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Pignoramento Equitalia: recuperare i 4/5 del conto corrente bloccato

28 Settembre 2014 | Autore:
Pignoramento Equitalia: recuperare i 4/5 del conto corrente bloccato

Benché Equitalia possa aggirare i limiti di pignoramento dello stipendio e della pensione una volta che questi sono stati versati sul conto corrente, esiste un filone di giurisprudenza che consente di ripristinare la giustizia.

Un anno e mezzo fa, noi di LLpT siamo stati i primi a rilevare come, a causa di un “vuoto” normativo, Equitalia può – in caso pignoramento dello stipendio o della pensione – aggirare i limiti di un quinto, un settimo o un decimo previsti dalla legge. Probabilmente, però, saremo anche i primi a indicare che la soluzione a questa stortura esiste. E questo lo conferma una recente pronuncia del tribunale di Udine, su cui siamo riusciti a “mettere le mani” [1].

In questo articolo, pertanto, vi spigheremo come evitare il “blocco integrale” del conto corrente sul quale il vostro datore di lavoro o l’Inps vi hanno accreditato rispettivamente lo stipendio o la pensione: accredito che, in base alle nuove norme [2], è ormai obbligatorio in questa modalità.

Ma facciamo un passo indietro per comprendere di cosa stiamo parlando e quanto importante sia la questione per migliaia di italiani.

1 | I LIMITI AL PIGNORAMENTO DI STIPENDI E PENSIONI

La legge [3] stabilisce che le somme dovute a titolo di stipendio, salario o altre indennità relative al rapporto di lavoro (per esempio le indennità di licenziamento o il TFR) possono essere pignorate (da parte di Equitalia o di qualsiasi altro creditore come, per esempio, una banca) entro dei limiti prestabiliti.

Tale limite corrisponde, per tutti i creditori diversi da Equitalia, ad 1/5 (un quinto) di tali somme. Pertanto, se lo stipendio netto ammonta ad euro 1.000,00, la finanziaria può effettuare un pignoramento fino a massimo 200,00 euro.

Nel caso, invece, in cui ad agire sia proprio Equitalia, tali limiti si atteggiano nel seguente modo:

– stipendi, salari e altre indennità relative al rapporto di lavoro fino a 2.500 euro: possono essere pignorate in misura pari a massimo 1/10;

stipendi, salari e altre indennità relative al rapporto di lavoro per importi superiori a 2.500 euro e non superiori a 5.000 euro: possono essere pignorate in misura pari a massimo 1/7;

stipendi, salari e altre indennità relative al rapporto di lavoro per importi superiori a 5.000 euro: possono essere pignorate in misura pari a massimo 1/5 (come da regola generale).

2 | L’ABROGAZIONE DEI LIMITI DI PIGNORAMENTO

 

A ben vedere, tale limitazione è stata tacitamente abrogata a seguito delle previsioni contenute nel decreto Salva Italia [2] ove si è previsto che lo stipendio, la pensione e i compensi comunque corrisposti dalle amministrazioni di importo superiore a mille euro devono essere necessariamente erogati con strumenti di pagamento elettronici bancari o postali. In buona sostanza, gli italiani sono stati costretti ad aprire un conto perché solo là – e non con altre forme – avrebbero potuto vedersi accreditata la pensione o lo stipendio.

Questa normativa che, apparentemente doveva costituire un vantaggio per tutti, in realtà ha finito per abrogare tacitamente i limiti al pignoramento predetti andando a costituire una spada di Damocle per tutti i contribuenti. E ciò per una semplice constatazione: nel momento stesso in cui l’Inps o il datore di lavoro effettua il pagamento degli emolumenti presso il conto corrente (obbligatoriamente per importi superiori a mille euro), la pensione o il salario si confondono con eventuali altre somme (per esempio, i risparmi o gli investimenti) e diventano pignorabili senza alcun limite, ossia nella misura del 100% (di tanto avevamo parlato nell’articolo “Abolito di fatto il limite del “quinto” pignorabile” e, ancor prima, all’alba della nuova legge, in “Pignoramento della pensione: storture del nuovo sistema”).

Detto in parole semplici: finché pensione o stipendio sono pignorati “alla fonte” (dal datore o all’Inps) possono essere oggetto di trattenuta fino a 1/5. Diversamente, una volta affluiti sul conto – cosa che ormai non si può più evitare – sono pignorabili al 100%, e ciò anche se la pensione è inferiore al minimo vitale o si tratta di pensione di invalidità o pensione sociale!

A tal riguardo, infatti, la Cassazione [4] ha detto che qualora le somme dovute per crediti di lavoro siano già affluite sul conto corrente o sul deposito bancario del debitore oggetto di esecuzione forzata non si applicano i limiti al pignoramento previsti dalla legge [3].

Sintetizzando, la situazione è la seguente.

1. Se il creditore notifica un pignoramento presso il datore di lavoro del suo debitore, le somme da questi dovute a titolo di retribuzione costituiscono ancora un “credito di lavoro” e, quindi, possono essere pignorate fino a massimo 1/5.

2. Viceversa, quando il creditore sottopone a pignoramento somme esistenti presso una banca ove il debitore intrattiene un rapporto di conto corrente e sul quale affluiscono anche le mensilità di stipendio (oltre a tutto il resto), la somma che viene pignorata non si considera più un “credito di lavoro”, ma è il “credito” che il correntista vanta nei confronti della banca alla restituzione delle somme che ivi ha versato. E pertanto – divenendo del tutto irrilevanti le ragioni per le quali tali somme sono state versate – il conto è pignorabile integralmente.

Questa stortura ci ha fatto sollevare una petizione che ha sortito i suoi effetti, movimentando incredibilmente l’opinione pubblica. Finché qualche giudice, nel silenzio del legislatore, è intervenuto con delle interpretazioni evolutive del diritto, ripristinando – a nostro parere – la “giusta” legalità.

3 | LA SOLUZIONE

Una via d’uscita da tale situazione poteva esserci, ma richiedeva una decisione “illuminata” di qualche giudice capace di andare oltre l’interpretazione letterale della legge. Noi l’avevamo più volte suggerita e finalmente l’abbiamo vista accolta dal tribunale di Udine [5], soluzione il cui percorso logico costituisce la giusta soluzione all’abuso di Equitalia ai danni delle pensioni e degli stipendi degli italiani. Ecco di cosa si tratta.

Qualora il soggetto passivo dell’esecuzione forzata riesca a dimostrare che la somma pignorata sul conto risulta provenire solo da accrediti della pensione Inps o dello stipendio del datore di lavoro – circostanza che potrebbe essere avvalorata con gli estratti conto che dimostrino che, una volta accreditata la somma, la stessa viene subito dopo prelevata dal titolare del rapporto a dimostrazione dell’utilizzo del denaro per le proprie esigenze di vita primarie – allora, in tal caso, pur trattandosi di somme presenti sul conto corrente è inequivoca l’origine pensionistica o da crediti di lavoro delle somme pignorate. Di conseguenza il pignoramento effettuato da Equitalia deve essere ridotto nei limiti di legge (ossia 1/5, 1/7 o 1/10).

Grazie a questa prova – ossia che sul conto non affluiscono altri redditi all’infuori di pensione o salario – il debitore può recuperare i 4/5 del conto che gli sono stati prelevati da Equitalia. Prelievo che, peraltro, per la particolare procedura di cui si vale l’agente per la riscossione, avviene istantaneamente, ossia senza passare davanti a un giudice e a un’udienza e, quindi, senza la possibilità – almeno in prima battuta – di presentare una difesa al tribunale.

5 | IL SUCCESSIVO INTERVENTO NORMATIVO

Al fine di ridurre quanto meno tale problematica, l’ormai famoso “Decreto del Fare” [6] ha introdotto il divieto [6] in base alla quale, nel caso di accredito di somme da reddito di lavoro sul conto corrente intestato al debitore, il terzo pignorato non può bloccare, comunque, l’ultimo emolumento accreditato allo stesso titolo”. Il legislatore ha tentato cioè di far salvo l’ultimo emolumento corrisposto a titolo di stipendio, salario o altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego.


note

[1] Un altro precedente simile è stato emesso l’anno scorso dal tribunale di Savona.

[2] Decreto Salva Italia, DL n. 201/2011 convertito in legge n. 214/2011, art. 12 comma 2 lett. c).

[3] Art. 545 cod. proc. civ.

[4] Cass. sent. n. 17178/2012.

[5] Trib. Udine, sent. n. 1/13 del 5.12.2012.

[6] comma 2bis art. 72 ter d.P.R. 602/73.

Autore immagine: 123rf com


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3 Commenti

  1. SIAMO IN TANTI A VIVERE CON IL TERRORE DI VEDERSI PRIVARE DELLO STIPENDIO
    CHE IN BASE ALLE LEGGI VIGENTI DEVE ESSERE ACCREDITATO SUL CONTO CORRENTE.
    IO SONO UN OPERAIO CHE A CUI L’AGENZIA DELLE ENTRATE DOPO UN ACCERTAMENTO HA MULTATO DI UNA CIFRA CHE POTREI PAGARE SOLO SE
    VIVO 400 ANNI, A NULLA SONO VALSI I MIEI TENTATIVI PER TROVARE UN ACCORDO.
    CON L’ENTRATA IN CAMPO DI EQUITALIA LA CIFRA E’ TRIPLICATA, POSSIBILE CHE
    LO STATO ITALIANO NON SI DECIDE A FARE UNA LEGGE CHE CI FA PAGARE GLI
    ERRORI COMMESSI MA CHE CI DIA ANCHE IL MODO DI VIVERE?

  2. GIA’ EQUITALIA MI HA PIGNORATO 1/5 DELLA PENSIONE DA VARI ANNI, NON CONTENTI, SI SONO TRATTENUTI LA MIA PENSIONE IN TOTO, A QUESTO PUNTO NON AVENDO ALTRE ENTRATE E NON POTENDO VIVERE HO COMUNICATO A EQUITALIAN DI PESCARA E CASERTA CHE HO COMPRATO UNA TANICA DI BENZINA E MI FARO’ PRENDERE FUOCO ALL’ATRIO DI EQUITALIA, SENZA RECARE DANNO AD ALTRE PERSONE, LUNEDI’ 31 AGOSTO SONO VENUTI I CARABINIERI SU RICHIESTA DI EQUITALIA DI PESCARA MINACCIANDO IL MIO RICOVERO ALLA SALUTE MENTALE. COSA DEVO FARE? ASPETTO ALTRI POCHI GIORNI E DOPO VEDRO’ IL DA FARSI

  3. Credo di aver letto con attenzione gli articoli riportati nel Vostro sito, ma mi sembra non venga fatto nessun riferimento ai redditi derivanti da prestazioni professionali (per esempio agente di commercio con fisso provvigionale)…

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