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Assegno di mantenimento: da quando decorre?

6 Maggio 2022 | Autore:
Assegno di mantenimento: da quando decorre?

L’emolumento va riconosciuto dalla data della domanda di separazione giudiziale: così sorge il diritto a percepire anche gli arretrati.

Molti coniugi in fase di separazione vogliono sapere da quando decorre l’assegno di mantenimento. Il quesito ha una notevole importanza pratica, perché spesso passano mesi, se non addirittura anni, tra la data della domanda, che in genere viene proposta con l’avvio della causa di separazione, e quella del provvedimento giudiziale che – dopo aver valutato la situazione e preso atto delle ragioni del marito e della moglie – dispone il mantenimento in favore di uno dei due ex coniugi e ne stabilisce l’ammontare.

La decorrenza dell’assegno di mantenimento serve anche ai fini dell’obbligo di versare gli arretrati, che spettano se la data in cui viene riconosciuto il diritto è posteriore a quella di effettiva spettanza del beneficio. Così gli effetti economici del provvedimento del giudice possono retroagire. Ecco perché la questione è stata portata più volte all’attenzione della giurisprudenza.

A ciò si aggiunge il fatto che in molti casi l’ex coniuge obbligato non adempie spontaneamente al versamento della cifra stabilita, e allora l’altro deve intraprendere rimedi coercitivi per ottenere il dovuto, come l’atto di precetto, cioè l’ultimo sollecito prima di intraprendere l’espropriazione forzata. E anche in questo caso si pone l’interrogativo sulla data di decorrenza dell’assegno di mantenimento: la risposta è necessaria per sapere se si può esercitare l’azione esecutiva e per calcolare esattamente le somme da richiedere.

L’assegno di mantenimento

L’art. 156 del Codice civile dispone che: «Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri».

Quanto all’importo da riconoscere, la norma precisa che: «L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato»: dunque, il giudice dispone di un ampio margine di apprezzamento nella concreta determinazione della cifra.

La norma civilistica, però, non stabilisce nulla riguardo alla decorrenza dell’assegno di mantenimento, ed allora è intervenuta la giurisprudenza a colmare questa lacuna.

La decorrenza dell’assegno di mantenimento

Da quando decorre l’obbligo di versare il mantenimento? La giurisprudenza è concorde nel ritenere che l’assegno di mantenimento deve decorrere dalla data di proposizione della domanda di separazione [1]. Tale momento coincide con quello del deposito in tribunale del ricorso di separazione giudiziale dei coniugi. Ciò costituisce un’applicazione pratica di un importante principio processuale, in base al quale un diritto esercitato non può rimanere compromesso o pregiudicato dal tempo che è necessario per farlo valere e riconoscere in giudizio.

Una nuova sentenza della Corte di Cassazione [2] ha ribadito questo orientamento consolidato, specificando che il principio di decorrenza dell’assegno di mantenimento dalla data della domanda «non interferisce sull’esigenza di determinare il “quantum” dell’assegno alla stregua dell’evoluzione intervenuta in corso di giudizio nelle condizioni economiche dei coniugi, né sulla legittimità della determinazione di misure e decorrenze differenziate, in relazione alle modificazioni intervenute fino alla data della decisione».

Le modifiche della decorrenza dell’assegno di mantenimento

In altre parole, secondo l’insegnamento della Corte di Cassazione, il fondamentale principio della decorrenza dell’assegno di mantenimento dalla data della sua domanda può essere derogato, caso per caso e in presenza di specifiche ragioni, dal giudice che decide sulla separazione e può stabilire una data diversa e successiva. Inoltre, esso non è sempre automaticamente valido, perché deve contemperarsi con le peculiarità delle cause di separazione dei coniugi.

Questo tipo di giudizi vede, dapprima, l’emanazione di una «ordinanza presidenziale» [3], nella quale vengono emanati i primi provvedimenti provvisori, tra i quali il più delle volte vi è anche l’assegno di mantenimento, insieme alle decisioni sul collocamento dei figli e sull’assegnazione della casa familiare. Dopo questa prima statuizione, che non è definitiva, c’è un’evoluzione del giudizio, nel contraddittorio tra le parti, al termine del quale viene emessa la sentenza di separazione, che può modificare la cifra inizialmente riconosciuta. Tutto ciò senza contare gli eventuali reclami ed appelli avverso i provvedimenti adottati dal primo giudice, nonché le successive revisioni, al rialzo o al ribasso, dell’importo dell’assegno, se nel frattempo sono mutate le condizioni economiche dei coniugi (leggi “Modifica assegno mantenimento“).

Mantenimento non pagato: quando si può fare il precetto?

L’ultima pronuncia della Corte di Cassazione intervenuta sul tema [2] ha stabilito che, in fase di separazione giudiziale, è sufficiente l’ordinanza presidenziale che dispone l’erogazione dell’assegno di mantenimento ad uno dei coniugi per consentire all’altro di azionare il precetto se il mantenimento non viene pagato alle scadenze periodiche stabilite, oppure se gli arretrati – anch’essi dovuti con decorrenza dalla data di proposizione della domanda – non vengono corrisposti.

Così per agire in via esecutiva non c’è bisogno di aspettare la sentenza definitiva al termine della causa di separazione. Infatti anche i provvedimenti previdenziali e provvisori emessi nell’ambito delle cause di separazione coniugale costituiscono, ai sensi di legge [4], «titolo esecutivo» valido per l’emissione dell’atto di precetto, che consiste in un’intimazione di pagamento, munita dell’avvertenza che, in caso di inottemperanza, sarà avviata l’esecuzione forzata sui beni del debitore, che in questo caso è l’ex coniuge obbligato al versamento dell’assegno di mantenimento. Per approfondire questi aspetti leggi l’articolo “Mantenimento: che fare se l’obbligato non paga?“.


note

[1] Cass. ord. n. 41232/2021, n. 10788/2018 e n. 17199/2013.

[2] Cass. sent. n. 14281 del 05.05.2022.

[3] Art. 708 Cod. proc. civ.

[4] Art. 189 disp. att. Cod. proc. civ.


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