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Come si definisce il mobbing

15 Maggio 2022
Come si definisce il mobbing

Cos’è il mobbing e quando è reato. Come ottenere il risarcimento del danno.

Spesso, si usa la parola mobbing a sproposito. Il concetto di mobbing è molto più complesso di quanto si creda. Ragion per cui non è facile vincere una causa di questo tipo contro il datore di lavoro. Il mobbing, in buona sostanza, è costituito da una serie di comportamenti posti dal superiore gerarchico (mobbing verticale) o dai colleghi del lavoratore (mobbing orizzontale) volti a vessare e/o emarginare quest’ultimo. 

Cerchiamo, più nel dettaglio, di comprendere come si definisce il mobbing, cosa si intende con questo termine e quali sono le azioni che può svolgere il lavoratore per tutelare i propri diritti.

Cos’è il mobbing

Per la Cassazione il mobbing consiste in un insieme di comportamenti vessatori e/o persecutori, prolungati nel tempo e lesivi della dignità personale e professionale del lavoratore nonché della salute psicofisica dello stesso, perpetrati nei suoi confronti da parte di superiori e/o colleghi. 

I vari comportamenti non devono essere per forza contrari alla legge potendo anche essere, singolarmente presi, leciti (si pensi alla continua negazione delle ferie nel periodo estivo o alla richiesta di lavoro durante il weekend).

Quindi, gli elementi essenziali del mobbing sono due:

  • una pluralità di atti vessatori (elemento oggettivo);
  • l’intenzione, da parte del datore o del collega, di perseguitare ed emarginare la vittima (elemento soggettivo). 

È il lavoratore a dover fornire la prova di tali elementi dinanzi al giudice. Tuttavia, il fatto di non riuscire a dimostrare l’esistenza del mobbing non significa che non si possa agire contro l’azienda che vessa il lavoratore. Esistono infatti azioni legali contro i singoli atti illegittimi o, in alternativa, l’accertamento dello straining. Leggi, sul punto, le differenze tra mobbing e straining.

Cos’è lo straining

Lo straining è stato definito come una forma attenuata di mobbing nella quale non si riscontra il carattere della continuità delle azioni vessatorie, le quali, ove si rivelino produttive di danno all’integrità psico-fisica del lavoratore, giustificano la pretesa risarcitoria.

La giurisprudenza ha definito lo straining come «una situazione di stress forzato sul posto di lavoro, in cui la vittima subisce almeno una azione che ha come conseguenza un effetto negativo nell’ambiente lavorativo, azione che oltre ad essere stressante è caratterizzata anche da una durata costante. La vittima è, rispetto alla persona che attua lo straining, in persistente inferiorità. Lo straining viene attuato appositamente contro una o più persone ma sempre in maniera discriminante».

La differenza principale tra straining e mobbing consiste nel fatto che nel primo manca il carattere della continuità e della sistematicità delle vessazioni, potendo realizzarsi anche attraverso una singola condotta lesiva da cui derivino per il prestatore effetti negativi duraturi nel tempo, idonei a procurargli un danno; nel mobbing è invece richiesto che gli atti persecutori siano uniti da un intento vessatorio e siano posti in essere contro la vittima in modo sistematico e prolungato nel tempo.

Per lo straining non è dunque richiesta la prova dell’intento persecutorio, invece necessaria per la fattispecie di mobbing, seppur possa essere fornita dal lavoratore anche attraverso presunzioni, purché esse siano gravi, precise e concordanti.

Cosa si considera per mobbing?

Invero non c’è un atto tipico di mobbing: esso può esplicarsi con comportamenti di varia natura come, ad esempio, l’attribuzione al lavoratore di mansioni inferiori rispetto a quelle svolte da contratto oppure la privazione di qualsiasi mansione, l’abuso di procedimenti disciplinari, la negazione delle ferie, le ripetute offese e denigrazioni. Recentemente, in tema di mobbing, la Corte di Cassazione ha precisato ai fini della configurazione del mobbing, è necessario ravvisare l’intento persecutorio nei diversi e connessi comportamenti posti in essere dal datore di lavoro.

Il mobbing è un reato?

Il mobbing, di per sé, non è un reato, ma un illecito civile. Si può trasformare in reato solo nei piccoli ambienti aziendali, dove il datore è a stretto contatto con i dipendenti. In tal caso, scatta il reato di maltrattamenti.

Il mobbing dà diritto al risarcimento, ma spetta al dipendente provare l’esistenza di tale danno, ed il fatto che esso dipende dal contesto di lavoro e non da altri elementi. 

Ed ancora incombe sul lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare, oltre all’esistenza di tale danno, la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’una e l’altra, e solo se il lavoratore abbia fornito tale prova sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno.

Qualora il lavoratore chieda il risarcimento del danno patito alla propria integrità psicofisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di lavoro di natura asseritamente vessatoria, il giudice, se ritiene che non vi sia un intento persecutorio idoneo a configurare mobbing, è tenuto comunque a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati ed esaminati singolarmente possano essere considerati vessatori e mortificanti per il lavoratore. In tal caso, dovrà riconoscergli il risarcimento del danno [1].

Quando non c’è mobbing?

Secondo la Cassazione [2], non c’è il mobbing in presenza di un insieme di decisioni non assunte contro il dipendente e del tutto prive di quel carattere persecutorio che connota il mobbing. In pratica, se il datore di lavoro si comporta “male” con tutti i dipendenti e non con il singolo, quest’ultimo non può ritenere di essere vittima di mobbing. 


note

[1] Cassazione civile, sez. lav., 20/06/2018, n. 16256

Corte di Cassazione Sezione Lavoro Civile Ordinanza 14 aprile 2022 n. 12280

Data udienza 9 marzo 2022

LAVORO ED OCCUPAZIONE – MOBBINGREPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6718-2016 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

AZIENDA UNITA’ SANITARIA LOCALE UMBRIA N. 2, in persona del legale rappresentante pro tempore, domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 185/2015 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA, depositata il 19/01/2016 R.G.N. 140/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 09/03/2022 dal Consigliere Dott. NICOLA DE MARINIS.

RILEVATO

– che con sentenza del 19 gennaio 2016, la Corte d’Appello di Perugia confermava la decisione del Tribunale di Terni e rigettava la domanda proposta da (OMISSIS) nei confronti della Azienda USL Umbria n. 2 avente ad oggetto la condanna della stessa al risarcimento in favore dell’istante, primario del Servizio di Igiene Mentale costretto al prepensionamento in ragione del mobbing sofferto, del relativo danno nelle sua componente patrimoniale (pensionamento anticipato, mancato compenso da Coordinatore del Dipartimento, differenziale tra pensione percepita e quella corrispondente alla massima anzianita’ contributiva, differenziale relativo al TFR) e non patrimoniale (danno biologico e morale, danno all’immagine);

– che la decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto inconfigurabile nella specie il lamentato mobbing, non ravvisandosi un intento persecutorio nei confronti dello (OMISSIS), che si era trovato a dirigere la struttura sanitaria affidatagli in condizioni difficili ma preesistenti all’assunzione dell’incarico, quanto un favor nei confronti di altro medico, che, a fronte della rinuncia all’incarico cui lo (OMISSIS) si vedeva costretto in ragione delle condizioni in cui si trovava ad operare, era subentrato nella responsabilita’ della struttura affidata allo (OMISSIS), a sua volta incaricato della Direzione di altra unita’ semplice qualificata come estranea all’istituendo Dipartimento di Salute Pubblica, e, a motivo di quella nomina, in virtu’ della quale il predetto medico veniva a porsi come il sanitario con maggiori titoli nell’ambito delle unita’ semplici destinate a essere ricomprese nell’istituendo Dipartimento, investito delle funzioni di Coordinatore dello stesso;

– che per la cassazione di tale decisione ricorre lo (OMISSIS), affidando l’impugnazione di due motivi, cui resiste, con controricorso, l’Azienda USL Umbria n. 2.

CONSIDERATO

– che, con il primo motivo, il ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli articoli 2, 3, 32 Cost. e articolo 35 Cost., comma 2, nonche’ degli artt., 2087, 2043 e 2049 c.c., imputa alla Corte territoriale la parzialita’ della considerazione degli aspetti fattuali della vicenda cui, a detta del ricorrente, andrebbe ricondotto, inficiandolo, il giudizio di incompatibilita’ tra la vicenda stessa e l’istituto del mobbing;

– che, con il secondo motivo, denunciando il vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, il ricorrente imputa alla Corte territoriale la valorizzazione di situazioni di fatto pregresse inidonee a porsi come parametro per la valutazione del carattere pregiudizievole della condotta datoriale;

– che entrambi i motivi, i quali, in quanto strettamente connessi, possono essere qui trattati congiuntamente, devono ritenersi inammissibili, atteso che le censure mosse dal ricorrente non valgono ad inficiare il percorso logico che sorregge la pronunzia della Corte territoriale la quale, muovendo dalla condizione originaria della struttura diretta dal ricorrente, che appare in questo contesto opportunamente valorizzata, rilegge, del tutto plausibilmente, la sequenza comprendente le dimissioni del ricorrente dalla struttura a suo tempo diretta, l’assegnazione ad altra, la collocazione di questa al di fuori del perimetro dell’istituendo Dipartimento, l’attribuzione al subentrante dell’incarico di coordinatore del Dipartimento opportunamente riorganizzato in termini tali per cui deve considerarsi un insieme di decisioni non assunte contro il ricorrente e cosi’ del tutto scevre di quel carattere persecutorio che, viceversa, connota l’istituto del mobbing;

– che, pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile;

– le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimita’ che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis, se dovuto.


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