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Minacce telefoniche: quando c’è violenza sessuale?

9 Maggio 2022 | Autore:
Minacce telefoniche: quando c’è violenza sessuale?

Si può essere condannati per stupro anche senza contatto fisico? Qual è la differenza tra minaccia e violenza? Cosa sono gli atti sessuali?

Normalmente, si pensa che per commettere uno stupro occorra necessariamente usare la violenza fisica: è ciò che accade, ad esempio, quando un uomo costringe una donna con la forza bruta a consumare un rapporto sessuale non voluto. In realtà, non è sempre così: per aversi questo tipo di reato è sufficiente anche una semplice intimidazione. Proprio di questo particolare tema parleremo con il presente articolo: vedremo quando c’è violenza sessuale per minacce telefoniche.

Come ha recentemente spiegato la Corte di Cassazione [1], il tentativo di stupro può scattare anche a distanza, senza che le parti nemmeno si vedano o si tocchino. Per la legge, infatti, ciò che conta per aversi reato è che si agisca per costringere una persona a consumare un qualsiasi tipo di atto sessuale. Insomma: la minaccia verbale può essere sufficiente a far scattare il reato di violenza sessuale. Se l’argomento ti interessa e vuoi saperne di più, prosegui nella lettura: vedremo insieme quando c’è violenza sessuale per minacce telefoniche.

Minacce telefoniche: quali conseguenze?

Minacciare una persona, anche per telefono, è un reato punito con la multa fino a 1.032 euro oppure, nei casi più gravi, con la reclusione fino a un anno [2].

La minaccia consiste nella prospettazione di un male ingiusto. Classico esempio è l’espressione “Ti uccido”, “Ti faccio vedere io”, “Me la pagherai”, ecc.

In pratica, non c’è nessuna differenza tra una minaccia pronunciata di persona e una per telefono: da un punto di vista giuridico, le conseguenze sono sempre le stesse.

Violenza sessuale: si può avere tramite minaccia?

Una minaccia è sufficiente per integrare il reato di violenza sessuale. Secondo la legge [3], infatti, lo stupro può realizzarsi in due modi:

  • mediante violenza, cioè per mezzo dell’esercizio della forza fisica sulla vittima, la quale è quindi costretta materialmente a subire o a compiere un atto sessuale per via della prepotenza del reo;
  • mediante minaccia, cioè attraverso la prospettazione di una conseguenza negativa che induce la vittima a compiere o a subire un atto sessuale contro la propria volontà. È il caso, ad esempio, dell’uomo che intima alla donna di spogliarsi puntandole una pistola alla tempia oppure minacciando di fare del male ai suoi figli.

In entrambi i casi, sussiste il reato di violenza sessuale, con la differenza che lo stupro mediante minaccia non implica l’uso della forza, cioè l’applicazione di una violenza fisica prevaricatrice della volontà della vittima.

Atti sessuali: cosa sono?

Prima di vedere se si può avere una violenza sessuale tramite minacce telefoniche bisogna chiarire che il reato di violenza sessuale scatta anche in assenza di un rapporto completo tra vittima e carnefice. La legge parla infatti di “atti sessuali”, per tali dovendosi intendere tutti quelli che coinvolgono una zona erogena della persona offesa, come ad esempio il seno, il sedere, le cosce, le labbra, i genitali, ecc.

Quindi, per la legge c’è violenza sessuale anche nel caso di un bacio rubato senza consenso, oppure nell’ipotesi di sfregamento o di palpeggiamento. Anche la classica “mano morta” può essere considerata stupro.

Minacce telefoniche: sono violenza sessuale?

Secondo la sentenza della Corte di Cassazione citata in premessa, le minacce telefoniche e quelle tramite messaggi per costringere una donna a fare sesso configurano una tentata violenza sessuale, cioè uno stupro provato ma non riuscito.

Per la Cassazione è irrilevante la mancanza del contatto fisico: ciò che conta è che l’uomo abbia agito per forzare la libertà sessuale della vittima e per indurla a consumare atti sessuali.

A finire sotto processo era un uomo denunciato alle forze dell’ordine dalla donna a cui aveva rivolto pesanti minacce per ottenere sesso.

Nello specifico, all’imputato veniva contestato di aver tentato di costringere la vittima a subire atti sessuali attraverso continue minacce effettuate con messaggi o per telefono. Insomma, un vero e proprio ricatto sessuale.

A nulla sono servite le obiezioni della difesa, secondo cui la libertà di autodeterminazione della vittima non sarebbe stata lesa. Secondo i magistrati, è corretto addebitare all’uomo il reato di tentata violenza sessuale.

Ciò alla luce del principio secondo cui «è configurabile il tentativo del delitto di violenza sessuale quando, pur in mancanza del contatto fisico tra imputato e persona offesa, la condotta tenuta dal primo denoti il requisito soggettivo dell’intenzione di raggiungere l’appagamento dei propri istinti sessuali e quello oggettivo dell’idoneità a violare la libertà di autodeterminazione della vittima nella sfera sessuale».

La violenza sessuale “a distanza”

La sentenza della Cassazione è confortata dai numerosi precedenti giurisprudenziali, tutti volti a confermare la possibilità di rispondere del reato di violenza sessuale anche “a distanza”, senza alcun contatto fisico tra le parti. È il caso, ad esempio, della vittima costretta a compiere atti sessuali su sé stessa perché minacciata per telefono oppure tramite webcam [4].

Secondo la Cassazione, anche l’invio di foto hard configura il reato di violenza sessuale, se la vittima è stata costretta a fare dei selfie erotici solo per soddisfare o eccitare l’istinto sessuale di chi l’ha minacciata [5].


note

[1] Cass., sent. n. 17717 del 4 maggio 2022.

[2] Art. 612 cod. pen.

[3] Art. 609-bis cod. pen.

[4] Cass., sent. n. 12987 del 03/12/2008 (dep. 25/03/2009).

[5] Cass., sent. n. 25266 dell’8 settembre 2020.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. pen., sez. II, ud. 16 marzo 2022 (dep. 4 maggio 2022), n. 17717

Presidente Di Paola – Relatore Recchione

Ritenuto in fatto

1.Il giudice per le indagini preliminari di Padova applicava al ricorrente la pena concordata ai sensi dell’art. 444 c.p.p., ritenendo sussistente il vincolo della continuazione la continuazione tra la contestazione relativa al tentativo di violenza sessuale e quella relativa all’estorsione consumata.

Si contestava al ricorrente (a) di avere tentato di costringere la vittima a patire atti sessuali attraverso continue minacce effettuate con messaggi o per telefono; (b) di avere tentato di costringere la stessa persona offesa a consegnargli la somma di Euro 1000, minacciandola che se non lo avesse fatto avrebbe rappresentato al marito l’incontro che era avvenuto tra di loro a Venezia.

  1. Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore che deduceva: 2.1. violazione di legge (art. 629 e 609 bis c.p.): si contestava la correttezza della qualificazione giuridica, deducendo che la condotta definita come violenza sessuale avrebbe dovuto essere qualificata come estorsione, tenuto conto che tra le richieste del ricorrente vi era anche l’elargizione di una somma di denaro. Si deduceva, altresì, che le condotte contestate sarebbero inidonee a violare la libertà di autodeterminazione della persona offesa.

2.2. Violazione del divieto di ne bis in idem (art. 649 c.p.p.): il ricorrente sarebbe stato punito due volte per lo stesso fatto, in quanto la descrizione della condotta relativa al tentativo di violenza sessuale sarebbe del tutto sovrapponibile a quella di estorsione.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è infondato.

1.1.Quanto alla qualificazione giuridica della condotta descritta nel primo capo di imputazione (che il ricorrente vorrebbe fosse inquadrata come estorsione invece che come tentativo di violenza sessuale): il collegio condivide la giurisprudenza secondo cui è configurabile il tentativo del delitto di violenza sessuale quando, pur in mancanza del contatto fisico tra imputato e persona offesa, la condotta tenuta dal primo denoti il requisito soggettivo dell’intenzione di raggiungere l’appagamento dei propri istinti sessuali e quello oggettivo dell’idoneità a violare la libertà di autodeterminazione della vittima nella sfera sessuale (Sez. 3, Sentenza n. 34128 del 23/05/2006, Viggiano, Rv. 234778 – 01; Sez. 2, Sentenza n. 41985 del 09/09/2021, S., Rv. 282205 – 01)

Nessuna censura può, pertanto, essere mossa nei confronti della scelta di assegnare alla condotta descritta nel primo capo di imputazione la qualifica di tentata violenza sessuale, dato che le minacce che il ricorrente ha proferito per telefono, e attraverso i messaggi, risultavano sicuramente dirette a coartare la libertà sessuale della vittima e ad indurla a consumare atti sessuali.

1.2. Anche il secondo motivo di ricorso, che invoca la violazione del divieto del ne bis in idem, è infondato.

Il collegio ribadisce che per verificare/idem factum alla luce dei principi espressi dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 200 del 2016 è necessario che l’autorità giudiziaria confronti i fatti contestati “sulla base della triade condotta-nesso causale-evento naturalistico”: solo la coincidenza di questi elementi consente di affermare che si procede per fatti identici (Corte cost n. 200 del 2016).

Pertanto: se per verificare l’idem factum è decisiva non solo la identità della condotta illecita, ma anche l’identità dell’evento, non può ritenersi che i fatti siano identici quando, pur riguardando la stessa persona offesa, le condotte offendano beni giuridici diversi, come la libertà sessuale ed il patrimonio.

Nel caso in esame nel primo capo di imputazione è descritto il tentativo di costringere la vittima a consumare atti sessuali e, solo in aggiunta, “anche” il tentativo di costringerla a consegnare una somma di denaro; condotta che, tuttavia, è stata separatamente contestata anche nel secondo capo di imputazione; deve pertanto ritenersi che solo questa seconda parte della condotta – che ripete pedissequamente quella descritta nel capo di imputazione che descrive il tentativo di estorsione – sia assorbita in quest’ultimo.

In conclusione, si ritiene che la sentenza impugnata abbia ritenuto legittimamente distinte le condotte descritte nel primo e nel secondo capo di imputazione: la descrizione della triade “condotta- nesso causale- evento” contenuta nelle due imputazioni fa infatti emergere infatti una perseverante azione minatoria diretta a ledere, in successione, due beni giuridici distinti – la libertà sessuale ed il patrimonio.

  1. Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che rigetta il ricorso la parte che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso è condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 192 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.


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