TFR: dal 1° gennaio lo troverai in ogni busta paga

30 Settembre 2014
TFR: dal 1° gennaio lo troverai in ogni busta paga

La riforma per far circolare liquidità nel mercato e privare di certezze la vecchiaia dei lavoratori.

Spendente tutto ora, purché spendente! Potrebbe essere liquidato così l’obiettivo del Governo di riformare il Trattamento di Fine Rapporto, la “liquidazione” accordata ai lavoratori dipendenti all’uscita definitiva dall’azienda che, di norma, consente di utilizzare un gruzzolo cospicuo per aiutare i figli o assicurarsi una pensione dignitosa o acquistare la casa di famiglia.

Lo scopo dell’Esecutivo è quello di mettere moneta in circolazione e rilanciare i consumi, perché gli 80 euro in busta paga non hanno raggiunto le aspettative. Così Renzi ha confermato che, dal 1° gennaio 2015, ogni lavoratore dipendente riceverà in busta paga il 50% del TFR maturato di volta in volta. Il residuo 50% resterà in azienda e sarà liquidato alla cessazione del rapporto di lavoro, secondo le regole applicate sino ad oggi.

Ma Palazzo Chigi tiene a far sapere che questa misura potrà scattare solo a patto che si creino le condizioni per garantire alle imprese, “soprattutto sotto i dieci dipendenti”, di non perdere minimamente liquidità. Non è, infatti, un mistero che molte imprese si sono autofinanziate proprio grazie al TFR accantonato, evitando così di dover ricorrere all’usura delle banche. E ora che la buonuscita volerà via dalle casse delle aziende, e il credit crunch degli istituti di credito si fa sempre più serrato, come si spera che gli investimenti possano tornare a salire? Insomma, per cercare di immettere denaro sul mercato da un lato, lo si toglie dall’altro. E di norma, i lavoratori sono molto più “risparmiatori” degli imprenditori. Con la conseguenza che la bilancia dell’operazione potrebbe portare addirittura a una contrazione dei consumi.

L’operazione può decollare “utilizzando la leva Bce” in termini di accesso agevolato al credito per le imprese. Il tutto dovrebbe essere vincolato al dispositivo delle garanzie pubbliche fornite esplicitamente dal Governo, rafforzando quelle già previste indirettamente con il Fondo Inps, e con il possibile coinvolgimento della Cdp.

Il flusso annuale delle liquidazioni supera di poco i 22-23 miliardi: 5,5 dei quali vengono indirizzati dai lavoratori ai fondi pensione, altri 6 confluiscono nel fondo di tesoreria dell’Inps e circa 11 miliardi restano in azienda. In quest’ultimo caso a rimanere nelle disponibilità del datore di lavoro è soprattutto il Tfr degli occupati in aziende con meno di 50 addetti perché per quelle più grandi la liquidazione, se non viene convogliata sulla previdenza integrativa, finisce nel fondo Inps. Di qui l’allarme soprattutto delle imprese meno grandi. Ma il Governo è convinto che non ci siano rischi e continua ad affinare questa ipotesi d’intervento anche sulla base dei suggerimenti arrivati sul tema in primavera da leader della Fiom, Maurizio Landini, ancora prima (nel 2011), da esponenti provenienti dal mondo della Cgil come l’ex segretario Sergio Cofferati e Stefano Patriarca.

L’operazione scatterebbe solo per quei lavoratori che prestano il loro consenso e potrebbe essere a tempo: dal minimo di un anno a un massimo di tre anni. Ma su questo punto potrebbe esserci un ripensamento.

Oltre al nodo della liquidità da garantire alle imprese restano da sciogliere quello delle ulteriori compensazioni per le aziende, del regime fiscale cui sottoporre la liquidazione inserita direttamente in busta paga, e soprattutto la fetta di Tfr da smobilizzare per provare a rilanciare i consumi. Su quest’ultimo fronte tre sono attualmente le opzioni sul tappeto: destinazione del 50%, o del 75%, del Tfr maturando nello stipendio lasciandone l’altra metà a disposizione delle imprese; dirottamento di tutta liquidazione maturata a partire dal 2015 sullo stipendio.

L’operazione in prima battuta interesserebbe solo i lavoratori del settore privato. E alle imprese dovrebbe essere garantito quanto meno lo stesso meccanismo fiscale agevolato previsto attualmente nei casi di destinazione del Tfr ai fondi pensione. Resta da capire come l’intervento potrà essere esteso gli “statali” per i quali la liquidazione è di fatto figurativa.

Sempre sul terreno fiscale si presenta l’altro grande ostacolo da superare. Renzi ha esplicitamente fatto riferimento a un’erogazione mensile del Tfr in busta paga. In questo caso le liquidazione verrebbe sottoposta a un prelievo fiscale maggiore rispetto alla “tassazione sperata” che è attualmente prevista. Non è da escludere, quindi, che si possa ricorrere a uno smobilizzo in un’unica soluzione annuale, una sorta di quattordicesima.



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3 Commenti

  1. sarebbe una buona soluzione per tanti lavoratori …cosi aumenta il loro salario di circa 200 euro al mese con il bonus di Renzi .

  2. Non sono d’accordo, si invoglia a spendere più di quanto si guadagna, il TFR infatti non è che una assicurazione di agio per quando si va in pensione, ricordiamoci che cessato il lavoro la pensione la si riceve diversi mesi dopo, ma le bollette sono regolari e bisogna pagarle

  3. Deve essere a scelta del lavoratore.
    Se fa reddito: è tassato alle attuali aliquote IRPEF.
    Incrementa il reddito diminuendo i rimborsi del 730.
    Diminuisce la quota degli assegni famigliari.
    Aumenta l’isee con conseguenti rincari di tariffe di scuola, università, sanità, ecc.
    Si toglie un reddito funzionale nei casi in cui si va in pensione senza ancora aver maturato i requisiti e, viste le leggi attuali, sarà la norma.

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