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Quando il datore di lavoro può denunciare il dipendente?

8 Maggio 2022
Quando il datore di lavoro può denunciare il dipendente?

Reati e illeciti civili commessi dal lavoratore durante e fuori il turno: cosa deve fare il datore per ottenere il risarcimento. 

Chiariamo subito un punto: denunciare significa chiedere allo Stato di punire una persona per un reato da questa commesso. Lo diciamo a scanso di equivoci perché, molto spesso, tale termine viene usato impropriamente, con riferimento a qualsiasi illecito, anche di natura civile. Non si denuncia, ad esempio, per ottenere un risarcimento del danno. 

In ambito lavorativo, questi concetti ci possono tornare utili per spiegare quando il datore di lavoro può denunciare il dipendente. Volendo ampliare il discorso, risponderemo anche ad altre questioni altrettanto frequenti: può il datore di lavoro rivalersi contro il dipendente e magari chiedergli i danni o trattenere dalla sua busta paga un risarcimento? Per quali ragioni sarebbe legittimato a farlo? Per rispondere sarà bene fissare alcuni punti fermi.

Differenza tra denuncia e querela

Denuncia e querela, sotto l’aspetto contenutistico, sono la stessa cosa: sono entrambe la segnalazione di un reato alle autorità e la richiesta di punizione del colpevole. Si parla però di denuncia per i reati più gravi, quelli in cui le autorità possono procedere anche autonomamente, a prescindere dalla richiesta della vittima, che pertanto funge da mera segnalazione (si pensi all’omicidio, per lo spaccio, le violenze ai minori, ecc.). Si parla invece di querela per i reati meno gravi, quelli per i quali è possibile processare il reo solo se lo chiede la vittima, non potendosi altrimenti le autorità sostituire a quest’ultima (si pensi al furto, alla violazione di domicilio, ecc.).

Altra importante differenza sta nella legittimazione: la denuncia può essere sporta da chiunque mentre la querela solo dalla vittima. Così qualsiasi cittadino che assista a un omicidio può denunciare. Invece solo il titolare del bene oggetto di furto può sporgere la querela, potendo anche decidere di “perdonare” il ladro.

Il datore di lavoro può denunciare il dipendente?

Per quanto banale possa apparire la risposta, il datore di lavoro può certo denunciare  il dipendente.

Potrà denunciarlo per tutte quelle condotte che costituiscono reati procedibili d’ufficio, indipendentemente dal fatto che la vittima sia un’altra persona e che la condotta sia posta durante il lavoro o al termine del turno. Ad esempio, si può denunciare il dipendente che tenta l’omicidio di un collega anche se la vittima non intende agire contro di lui per timore delle ripercussioni. Si può denunciare il dipendente se finge una malattia o che sfrutta uno dei giorni di permesso per una finalità diversa da quella prevista della legge: anche se la parte lesa è l’Inps (che eroga la relativa indennità) si tratta infatti di reati procedibili d’ufficio. Si può poi denunciare il dipendente che spaccia all’interno o all’esterno dell’azienda, e così via.

Si tenga conto che, secondo la giurisprudenza, il lavoratore può essere incriminato per i reati commessi anche se li ha posti in essere in adempimento dell’ordine di un superiore. In tal caso, egli deve rispettare la legge e non il grado gerarchico, dovendosi quindi rifiutare di adempiere a un comportamento illecito. Diversamente, ne risponderà in prima persona. 

Il datore di lavoro può querelare il dipendente?

La querela, come detto, può essere sporta solo dalla vittima. Sicché il datore di lavoro può querelare il dipendente quando questi commette dei reati, all’interno o all’esterno dell’azienda, che possano ledere il patrimonio o la reputazione del datore stesso. 

L’imprenditore deve quindi essere la vittima del reato, non potendosi sostituire ad altri nella querela.

Così il datore può querelare il dipendente che ruba o che diffama l’azienda con un post su un social network, ma non può farlo se questi maltratta un collega di lavoro o un cliente, potendo in tal caso solo adottare nei suoi riguardi una sanzione disciplinare e arrivare finanche al licenziamento.

La querela, così come la denuncia, possono riguardare fatti commessi anche fuori orario di servizio. 

Il datore di lavoro può chiedere i danni al dipendente?

Tutte le volte in cui il comportamento del dipendente cagiona un danno all’azienda, il datore di lavoro può agire contro di lui per chiedere il risarcimento. Ciò succede per tutte le condotte colpevoli, poste in violazione del contratto di lavoro, del contratto collettivo o della legge. Si può chiedere il risarcimento del danno non solo quando la condotta è conseguenza di un illecito civile o amministrativo (ad esempio la mancata emissione degli scontrini e il conseguente accertamento fiscale che ne è derivato) ma anche penale (la volontaria distruzione di un bene aziendale).

Sotto il profilo civilistico, il datore di lavoro può chiedere il risarcimento al dipendente solo quando il danno è stato determinato dalla violazione di un obbligo specifico ricadente su di questi. 

Naturalmente, l’azienda non può spalmare su tutti i dipendenti il danno causato da uno solo quando questi non sia identificabile. 

Nello stesso tempo, il dipendente non può essere chiamato a risarcire danni per strumenti che si sono rotti a causa della vetustà o di ragioni che non sono dipendenti dalla sua condotta colpevole. Spetta al datore di lavoro dimostrare un uso non conforme dello strumento che si è rotto. 

Il datore non può mai chiedere i danni al dipendente quantificandoli unilateralmente. Dovrà prima intentargli una causa per far accertare al giudice l’entità del danno. Inoltre, prima di poter azionare nei suoi confronti una sanzione disciplinare, come il licenziamento o la sospensione, dovrà attivare il procedimento previsto dallo Statuto dei lavoratori: invio di una lettera di contestazione, concessione di 5 giorni di tempo per presentare difese in proprio favore (e/o chiedere di essere sentito di persona) e infine adozione del provvedimento definitivo.

Il procedimento disciplinare può sfociare in una sanzione disciplinare proporzionata alla gravità dell’infrazione.

Le sanzioni per l’illecito disciplinare consistono però solo in quelle tipiche indicate dallo statuto dei lavoratori e sono l’ammonimento verbale, la lettera di biasimo (o ammonizione scritta), la multa, la sospensione dal soldo e dal servizio, il trasferimento e, nei casi più gravi, il licenziamento. 

La trattenuta sullo stipendio per il risarcimento del danno prodotto dal dipendente non è una sanzione prevista dalla legge. Il datore non può quindi compensare il danno con la busta paga. Potrebbe farlo solo se prima ha agito contro il dipendente in una causa civile e abbia ottenuto, nei suoi confronti, una sentenza di condanna da parte del giudice. Così, una volta che l’entità del risarcimento sia certa e liquida, il datore può recuperare la somma con la trattenuta sulla busta paga di quest’ultimo, in compensazione del proprio credito, qualora ciò sia previsto dalla contrattazione collettiva o da specifici accordi individuali.

Si ritiene che la trattenuta sullo stipendio possa anche essere superiore a un quinto (limite previsto dalla legge solo per i pignoramenti) e arrivare anche sino all’integrale blocco del salario.



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