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Contratto di associazione in partecipazione: come funziona

10 Maggio 2022
Contratto di associazione in partecipazione: come funziona

Come partecipare agli affari di un’azienda e fare un investimento senza rischiare nulla se non il capitale e senza entrare in società. 

In questa breve guida scopriremo come funziona il contratto di associazione in partecipazione. Si tratta del contratto con cui una parte (il cosiddetto associante) attribuisce a un’altra (associato) una partecipazione agli utili della propria impresa o di uno o più affari, in cambio di denaro (o, più raramente, di beni). 

L’associato, pur senza entrare in società e senza essere quindi socio dell’associante, ha comunque una forma di vantaggio diretto al buon andamento dell’azienda a fronte di un investimento iniziale. 

Vediamo, più da vicino, come funziona l’associazione in partecipazione.

Cos’è il contratto di associazione in partecipazione?

Il contratto di associazione in partecipazione è disciplinato dagli articoli da 2549 a 2554 del Codice civile. Si tratta del contratto mediante il quale l’associante, e cioè l’imprenditore, attribuisce all’associato, e quindi a un soggetto terzo, una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari, verso il corrispettivo di un determinato apporto che di norma si sostanzia in capitale, in lavoro o in entrambe (cosiddetto apporto misto). 

L’apporto fornito dall’associato può consistere:

  • in una somma di denaro;
  • nella cessione o nel godimento di uno o più beni (beni mobili, sia materiali che immateriali, o beni immobili);
  • nella prestazione di un’opera o di un servizio.

Si può avere associazione in partecipazione tra due società oppure tra una società e una persona fisica (in qualità, o meno, di imprenditore) o tra impresa individuale e società.

Prestazione lavorativa subordinata dell’associato

Nel caso in cui l’associato sia una persona fisica l’apporto non può consistere in una prestazione di lavoro. Tale divieto di apporto di lavoro di una persona fisica (scattato nel 2015) è stato rivolto ad evitare che, dietro lo schermo dell’associazione in partecipazione con apporto d’opera, si potessero nascondere rapporti di lavoro subordinato.

Tuttavia, il dipendente regolarmente retribuito per la propria prestazione di lavoro subordinato può anche stipulare un contratto di associazione in partecipazione per altro capitale apportato o essere retribuito con partecipazione agli utili. 

Secondo la giurisprudenza, non può essere considerato “associato in partecipazione” colui che percepisce “una somma fissa mensile” senza alcun conguaglio rispetto agli utili, e quindi senza un’effettiva partecipazione al rischio di impresa e senza essere chiamato a sottoscrivere il rendiconto.

Prestazione lavorativa autonoma dell’associato

L’associato in partecipazione che apporta lavoro è un lavoratore autonomo in quanto non è soggetto ad alcun vincolo di subordinazione ossia ad alcun potere gerarchico nei confronti dell’associante e partecipa al rischio di impresa, poiché subisce in modo diretto le conseguenze di un buono o cattivo andamento dell’attività. In aggiunta alle modalità con cui viene resa la prestazione – che sono certamente essenziali nella qualificazione di un rapporto autonomo o subordinato – nel contratto di associazione in partecipazione la giurisprudenza è concorde nel sostenere indispensabili due requisiti di base per poterlo definire tale:

  • l’associato deve sopportare il rischio di impresa, partecipando dunque anche alle perdite;
  • all’associato è dovuto un rendiconto periodico.

A che serve il contratto di associazione in partecipazione?

La finalità del contratto è di realizzare una collaborazione tra più soggetti per esercitare un’attività economica a scopo di lucro, senza la creazione di un nuovo soggetto giuridico o la costituzione di una società con un patrimonio autonomo. Pertanto, l’impresa resta di esclusiva pertinenza dell’associante.

A chi spetta la gestione dell’impresa?

L’associato resta completamente estraneo alla gestione dell’impresa. Anche la rappresentanza esterna è in capo all’associante, nei confronti del quale hanno efficacia le situazioni debitorie e creditorie.

Tuttavia, l’associante non può attribuire partecipazioni per la stessa impresa o per lo stesso affare ad altre persone, senza il consenso dei soggetti già associati. Questo è uno degli aspetti più significativi, in termini di limitazione della sua autonomia gestionale e organizzativa.

Che poteri e diritti ha l’associato?

L’associato ha il potere di controllo della gestione secondo le modalità e le misure previste dal contratto. Egli inoltre ha diritto a ricevere una rendicontazione periodica in merito all’andamento economico di ciò che forma l’oggetto del contratto di associazione in partecipazione. 

In cambio dell’apporto, che può essere generato da capitale, da lavoro, ovvero da entrambe, l’associato partecipa alla distribuzione degli utili.

Cosa rischia chi firma un contratto di associazione in partecipazione?

Nel caso di debiti, l’associato risponde solamente nel limite del suo apporto. L’associato dunque partecipa alle perdite nella stessa misura in cui partecipa agli utili, anche se le perdite non possono superare il valore del suo apporto, e vi concorrono dunque fino a capienza. In buona sostanza, il suo è un rischio limitato, proprio al pari di come potrebbe succedere per il socio di una Srl o di una Spa. 

Non è ammissibile un contratto di mera cointeressenza agli utili di un’impresa senza partecipazione alle perdite, pena la conversione in rapporto di lavoro subordinato.

Come si fa un contratto di associazione in partecipazione?

Per l’associazione in partecipazione non è prevista una particolare forma. Tuttavia, è da preferire la forma scritta, quantomeno la scrittura privata, per evitare eventuali contenziosi tra le parti o nei confronti degli Istituti di previdenza e assistenza. 

Data la particolarità del contratto di associazione in partecipazione con apporto di lavoro, è possibile attivare la procedura di certificazione dei contratti di lavoro istituita dalla legge Biagi.



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