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Quando stare in silenzio è reato

15 Maggio 2022
Quando stare in silenzio è reato

Vincere al gioco con raggiri: è reato? Quando la truffa può consistere nella reticenza e nel silenzio, come nel caso di prestito o incapacità a pagare.

Stare in silenzio è reato. Detto così, può sembrare paradossale. Ma è chiaro che l’espressione si riferisce a tutti i casi in cui, in presenza di particolari rapporti tra le parti, una delle due abbia l’obbligo di informare l’altra di circostanze essenziali affinché questa esprima coscientemente il proprio consenso. Diversamente, si può parlare di truffa, in particolare di truffa contrattuale.

Un esempio servirà a comprendere meglio quando stare in silenzio è reato. Ma prima bisogna ricordare che il reato di truffa scatta solo in presenza di alcuni elementi essenziali.

Innanzitutto, ci deve essere un «raggiro» o un «artificio». Il raggiro consiste in una modifica della realtà esterna (ad esempio, la falsificazione di un atto) in modo da far apparire vera una cosa che non lo è o, viceversa, far apparire falso qualcosa che invece è vero. 

L’artificio invece consiste in un comportamento volto a far cadere in errore la vittima con un discorso, un ragionamento, una menzogna e anche – come vedremo a breve nel seguente articolo – con lo stesso silenzio o la reticenza.

Ma procediamo con ordine e vediamo quando stare in silenzio è reato.

Vincere al gioco con raggiri: è reato?

Si pensi a un giocatore di biliardo che sfidi un altro, senza prima comunicargli di essere un campione nazionale ma anzi, simulando inesperienza in una precedente partita con un complice, gli faccia credere di poter vincere. In un caso del genere, la Cassazione ha ritenuto [1] che gli artifici e i raggiri richiesti per integrare il reato di truffa contrattuale possono consistere anche nel silenzio maliziosamente serbato su alcune circostanze da parte di chi abbia il dovere di farle conoscere, indipendentemente dal fatto che queste siano conoscibili dalla controparte con l’ordinaria diligenza. 

Contratti: quando il silenzio è reato?

Nell’ambito delle trattative precedenti alla stipula di un contratto le parti devono comportarsi secondo buona fede e non nascondere nulla di quanto a loro conoscenza che potrebbe influire sul consenso dell’altra. Pertanto, anche il silenzio maliziosamente serbato su circostanze rilevanti ai fini della valutazione delle reciproche prestazioni, da parte di colui che ha il dovere di farle conoscere, integra quel raggiro necessario per parlarsi di truffa.

Si pensi al caso di una persona che voglia vendere un immobile ricevuto da una precedente donazione. Come noto, è più difficile vendere una casa donata. Sicché, chi tace su tale circostanza, nonostante la richiesta dell’altra, potrebbe essere querelato per truffa.

Un altro caso di truffa potrebbe essere quello di una persona che venda un bene altrui o che non gli appartiene interamente: si pensi al marito che vende l’immobile in comunione dei beni con la moglie o al coerede che faccia apparire come proprio un bene in realtà su cui vi è una comunione ereditaria, incassando nel frattempo la caparra [2]. La truffa potrebbe essere integrata anche nel caso in cui chi vende il bene altrui firma il compromesso senza informare di ciò l’acquirente, nella convinzione però di poter ottenere l’autorizzazione dall’effettivo proprietario prima del rogito. 

Un altro tipico caso di truffa contrattuale è quella conseguente al silenzio dell’agente immobiliare il quale taccia alle parti alcune rilevanti notizie che attengono alla sicurezza dell’affare e che devono essere rese note al fine di consentire ai contraenti di determinarsi con la necessaria consapevolezza. Il silenzio maliziosamente serbato dal mediatore immobiliare su elementi essenziali del contratto – tali cioè da influire sulla volontà di concludere l’affare – può integrare la truffa. 

In un altro caso, la Cassazione ha ritenuto che sussistesse la truffa per il fatto che il venditore aveva taciuto che il mutuo per l’acquisto della casa era stato stipulato dal soggetto coinvolto in un reato di corruzione con il rischio di possibile confisca per equivalente dell’immobile stesso [3]. 

Integra il reato di truffa la condotta del soggetto che abbia messo in vendita su un sito Internet un determinato bene, dopo essere stato contattato dalla vittima ed aver raggiunto un accordo sulla compravendita e dopo aver ricevuto la somma pattuita si sia reso irreperibile, non rispondendo più ad alcuna telefonata della persona offesa. Ciò in quanto, anche il silenzio serbato dal soggetto agente in ordine alla propria volontà di non vendere realmente il bene, integra l’elemento oggettivo del raggiro idoneo e finalizzato a determinare il consenso della vittima, e non già il solo inadempimento contrattuale [4].

Prestito: quando il silenzio è reato?

Il silenzio potrebbe anche integrare il diverso reato di insolvenza fraudolenta. Si pensi al caso di una persona che chieda un finanziamento esibendo una busta paga ma tacendo sul fatto di aver ricevuto, proprio nei giorni precedenti, una lettera di contestazione disciplinare il cui procedimento potrebbe portare al suo licenziamento. 

Fingere di poter pagare è reato?

Il fatto di fingere di poter pagare o semplicemente di tacere sulla propria incapacità economica rientra nel reato di insolvenza fraudolenta. Se è vero che tale reato scatta anche in presenza della condotta di chi tiene il creditore all’oscuro del proprio stato di insolvenza al momento di contrarre l’obbligazione, con il preordinato proposito di non adempiere la dovuta prestazione, mentre si configura solo un illecito civile nel mero inadempimento non preceduto da alcuna preordinazione, è altresì vero che la prova della “premeditazione” può essere desunta anche da indizi seri, ricavabili dal contesto dell’azione. In questo senso, anche il silenzio può acquistare rilievo come forma di preordinata dissimulazione dello stato di insolvenza, quando, fin dal momento della stipula del contratto, sia già maturo, nel soggetto, l’intento di non far fronte agli obblighi conseguenti. 

Anche secondo la Cassazione [5], la prova dell’insolvenza dell’agente al momento dell’assunzione dell’obbligazione può essere desunta dal mero silenzio dell’agente. Sulla scorta di tale principio è stato condannato un uomo che, alla data di emissione delle fatture, aveva taciuto ai fornitori la situazione di costante e progressivo indebitamento della società dallo stesso amministrata.


note

[1] Cass. sent. n. 41717/2009.

[2] Cass. sent. n. 1980/2019.

[3] Cass. sent. n. 41717/2009.

[4] Trib. Potenza, sent. n. 163/2022.

[5] Cass. sent. n. 30718/2021.


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