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Palpeggiare dipendente: cosa si rischia?

10 Maggio 2022
Palpeggiare dipendente: cosa si rischia?

Avances sul luogo di lavoro: si può essere condannati per violenza sessuale solo per aver messo una mano sulle natiche di una donna?

Viene anche chiamata “mano morta”. È un atteggiamento non solo sessista e irrispettoso, ma anche molto grave da un punto di vista giuridico. Specie se si consuma nei luoghi di lavoro. Cosa si rischia nel palpeggiare una dipendente? La risposta è già scritta in una sentenza della Cassazione penale [1]. 

Partiamo dal concetto che non è possibile sfiorare le zone erogene di un’altra persona senza il suo consenso. Neanche per scherzo. Tale comportamento costituisce reato. E non importa se il gesto è durato così poco da non generare, nel colpevole, alcun piacere fisico. Non importa se la vittima si è subito scostata tanto da rendere impossibile un perfetto “contatto”. 

In linea generale, l’atto di palpeggiare o solo di toccare fugacemente le natiche altrui integra il reato di violenza sessuale. Quindi, il datore di lavoro, il superiore gerarchico o lo stesso collega che si rende responsabile di tale comportamento può essere querelato. C’è tempo per sporgere la querela fino a 1 anno da quando si è consumato il reato. E a rendere meno credibile la vittima non conta il fatto che questa abbia aspettato solo l’ultimo giorno per denunciare l’episodio ai carabinieri, alla polizia o direttamente alla Procura della Repubblica. 

Palpeggiamento: è reato?

Il reato di violenza sessuale scatta tutte le volte in cui vi sia un contatto, o un semplice tentativo, con le altrui zone erogene. E queste, ovviamente, non sono solo i genitali, ma anche le natiche, l’interno coscia, il collo, il seno sin dalla scollatura, le orecchie e ovviamente le labbra. 

Dicevamo che, secondo la Cassazione, il reato scatta anche quando l’episodio non procura piacere nel reo. E ciò perché ciò che conta è il gesto di intrusione nell’altrui sfera sessuale.

Tant’è vero che il fatto di agire per scherno non è una giustificazione. Una volta, una donna fu condannata per violenza sessuale ai danni di un uomo (episodio più unico che raro) per avergli toccato i genitali dicendogli «Non hai le pal….» con l’intento di deriderlo.

Palpeggiamento sul luogo di lavoro: altri rischi 

Oltre alla querela, il datore di lavoro rischia anche che il dipendente si dimetta per giusta causa, per le molestie subite. Ciò gli consentirebbe di ottenere il risarcimento del danno, per aver perso il lavoro non per propria colpa. Un risarcimento per il danno economico che si aggiungerebbe a quello, liquidato dal giudice penale in via provvisionale, per il danno morale conseguente appunto al reato in sé.

In buona sostanza, viene risarcita non solo la sofferenza interiore per essere stati vittima dell’altrui violenza, ma anche per aver dovuto rinunciare a uno stipendio.

In forza delle dimissioni per giusta causa, il dipendente vanterebbe anche il diritto a ottenere la Naspi da parte dell’Inps. 

Palpeggiare una dipendente è molestia?

In un recente caso giudiziario, la Cassazione si è trovata a dover chiarire se il palpeggiamento possa rientrare nella semplice molestia o nel più grave reato di violenza sessuale. E i giudici hanno proteso per quest’ultima e più grave soluzione. 

Nel caso di specie, è stato inchiodato alle proprie responsabilità il titolare di un salone di bellezza, che aveva preso di mira una lavoratrice. 

Palpeggiamento: quale prova?

Nel caso di specie, a mettere nei guai il datore di lavoro erano state proprio le parole della giovane dipendente, che aveva denunciato gli approcci sgraditi subiti durante il lavoro.

Sul punto è bene ricordare che, nel processo penale, si può arrivare a una condanna dell’imputato solo sulla base delle dichiarazioni della vittima. Le sue affermazioni integrano una prova testimoniale, al contrario di quelle dell’accusato che non possono essere prese in considerazione. E ciò in ragione del fatto che, diversamente, tutti i reati che si consumano in assenza di testimoni, non potrebbero altrimenti essere puniti. Come appunto la violenza sessuale del datore di lavoro che attende l’uscita di tutti gli altri collaboratori per provarci con la più carina.

Il giudice deve sempre valutare la credibilità della vittima: le sue parole non devono cioè essere contraddette da altri elementi. Diversamente si finirebbe per mettere nelle mani altrui la libertà dei cittadini, con conseguenti possibili abusi.

Nel caso di specie, però, per la Cassazione non poteva essere messa in dubbio la credibilità della donna. Quest’ultima aveva precisato che «i palpeggiamenti erano consistiti in toccamenti dei glutei, che generalmente avvenivano quando lei e il datore di lavoro si trovavano all’interno del magazzino e solo una volta nel salone, quando tutte le altre ragazze si trovavano nel magazzino». E questo racconto è stato ritenuto «ragionevolmente attendibile, sia perché sufficientemente preciso, sia perché privo di manifestazioni di animosità nei confronti dell’uomo, sia perché confermato dalle dichiarazioni di una collega di lavoro, la quale aveva ricevuto le confidenze della persona offesa circa gli atteggiamenti con valenza sessuale del titolare del salone».

Avances sul luogo di lavoro

Per quanto concerne, infine, la qualificazione giuridica della condotta, i Giudici del ‘Palazzaccio’ hanno sancito che le avances in discussione «erano senz’altro idonee a compromettere la sfera sessuale della lavoratrice e ad appagare gli istinti erotici dell’uomo», essendo irrilevante, invece, che «i toccamenti siano stati di breve durata» e assumendo piuttosto peso specifico il fatto che si sia trattato di «gesti non occasionali ma reiterati, pur nella breve esperienza lavorativa della donna».

Sacrosanto, quindi, ritenere l’uomo colpevole di «violenza sessuale» che, ribadiscono i Giudici, si concretizza anche a fronte di «una condotta consistente nel toccamento non casuale dei glutei, ancorché sopra i vestiti».

Con un’altra sentenza [2] la stessa Cassazione ha poi ricordato che il reato di violenza sessuale si concretizza «sia nella violenza fisica in senso stretto, sia nella intimidazione psicologica in grado di provocare la coazione della vittima a subire gli atti sessuali, sia anche nel compimento di atti di libidine subdoli e repentini, compiuti senza accertarsi del consenso della persona destinataria, o comunque prevenendone la manifestazione di dissenso».

Irrilevante, poi, anche la presunta «assenza di un intento libidinoso». Su questo fronte i magistrati ribadiscono che «non è necessario che la condotta sia specificamente finalizzata al soddisfacimento del piacere sessuale dell’agente, essendo sufficiente che questi sia consapevole della natura oggettivamente sessuale dell’atto posto in essere volontariamente, ossia della sua idoneità a soddisfare il piacere sessuale o a suscitarne lo stimolo, a prescindere dallo scopo perseguito».

Approfondimenti

Quando le avances sul luogo di lavoro sono reato?

Avances sul posto di lavoro: è reato?


note

[1] Cass. sent. n. 9146/21 dell’8.03.2021.

[2] Cass. sent. n. 9399/21.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 20 ottobre 2020 – 8 marzo 2021, n. 9146

Presidente Di Nicola – Relatore Zunica

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 24 aprile 2019, la Corte di appello di Lecce confermava la sentenza del 9 marzo 2015, con cui il G.U.P. presso il Tribunale di Lecce aveva condannato S.R. alla pena, condizionalmente sospesa, di un anno di reclusione, in quanto ritenuto colpevole del reato di cui all’art. 81 c.p. e art. 609 bis c.p., comma 3, reato a lui contestato per avere costretto, con abuso di autorità, D.G.G. , sua dipendente, che lavorava presso il suo salone di parrucchiere, a subire atti sessuali, consistiti, in alcuni casi, nel palpeggiarle i glutei, in altri, nel morderle le braccia e, una volta, nel tentarle di morderle le labbra, in tale occasione non riuscendo nel proprio intento per la pronta reazione della donna; fatti commessi in (omissis) .

2. Avverso la sentenza della Corte di appello salentina, S. , tramite il suo difensore, ha proposto ricorso per cassazione, sollevando tre motivi.

Con il primo, la difesa contesta la valutazione di attendibilità della persona offesa, osservando che la Corte di appello aveva omesso di considerare come dal compendio probatorio fosse emerso che la denunciante era stata mossa dal perseguimento di uno specifico interesse economico, atteso che la stessa si era costituita parte civile, preferendo poi rimettere la querela e revocare la costituzione di parte civile solo in un momento successivo, ovvero quando aveva ricevuto il risarcimento del danno, risolvendo le pendenze relative all’intercorso rapporto di lavoro. Sarebbe dunque mancata nel caso di specie un’adeguata verifica della credibilità della D.G. , verifica che invero sarebbe stata indispensabile, atteso che l’unica fonte di prova nel caso di specie era costituita proprio dalle sole dichiarazioni della persona offesa, la quale tuttavia aveva fornito tre diverse versioni dei fatti, l’ultima delle quali, quella disposta dinanzi al G.U.P. ai sensi dell’art. 441 c.p.p., comma 5, particolarmente significativa, perché nel corso della stessa la querelante aveva sensibilmente ridimensionato il fatto originariamente denunciato, arrivando addirittura a confessare anche alcune falsità riportate tanto nella querela del 22 agosto 2011, quanto nelle sommarie informazioni del 30 settembre 2011.

In particolare, rispetto alla maggiore retribuzione che la persona offesa, in sede di querela, ha riferito di percepire senza un apparente motivo rispetto alle colleghe, la difesa rileva che, dinanzi al G.U.P., la D.G. ha ammesso che in realtà lo stipendio le fu aumentato perché fu lei a lamentarsi con l’imputato, pretendendo 20 Euro in più per le spese di viaggio; analogamente, quanto alla tipologia degli atti sessuali subiti, viene osservato che gli stessi, consistiti, secondo il racconto originario, in palpeggiamenti, dopo la corresponsione della somma di denaro, si erano trasformati in un non meglio specificato contatto fisico e in una sculacciata, così come il morso sulle labbra era poi diventato un mero tentativo di morso, per cui si era a quel punto in presenza di atteggiamenti privi di finalità sessuali.

Tali contraddizioni, oltre a inficiare la tenuta logica del racconto della donna, sarebbero altresì idonee a integrare la violazione dell’art. 521 c.p.p., art. 111 Cost. e art. 6 C.E.D.U., stante la mancanza di correlazione tra la sentenza di condanna e il capo di imputazione, dove risultano descritte condotte ben diverse. Una ulteriore incongruenza della sentenza impugnata è stata inoltre ravvisata nel fatto che la Corte territoriale ha ritenuto di qualificare quale riscontro alla narrazione della persona offesa le dichiarazioni dalla collega di lavoro P.R. , che invece costituivano una deposizione de relato, essendo invece ben più verosimile, alla luce della breve durata del rapporto di lavoro (da maggio ad agosto 2011) e della contestualità della denuncia, presentata il 22 agosto 2011, che quelle confidenze siano state create ad hoc dalla persona offesa, con l’unico obiettivo di precostituirsi la prova dei fatti che avrebbe denunciato, al fine di raggiungere l’unico interesse che l’aveva spinta ad adire l’Autorità giudiziaria.

Con il secondo motivo, viene dedotta la nullità della violazione dell’art. 111 Cost. e artt. 546 e 125 c.p.p., evidenziandosi la totale assenza di motivazione in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato contestato, presentando la sentenza impugnata, rispetto a tale aspetto, la medesima omissione argomentativa già configurabile rispetto alla sentenza di primo grado.

Con il terzo motivo, il ricorrente contesta l’inquadramento giuridico dei fatti, osservando che gli stessi dovevano essere sussunti non nel reato di violenza sessuale, ma nella fattispecie ex art. 660 c.p., posto che le condotte descritte dalla persona offesa nella più genuina delle sue tre versioni, ovvero l’ultima, difettano sia del requisito oggettivo, cioè della idoneità delle stesse a violare la libertà di autodeterminazione della vittima nella sfera sessuale, sia del requisito soggettivo, mancando l’intenzione da parte dell’autore di raggiungere l’appagamento dei propri istinti sessuali, per cui al più poteva ritenersi configurabile il reato di cui all’art. 660 c.p., da cui tuttavia l’imputato avrebbe dovuto essere assolvo per mancanza della condizione di procedibilità, stante la remissione di querela operata all’udienza del 29 aprile 2013.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato.

1. Premesso che i tre motivi di ricorso sono suscettibili di trattazione unitaria, perché tra loro sostanzialmente sovrapponibili, deve ritenersi che, a differenza di quanto sostenuto dalla difesa, la valutazione di attendibilità della persona offesa e la qualificazione giuridica delle condotte contestate non presentano vizi di legittimità rilevabili in questa sede.

Ed invero le due conformi sentenze di merito, le cui argomentazioni sono destinate a integrarsi reciprocamente, per formare un corpus motivazionale unitario (Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013 Rv. 257595), hanno innanzitutto operato una puntuale ricostruzione della vicenda oggetto di contestazione, richiamando in primo luogo le dichiarazioni della persona offesa, D.G.G. , la quale, nella denuncia presentata il 22 agosto 2011, ha riferito di aver iniziato a lavorare dal maggio 2011 presso il negozio di parrucchiere gestito da S.R. , presso il quale lavoravano altre quattro ragazze; dopo un inizio tranquillo, la persona offesa iniziava a notare che il suo datore di lavoro le manifestava una serie di “attenzioni”, prima mandandole baci a distanza, poi facendole proposte imbarazzanti, come quella di praticarla un massaggio mentre i due si trovavano insieme nel retrobottega, fino a toccarle una volta il fondoschiena e a morderla su un braccio in un’altra occasione.

Turbata dall’ennesimo tentativo di palpeggiamento, la D.G. , il (omissis) rivelava ai suoi genitori cosa le stava accadendo e dopo tre giorni sporgeva querela; sentita poi in sede di sommarie informazioni, la denunciante precisava che i palpeggiamenti erano consistiti in toccamenti dei glutei, che generalmente avvenivano quando entrambi si trovavano all’interno del “magazzino” e solo una volta nel “salone”, quando tutte le altre ragazze si trovavano nel “magazzino”.

Orbene, il racconto della D.G. , sentita invero anche dal G.U.P. in sede di rito abbreviato, è stato ritenuto ragionevolmente attendibile dai giudici di merito, sia perché sufficientemente preciso, sia perché privo di manifestazioni di animosità nei confronti dell’imputato, sia perché confermato dalle dichiarazioni della collega di lavoro P.R. , la quale aveva ricevuto le confidenze della persona offesa circa gli atteggiamenti con valenza sessuale di S. .

Nel confrontarsi poi con le deduzioni difensive, la Corte territoriale ha evidenziato, in maniera non illogica, che le stesse non erano idonee a inficiare la credibilità complessiva della narrazione della D.G. , riguardando le discrasie segnalate aspetti non centrali della vicenda, che invero nei suoi tratti essenziali è rimasta confermata nel corso di tutte le audizioni della donna, e ciò sia rispetto alla descrizione dei contatti fisici subiti, tutti di breve durata, sia in ordine alla specificazione dei locali dove gli stessi avvenivano, circostanza questa che ha trovato conforto anche nella documentazione fotografica acquisita.

Non può dunque affermarsi che la remissione della querela intervenuta a seguito dell’accordo economico con l’imputato abbia determinato un ridimensionamento significativo della narrazione della denunciante, la quale peraltro ha riconosciuto dinanzi al G.U.P. di essersi contraddetta sulla questione dei 20 Euro aggiuntivi, da ella richiesti al suo datore di lavoro e non da questi corrisposti autonomamente. Tale discrasia tuttavia non è stata ritenuta dirimente, a fronte di una ricostruzione complessiva della vicenda rivelatasi per il resto coerente, costante e soprattutto priva di enfatizzazioni rispetto agli episodi verificatisi e alle conseguenze che ne sono scaturite, e ciò sin dalla prima rivelazione dei fatti.

Nè alcuna violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza appare ravvisabile nel caso di specie, atteso che i comportamenti descritti dalla persona offesa sono perfettamente coerenti con quelli riportati nel caso di imputazione, dove si parla di palpeggiamenti dei glutei e di morsi alle braccia, anche tentati.

In definitiva, la valutazione di attendibilità della persona offesa è scaturita da una disamina razionale ed esauriente delle fonti dimostrative disponibili, a fronte della quale la difesa ha proposto una lettura alternativa (e frammentaria) non consentita in questa sede, dovendosi sul punto ribadire il consolidato principio di questa Corte (cfr. Sez. 6, n. 47204 del 07/10/2015, Rv. 265482), secondo cui, in tema di giudizio di cassazione, sono precluse al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, indicati dal ricorrente come maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa rispetto a quelli adottati dal giudice del merito.

2. Anche la qualificazione giuridica della condotta appare immune da censure, risultando le avances dell’imputato senz’altro idonee a compromettere la sfera sessuale della persona offesa e ad appagare gli istinti erotici dell’imputato, a nulla rilevando che i toccamenti siano stati di breve durata, assumendo piuttosto rilievo, anche dal punto di vista soggettivo, il fatto che si sia trattato di gesti non occasionali ma reiterati, pur nella breve esperienza lavorativa della D.G. . Risulta dunque corretto l’inquadramento dei fatti non nella previsione di cui all’art. 660 c.p., ma nella fattispecie ex art. 609 bis c.p. (rispetto alla quale è stata riconosciuta ragionevolmente l’ipotesi di minore gravità), avendo la Corte territoriale richiamato, in modo pertinente, la condivisa affermazione della giurisprudenza di legittimità (cfr. Sez. 3, n. 27042 del 12/05/2010, Rv. 248064), secondo cui integra il reato di violenza sessuale e non quello di molestia sessuale la condotta consistente nel toccamento non casuale dei glutei, ancorché sopra i vestiti, essendo configurabile la contravvenzione solo in presenza di espressioni verbali a sfondo sessuale o di atti di corteggiamento invasivo e insistito, diversi dall’abuso sessuale, per cui, avendo la condotta dell’imputato assunto una dimensione corporea, non vi è spazio per la riqualificazione suggerita dalla difesa, che peraltro, a differenza di quanto dedotto, non comporterebbe comunque alcun effetto estintivo, atteso che il reato di molestia è procedibile d’ufficio, per cui la remissione di querela comunque non dispiegherebbe effetti.

3. In conclusione, alla stregua delle considerazioni svolte, il ricorso proposto nell’interesse di S. deve essere rigettato, con conseguente onere per il ricorrente, ex art. 616 c.p.p., di sostenere le spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.


Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 2 febbraio – 10 marzo 2021, n. 9399

Presidente Liberati – Relatore Sessa

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza in data 26/11/2019 la Corte di appello di Firenze ha riformato, limitatamente al trattamento sanzionatorio, che ha ridotto, la sentenza del Tribunale di Firenze che aveva affermato la penale responsabilità di Lu. Ma. in ordine a un delitto di violenza sessuale e ad altro delitto di tentata violenza sessuale.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di fiducia del Ma., avv.to Na. Sa., articolando due motivi di doglianza, di seguito sintetizzati conformemente al disposto dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen.

2.1. Con il primo motivo lamenta violazione di legge ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen. per inosservanza della previsione dell’art. 192, comma 2, cod. proc. pen., essendo le risultanze probatorie insufficienti a fondare la configurabilità dei delitti in contestazione.

Nello specifico, assume che l’effettivo verificarsi dei fatti oggetto di contestazione sarebbe stato inferito dalla Corte distrettuale da indizi privi dei caratteri di precisione e concordanza, ove si considerino le contraddizioni in cui era incorsa la persona offesa Ad. Ba. nel descrivere la mimica facciale dell’imputato in occasione dell’aggressione, l’inattendibilità del narrato dell’altra persona offesa Al. Re., nella parte in cui aveva riferito, solo in sede di rinnovazione dell’istruttoria in grado d’appello, del toccamento al seno e le discordanze relative alla reciproca conoscenza rinvenibili nelle dichiarazioni delle due donne.

2.2. Con il secondo motivo lamenta, poi, violazione di legge ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen. per erronea applicazione della norma incriminatrice della violenza sessuale.

Sostiene, infatti, che, sotto il profilo oggettivo, le condotte tenute dal proprio assistito non avrebbero integrato le fattispecie criminose in contestazione, in quanto inidonee a costringere le vittime a subire atti sessuali, non essendo riconducibili a forme di congiunzione carnale e non essendo state percepite dalle vittime come limitative della propria libertà di autodeterminazione.

Aggiunge, inoltre, che, sotto il profilo soggettivo, difetterebbe la coscienza e la volontà dell’offesa, in quanto l’agente non avrebbe agito con intento libidinoso e sarebbe inoltre, come attestato dal perito nominato dal Tribunale fiorentino, persona affetta da vizio parziale di mente, la qual cosa condurrebbe a ritenere le aggressioni da lui perpetrate ascrivibili ad un impulso incontrollato.

Considerato in diritto

1. Il ricorso presentato nell’interesse di Lu. Ma. è manifestamente infondato per le ragioni che di seguito si espongono.

2. Destituita di fondamento appare, innanzitutto, la doglianza fatta valere con il primo motivo di ricorso, con cui si lamenta l’inosservanza del disposto di cui all’art. 192, comma 2, cod. proc. pen., in quanto le risultanze probatorie sarebbero inidonee a fondare la configurabilità dei delitti di cui trattasi, stante l’assenza di precisione e di concordanza degli indizi esistenti.

Detta doglianza, nella parte relativa alle contraddizioni in cui sarebbe incorsa la persona offesa Ad. Ba. nel descrivere la mimica facciale del suo aggressore e in quella afferente all’inattendibilità che caratterizzerebbe il narrato dell’altra persona offesa Al. Re. sul punto del patito toccamento al seno, risulta caratterizzata da un’evidente difetto di specificità, che rende inammissibile il ricorso.

Deve infatti rilevarsi che il ricorrente ripropone una questione già devoluta illo tempore alla Corte di appello fiorentina e dal giudice di merito puntualmente esaminata e disattesa con motivazione coerente e adeguata (rinvenibile, segnatamente, alle pagg. 5 e 6 della decisione), che, oltretutto, non è stata in alcun modo sottoposta ad autonoma e argomentata confutazione.

In particolare, il giudice distrettuale, relativamente alle ipotetiche contraddizioni in cui sarebbe incorsa la persona offesa Ad. Ba., ha ritenuto, con argomentazione congrua e lineare, che la teste sia rimasta ferma nell’affermare la circostanza obiettiva degli occhi sbarrati dell’aggressore e che la contraddizione potrebbe riscontrarsi, al più, nel modo in cui tale circostanza è stata da lei intesa, sicché atterrebbe a una valutazione soggettiva, che giammai potrebbe condurre ad inficiare la complessiva attendibilità del suo narrato; con riguardo, invece, alla ritenuta veridicità della ricostruzione della persona offesa Al. Re. in punto di toccamento al seno, ha osservato, con argomentazione egualmente lineare, che le dichiarazioni rese in precedenza da detta teste, piuttosto che difformi, risultavo solo meno particolareggiate, concludendo analogamente per la loro piena attendibilità.

Con tale percorso motivazionale non si confronta il ricorrente, che si limita, di fatto, a riproporre tal quali le lamentazioni precedentemente prospettate alla Corte distrettuale.

Orbene, è pacifica acquisizione della giurisprudenza di questa Corte che con i motivi di doglianza non possono essere riprodotte le medesime ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame, dovendosi, ove ciò accada, ritenere aspecifici i motivi stessi.

La mancanza di specificità del motivo, infatti, va valutata e ritenuta non solo per la sua genericità, intesa come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, dal momento che quest’ultima non può ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di specificità, che conduce, ai sensi dell’art. 591, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., all’inammissibilità dell’impugnazione (così, ex multis, Sez. 2, n. 42046 del 17/07/2019, Boutartour, Rv. 277710-01, Sez. 2, n. 11951 del 29/01/2014, Lavorato, Rv. 259425-01, Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013, Sammarco, Rv. 255568-01 e Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012, Pezzo, Rv. 253849-01).

La doglianza fatta valere con il primo motivo di ricorso risulta, inoltre, egualmente manifestamente infondata nella parte in cui si deducono discordanze asseritamente riscontrabili nelle dichiarazioni delle due persone offese in ordine alla loro reciproca conoscenza, facendosene, di fatto, derivare un vulnus alla credibilità di tali fonti, valevole a compromettere la tenuta del quadro probatorio.

Osserva, infatti, il Collegio che la lamentazione, involgendo la credibilità delle propalanti, attiene a questione di mero fatto, peraltro implicitamente affrontata dalla Corte distrettuale nella parte dell’articolato motivo in cui ha ritenuto soggettivamente credibili le fonti e oggettivamente attendibile il narrato dalle stesse veicolato.

Orbene, alla stregua della motivazione resa sul punto dal giudice del merito, trova applicazione il consolidato principio secondo cui «In tema di prove, la valutazione della credibilità della persona offesa dal reato rappresenta una questione di fatto che, come tale, non può essere rivalutata in sede di legittimità, salvo che il giudice sia incorso in manifeste contraddizioni» (così, ex multis, Sez. 2, n. 41505 del 24/09/2013, Terrusa, Rv. 257241 e, in precedenza, Sez. 3, n. 8382 del 22/01/2008, Finazzo, Rv. 239342-01).

Ed è appena il caso di rilevare che, nel caso in esame, non si ravvisano né contraddizioni, né tantomeno discrasie.

Dunque, la doglianza in disamina si traduce in un’ingiustificata richiesta di rivalutazione di circostanze di fatto, sottratta al sindacato di questa Corte.

3. Del pari manifestamente infondata risulta, poi, la doglianza fatta valere con il secondo motivo di ricorso, con cui si lamenta l’erronea applicazione della norma incriminatrice della violenza sessuale, fattispecie di cui difetterebbero tanto l’elemento oggettivo quanto quello soggettivo.

Al riguardo ritiene il Collegio che la Corte distrettuale abbia correttamente qualificato le condotte tenute dal ricorrente, atteso che «In tema di violenza sessuale, l’elemento oggettivo consiste sia nella violenza fisica in senso stretto, sia nella intimidazione psicologica che sia in grado di provocare la coazione della vittima a subire gli atti sessuali, sia anche nel compimento di atti di libidine subdoli e repentini, compiuti senza accertarsi del consenso della persona destinataria, o comunque prevenendone la manifestazione di dissenso» (così Sez. 3, n. 6945 del 27/01/2004, Manta, Rv. 228493-01).

Ed egualmente infondati appaiono i rilievi formulati dal ricorrente in ordine alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, che si vorrebbe, invece, mancante per l’assenza di un intento libidinoso.

Al riguardo, si osserva infatti che costituisce consolidato insegnamento, che il Collegio intende recepire, quello secondo cui «Ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo del reato di violenza sessuale non è necessario che la condotta sia specificamente finalizzata al soddisfacimento del piacere sessuale dell’agente, essendo sufficiente che questi sia consapevole della natura oggettivamente “sessuale” dell’atto posto in essere volontariamente, ossia della sua idoneità a soddisfare il piacere sessuale o a suscitarne lo stimolo, a prescindere dallo scopo perseguito» (così Sez. 3, n. 3648 del 03/10/2017, dep. 25/01/2018, T., Rv. 272449-01).

Quanto, infine, alla lamentata carenza dell’elemento soggettivo, in tesi ascrivibile al vizio parziale di mente da cui sarebbe affetto il Ma., deve rilevarsi che la doglianza risulta, in parte qua, connotata da un’evidente mancanza di specificità, ove si consideri che la questione fu prospettata, negli stessi termini, alla Corte di appello di Firenze e venne dalla stessa risolta nel senso della ritenuta sussistenza della coscienza e volontà della condotta pur in presenza di detto vizio, con motivazione lineare e congrua, oltre che ineccepibile in punto di diritto, con la quale il ricorso ha omesso del tutto di confrontarsi.

4. Alla stregua delle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente onere per il ricorrente di sostenere, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., le spese del procedimento.

Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale n. 186 del 13 giugno 2000 e considerato che non v’è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza «versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso il 02/02/2021


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