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Quando cessa l’obbligo di mantenere i figli?

15 Maggio 2022
Quando cessa l’obbligo di mantenere i figli?

La legge non fissa un’età limite oltre la quale il genitore non è più tenuto a provvedere al mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente. Tale obbligo però non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo. 

Fino a che età i genitori devono versare gli alimenti ai figli? Di certo, fino a quando questi sono minorenni o, se maggiorenni, finché non raggiungono l’indipendenza economica. Quest’obbligo però non può durare in eterno: dopo una certa età, indipendentemente dal percorso di studi intrapreso, il figlio non può più vivere a carico dei genitori. A stabilire quando cessa l’obbligo di mantenere i figli è stata più volte la Cassazione. La giurisprudenza ha fissato un vero e proprio confine oltre il quale il giovane deve andare via di casa (a meno che i genitori non vogliano ospitarlo comunque). Se ancora disoccupato, dovrà avvalersi pertanto dei sussidi statali senza poter fare affidamento sul padre e sulla madre. 

A che età il figlio perde il mantenimento?

Entrambi i genitori – anche se separati – devono contribuire al mantenimento dei figli in relazione alle relative capacità economiche. Non esiste tuttavia un’età prestabilita oltre la quale il figlio perde il diritto agli alimenti. La valutazione va fatta caso per caso, anche se, come abbiamo appena anticipato, la Cassazione ha stabilito un tetto massimo che coincide con i 30 anni, (che, nella peggiore delle ipotesi, può arrivare anche a 35 anni): al raggiungimento di questa età il figlio perde il mantenimento, a prescindere dall’iter scolastico o lavorativo prescelto.

Per stabilire quando cessa l’obbligo di mantenere i figli bisogna comunque considerare una serie di fattori. Pesa innanzitutto il percorso formativo intrapreso dal ragazzo e l’ambiente in cui è inserito. Ad influire sulla durata del diritto in questione è innanzitutto il tipo di studi, l’eventuale necessità di un periodo di tirocinio formativo, la collocazione geografica in cui si vive (è infatti noto che al sud le possibilità occupazionali sono più ridotte che al nord). 

Se è vero che i genitori hanno l’obbligo di non far mancare nulla al figlio finché questi non è economicamente autonomo e di garantirgli lo stesso tenore di vita che hanno loro stessi, dall’altro lato è dovere del figlio far di tutto per rendersi autonomo il prima possibile. Il che significa che, se il ragazzo ha deciso di intraprendere l’università, deve dimostrare di dare gli esami e di progredire con profitto negli studi. Dopo la laurea, gli sarà dato il tempo per l’eventuale formazione post accademica, come ad esempio quella derivante dal tirocinio formativo o da eventuali stage. Il tutto però non oltre 30/35 anni: come detto, dopo questa età si perde sempre il mantenimento. A trent’anni il figlio ormai laureato deve definitivamente emanciparsi dai genitori, iniziando a trovarsi comunque un lavoro, quindi anche al di fuori del campo di studi prescelto, se il mercato non offre altre opportunità. Deve insomma sapersi accontentare. La Cassazione ormai ritiene che il giovane debba ridimensionare, se del caso, le proprie aspirazioni senza aspettare un’opportunità consona alle proprie ambizioni: deve dunque fronteggiare il mercato del lavoro, vi siano o meno occasioni nel settore del campo di studi prescelto. Insomma: giunto ai trent’anni deve trovare una qualsiasi attività che produca reddito perché non è possibile che sia ancora mantenuto dalla famiglia.

Se invece il figlio ha preferito non proseguire gli studi, la sua ricerca di un’occupazione dovrà avvenire immediatamente, in questo caso con maggior adattamento al mercato ed accettando, se del caso, anche i lavori manuali. L’obbligo al mantenimento cessa anche quando il mancato raggiungimento dell’indipendenza economica sia riconducibile all’assenza di un impegno effettivo del figlio verso un progetto formativo rivolto all’acquisizione di competenze professionali o dipenda da inerzia nella ricerca o dal rifiuto ingiustificato di offerte o dall’abbandono volontario del lavoro. 

Quando un figlio è indipendente economicamente?

Quanto all’indipendenza economica, questa si raggiunge con un reddito certo, ma non necessariamente elevato o in linea con le ambizioni del giovane. Quindi, se il figlio inizia a guadagnare da attività parallele rispetto a quello che è il proprio “sogno” perde il mantenimento.

Non si deve trattare ovviamente di un contratto stagionale o di uno a tempo determinato per pochi mesi, senza possibilità di rinnovi. Ma anche un part-time o un assegno di ricerca potrebbe essere sufficiente a perdere il mantenimento. Non basta invece un contratto di formazione professionale.

Il figlio si ritiene economicamente autosufficiente quando svolge un’attività lavorativa remunerata che gli consente un tenore di vita dignitoso, con prospettive concrete, con un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato, anche se l’inserimento nella famiglia paterna gli avrebbe garantito una posizione sociale migliore.

Nel caso in cui il lavoro non consente di raggiungere l’indipendenza economica, sussiste l’obbligo dei genitori a continuare ad adempiere al mantenimento.

Una volta raggiunta l’indipendenza economica, il figlio perde per sempre il mantenimento anche se poi perde il lavoro dopo poco. Quindi, chi viene assunto e dopo qualche mese licenziato non può tornare a bussare alla porta dei genitori. 

Quando non c’è l’obbligo di mantenimento 

Abbiamo appena detto che, di regola, i genitori:

  • sono tenuti a mantenere i figli fino a quando iniziano a lavorare e il lavoro permette loro di raggiungere l’indipendenza economica;
  • possono liberarsi dall’obbligo di mantenere i figli se provano che il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipende da inerzia, rifiuto o abbandono ingiustificato del lavoro.

Pertanto, l’obbligo di mantenimento viene meno quando la mancata indipendenza economica dipende da una mancanza di impegno in un progetto formativo finalizzato ad acquisire competenze professionali o da fattori oggettivi contingenti o strutturali legati all’andamento del mercato del lavoro. È onere del figlio ormai maggiorenne provare di essersi impegnato effettivamente per rendersi economicamente autonomo e trovare un’occupazione in base alle opportunità offerte dal mercato del lavoro, anche ridimensionando le proprie aspirazioni, senza indugiare nell’attesa di un’opportunità consona alle proprie ambizioni.

Si ritiene che l’obbligo di mantenimento venga meno quando, raggiunta una età adulta (non indicata però dalla legge) e completato il percorso formativo, il figlio acquisisca la capacità lavorativa che gli permette di raggiungere l’indipendenza economica o quando il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipenda da inerzia, rifiuto o abbandono ingiustificato del lavoro stesso da parte dei figli.



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