupposto della finalità perseguita in concreto per l’accertamento dei fatti può quindi essere enunciata mediante formule sintetiche qualora sia di immediata percezione la “diretta” connessione probatoria tra il vincolo di temporanea indisponibilità del bene sequestrato ed il corretto sviluppo dell’attività investigativa (in tal senso Sez. 2, n. 52619 del 11/11/2014 Djikine, Rv. 261614). In pratica si deve tenere conto del caso concreto, per cui la motivazione deve certamente essere dettagliata ogni qual volta il nesso tra il bene e il reato per cui si procede sia indiretto, mentre è legittimo ricorrere ad una formula sintetica nei casi in cui la funzione probatoria del sequestro sia di immediata evidenza (così Sez. 2, n. 11325 del 11/02/2015, Caruso, Rv. 263130), dovendo tale modulazione dell’onere motivazionale essere correlata “in relazione al fatto ipotizzato, al tipo di illecito cui in concreto il fatto è ricondotto, alla relazione che le cose presentano con il reato, nonché alla natura del bene che si intende sequestrare” (cfr. Sez. 6, n. 56733 del 12/09/2018, PM c. Macis, Rv. 274781 01).

3. Orbene l’ordinanza impugnata ha esaustivamente spiegato le ragioni del rigetto del gravame proposto, indicando non solo gli elementi specifici fondanti il fumus delicti, posti a base del provvedimento di sequestro probatorio – richiamando la piena tutelabilità dei marchi delle società calcistiche impressi sulle maglie e sugli altri accessori sportivi in sequestro -, ma ha anche evidenziato come il decreto di sequestro abbia assolto al dovere motivazionale in ordine alla finalità perseguita per l’accertamento dei fatti, trattandosi di capi di abbigliamento rispetto ai quali è ipotizzata la contraffazione del marchio e sui quali devono essere esperiti accertamenti specifici.

3.1. L’ordinanza impugnata ha anche fornito ampia motivazione in ordine all’irrilevanza della dicitura “non conforme all’originale” impressa sull’etichetta interna delle magliette, ricordando come le fattispecie incriminatrici ipotizzate vogliano tutelare i prodotti ed il marchio originale da qualunque rischio di confusione. Ciò il Collegio cautelare ha fatto non per supplire alle asserite carenze motivazionali del decreto di sequestro – che risulta disposto in linea con le sopraindicate indicazioni minime della motivazione – ma nel pieno rispetto delle indicazioni della giurisprudenza di legittimità che ha stabilito che, nelle ipotesi di sequestro probatorio di prodotti recanti marchi contraffatti, il controllo del giudice del riesame deve necessariamente essere esteso alla verifica degli indici fattuali che rivelino nei beni sequestrati l’avvenuta contraffazione o alterazione (cfr. Sez.5, n. 57108 del 15/10/2018, Milev, Rv. 274405 – 01).

4. Il ricorso risulta pertanto manifestamente infondato, laddove censura plurimi profili di violazione di legge, nella realtà insussistenti, lamentando da un lato l’utilizzo della motivazione per relationem e dall’altro, contraddittoriamente, l’illegittima integrazione motivazionale che sarebbe stata operata dai giudici del riesame in riferimento al provvedimento di cautela reale a fini probatori, perché nella sostanza la portata censoria delle argomentazioni proposte finisce per incidere sulla congruità motivazionale, motivo non ammissibile, per l’appunto, in riferimento alle ordinanze in materia cautelare reale.

All’inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.


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