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Se l’avvocato muore il processo può proseguire?

9 Maggio 2022 | Autore:
Se l’avvocato muore il processo può proseguire?

Il decesso del procuratore costituito in giudizio comporta l’interruzione del processo e la nullità degli atti successivi compiuti fino alla sentenza.

Nel sistema giudiziario italiano, i processi vanno per le lunghe e possono durare più della vita delle parti in causa. Questo succede specialmente nelle cause civili, che mediamente durano di più di quelle penali, anche perché non hanno la valvola di sfogo della prescrizione dei reati o della morte dell’imputato. Perciò non sono affatto rari i casi in cui i processi sopravvivono ai loro attori, come avviene spesso nelle cause ereditarie, di usucapione, di risarcimento danni o di altri diritti contesi. Gli avvocati lo sanno bene, e del resto neppure loro sono immortali. Così durante il lungo corso del giudizio tutto può succedere e bisogna avere una grande pazienza. Ma se l’avvocato muore, il processo può proseguire? 

Sembra assurdo che la macchina giudiziaria prosegua il suo iter anche quando sulla scena viene a mancare uno dei protagonisti necessari, eppure succede. Di regola, con la morte dell’avvocato il processo dovrebbe interrompersi automaticamente, ma a volte la notizia non viene comunicata e la causa va avanti comunque. Ci riferiamo all’ipotesi in cui il decesso dell’avvocato di una delle parti in causa rimane sconosciuto agli altri protagonisti del processo, cioè alle controparti e al giudice. Costoro pensano – di solito in buona fede – che le assenze dell’avvocato alle udienze, gli omessi adempimenti o le sue mancate risposte alle varie comparse, memorie e repliche, siano dovuti ad acquiescenza, distrazione o disinteresse.

Inoltre, oggi, un avvocato può esercitare in tutta Italia, così la notizia della morte di un collega appartenente ad un altro “foro”, cioè esterno al circondario, non viene facilmente appresa dai colleghi che operano in un tribunale diverso. E i clienti dell’avvocato defunto, che magari sono già da tempo rassegnati alle lungaggini processuali, potrebbero non sapere neanche a che punto si trova la loro causa: confidano nel fatto che in caso di novità sarà il loro avvocato ad informarli dell’evoluzione e dell’esito, ma evidentemente il loro legale dall’aldilà non può più farlo. A tal proposito, bisogna evidenziare che ancora oggi molti professionisti legali operano da soli, senza partner, collaboratori di studio o segretarie che potrebbero avvisare la clientela e gli uffici giudiziari del decesso.

Così i difetti di comunicazione possono verificarsi, e intanto il calendario processuale va avanti, anche con l’avvocato ormai sepolto, e continua a seguire i ritmi stabiliti; ma se ciò accade, una parte processuale non può più far sentire la sua voce, ossia «agire e contraddire» in giudizio, e questo fenomeno è molto grave. La legge, per fronteggiare queste situazioni, prevede dei rimedi in favore di chi è assistito da un difensore defunto e consente di azionarli, anche a distanza di tempo, se il processo non è stato interrotto ed è proseguito. Il meccanismo scatta quando la parte viene a conoscenza dell’evolversi della causa e dei provvedimenti giudiziari adottati in assenza del proprio avvocato, ma è opzionale, in quanto si tratta di una scelta da compiere anche in base a valutazioni di opportunità e convenienza: infatti, nonostante la morte dell’avvocato, la causa potrebbe essere andata bene, e a quel punto non è necessario rimettere in discussione tutto il processo.

Interruzione del processo per morte dell’avvocato

La legge prevede l’interruzione automatica del processo in caso di morte dell’avvocato di una delle parti costituite in giudizio: lo prevede espressamente l’art. 301 del Codice di procedura civile. Questa norma è applicabile anche negli altri tipi di giudizi che si basano sul rito civile, come quelli amministrativi e quelli tributari.

Il processo interrotto potrà riprendere quando il nuovo avvocato nominato dalla parte effettuerà la sua «riassunzione»: è una riattivazione che avviene seguendo l’iter procedurale e compiendo gli atti necessari a norma dell’art. 305 Cod. proc. civ., a partire dalle notifiche necessarie nei confronti delle altre parti costituite.

Cosa succede se il processo prosegue nonostante la morte dell’avvocato?

Il problema pratico sta nel fatto che non sempre la circostanza della morte dell’avvocato è nota alle controparti e viene comunicata al giudice; così la causa prosegue come se nulla fosse, e talvolta arriva anche a sentenza. Se questo succede, le attività processuali compiute dopo la morte del procuratore costituito in giudizio sono considerate nulle, perché la parte assistita dall’avvocato deceduto non è stata messa in condizione di prendervi parte o di replicare.

Di conseguenza, gli atti svolti nel contraddittorio tra le parti (ad esempio, l’escussione di testimoni) o dal giudice (emissione di decreti, ordinanze o sentenze) non sono validi e vengono considerati come se non fossero stati compiuti. La parte in causa, e rimasta priva di avvocato ma con il processo che nel frattempo è progredito, quando viene a conoscenza dell’accaduto può eccepire tali situazioni – ovviamente costituendosi in giudizio con il suo nuovo avvocato – e chiedere l’annullamento del processo, e precisamente delle fasi che sono state svolte successivamente alla morte del precedente difensore.

Cosa deve fare la parte assistita da un avvocato deceduto nel corso del processo?

Una nuova ordinanza della Corte di Cassazione [1] ha stabilito che il decesso dell’unico procuratore della parte costituita comporta l’automatica interruzione del processo. Ciò preclude l’utile compimento di ogni ulteriore attività processuale, anche se il giudice e le controparti non avevano avuto conoscenza della morte dell’avvocato. La Suprema Corte sottolinea che, in tali casi, se dopo il decesso dell’avvocato non è stata disposta l’interruzione del processo, che perciò è «irritualmente proseguito», si verifica «la conseguente nullità degli atti successivi e della sentenza eventualmente pronunciata».

Il Collegio ricorda che la nullità può essere dedotta e provata – anche con ricorso in Cassazione, ai sensi dell’art. 372 Cod. proc. civ. – producendo i «documenti necessari» (da cui si evince la data della morte dell’avvocato e quella dei successivi atti giudiziari compiuti), ma «soltanto dalla parte colpita dal predetto evento a tutela della quale sono poste le norme che disciplinano l’interruzione, non potendo essere rilevata d’ufficio dal giudice, né eccepita dalla controparte».

In altre parole, l’illegittima prosecuzione del processo avvenuta nonostante la morte dell’avvocato può essere eccepita e fatta valere, ai fini della nullità degli atti successivi, solo su iniziativa della parte interessata che, in determinati casi, potrebbe non avere interesse a sollevare la questione (ad esempio, perché è comunque risultata vittoriosa nella causa conclusa).

Approfondimenti

Per ulteriori informazioni leggi “Se muore l’avvocato durante il processo che succede?” e “Se muore la parte in causa il processo si interrompe?“.


note

[1] Cass. ord. n. 13492/2022.


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