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Casa donata alla moglie: dopo la separazione va restituita?

13 Maggio 2022 | Autore:
Casa donata alla moglie: dopo la separazione va restituita?

L’intestazione di un bene ad un solo coniuge costituisce una donazione indiretta e trova la sua causa nei doveri del matrimonio: così la Cassazione.

Preso dall’euforia, durante gli anni di matrimonio, hai regalato parecchi beni alla tua consorte: anche un immobile, che altrimenti sarebbe stato di tua proprietà. Per la precisione, lo hai comprato con i tuoi soldi, così finanziando l’acquisto, ma hai deciso di intestare la casa interamente a lei. Poi, le cose non sono andate per il meglio e vi siete separati. Adesso, è venuto il momento di fare i conti e vuoi sapere se la casa donata alla moglie va restituita dopo la separazione.

Della questione si è occupata di recente la Corte di Cassazione [1], che in un’ordinanza ha stabilito cosa succede in questi casi e quali sono i principi di diritto applicabili. Oltretutto nella vicenda esaminata dalla Suprema Corte era stata proprio la donna a chiedere, ed ottenere, la separazione coniugale: quindi, il marito si era ritrovato di colpo senza moglie e senza l’appartamento che le aveva donato. Perciò, l’uomo aveva instaurato una causa per riavere la casa in via giudiziaria; ovviamente, la moglie si era opposta a questa richiesta e voleva continuare a tenere quell’immobile tutto per sé.

Quando intestare la casa solo alla moglie?

La decisione di intestare la casa solo ad uno dei coniugi, anziché in comproprietà ad entrambi, non deriva sempre da un “folle amore”, ma il più delle volte viene presa per motivi di convenienza pratica, patrimoniale o fiscale. È possibile attribuire la proprietà esclusiva di un immobile acquistato durante il matrimonio quando la coppia è in regime di separazione dei beni, altrimenti ricade in comproprietà.

In questi casi, l’atto stipulato dal notaio si qualifica giuridicamente come una donazione del bene immobile da un coniuge all’altro. In seguito, specialmente se il matrimonio finisce, si può tentare di farsi restituire il bene donato facendo revocare la donazione per ingratitudine o per «simulazione», cioè quando la donazione è soltanto apparente (ciò significa che, in realtà, è fittizia poiché compiuta per altri scopi): ad esempio, per intestare i propri beni immobili ad altri in modo da sfuggire ai pignoramenti dei creditori o per risparmiare sull’Imu da pagare (anche se questa problematica è parzialmente risolta dal fatto che è consentito per i coniugi avere residenze diverse in Comuni diversi).

Tuttavia, la dimostrazione da fornire è molto difficile, specialmente se l’immobile era stato adibito a casa familiare, cioè il luogo dove i coniugi hanno scelto di vivere abitualmente, perché si presume, fino a prova contraria, che l’immobile era stato acquistato ed intestato ad un solo coniuge allo scopo di adempiere i doveri di solidarietà derivanti dal matrimonio. È stato proprio questo il perno centrale della decisione della Cassazione che, come vedremo ora, ha dato torto al marito.

La vicenda: come era stata acquistata la casa

I principi che abbiamo sintetizzato sono stati spiegati dalla Corte di Cassazione nella nuova pronuncia che ora andiamo ad esaminare [1]. Nel ricorso, il marito ha spiegato di aver stipulato, insieme alla moglie, un contratto preliminare per l’acquisto di un immobile da adibire a casa familiare.

La provvista economica necessaria per pagare il prezzo (pari a 160 mila euro) proveniva interamente da lui. Nell’atto di compravendita definitivo l’appartamento era stato intestato interamente alla moglie, che dunque è diventata l’unica proprietaria dell’immobile.

La domanda di restituzione del marito

Il marito ha chiesto, innanzitutto, la restituzione della somma corrispondente al prezzo pagato per l’acquisto della casa donata alla moglie, sostenendo l’«indebito arricchimento» di lei ed osservando che a seguito della richiesta di separazione, era venuta meno la comunione materiale e spirituale tra i coniugi. Nel corso del giudizio, l’uomo ha integrato la sua domanda giudiziale chiedendo anche la revoca della donazione per ingratitudine, cercando così di ottenere la proprietà della casa in suo favore.

Il tribunale, però, ha respinto tali richieste, rilevando che quelle attribuzioni patrimoniali rappresentavano una «donazione indiretta», che avviene quando un bene viene acquistato con i soldi del donante ma viene attribuito in proprietà al donatario, cioè a colui che ha ricevuto questa donazione (ad esempio, una casa o un’autovettura acquistata per un figlio con i soldi del padre che paga il prezzo al venditore).

Anche la Corte d’Appello è stata del medesimo avviso, aggiungendo che il complesso delle circostanze della vicenda denotava uno «spirito di liberalità» compiuto dal marito verso la moglie e realizzatosi proprio attraverso la donazione dell’immobile. E lo spirito di liberalità è proprio la causa che giustifica e rende valida la donazione, come dispone l’art. 769 del Codice civile.

La decisione della Cassazione

La Corte di Cassazione ha definitivamente respinto il ricorso che il marito aveva proposto contro la sentenza d’appello. Gli Ermellini hanno evidenziato che «l’intestazione dell’immobile in favore della signora era stata effettuata nell’interesse del nucleo familiare e in virtù della sussistenza di doveri di collaborazione e di solidarietà all’interno della coppia e di assistenza morale».

I giudici di piazza Cavour hanno sottolineato che il valore di donazione indiretta dell’immobile alla moglie emergeva con chiarezza da due elementi, e precisamente:

  • dalle dichiarazioni fatte in corso di causa dal marito stesso, che erano «univoche e chiaramente riferite ai doveri di natura personale nascenti dal matrimonio» indicati nell’art. 143 del Codice civile;
  • in ragione della «specifica destinazione dell’immobile all’uso familiare»: quindi, la donazione fatta dal marito alla moglie trovava spiegazione proprio nei vincoli nascenti dal matrimonio e della famiglia così creata.

Donazione indiretta: cos’è e cosa comporta?

Nel decidere la causa che abbiamo descritto, la Corte di Cassazione ha applicato un «principio di diritto vivente», cioè un orientamento consolidato della giurisprudenza [2], in base al quale  «l’attività con la quale il marito fornisce il denaro affinché la moglie divenga con lui comproprietaria di un immobile è riconducibile nell’ambito della donazione indiretta, così come sono ad essa riconducibili, finché dura il matrimonio, i conferimenti patrimoniali eseguiti spontaneamente dal donante, volti a finanziare lavori nell’immobile, giacché tali conferimenti hanno la stessa causa della donazione indiretta».

Se tale principio è valido per gli acquisti compiuti in comproprietà tra i coniugi, ora, in base alla pronuncia che abbiamo analizzato, diventa applicabile anche per quelli che attribuiscono un immobile in proprietà esclusiva ad un solo coniuge: si ritiene che l’altro abbia voluto fargli una donazione. Pertanto, in casi simili l’ex marito non può pretendere, dopo la separazione e il divorzio, la restituzione dei beni donati al coniuge durante gli anni di matrimonio, o del denaro speso per pagare il prezzo della compravendita immobiliare. Per altre informazioni leggi anche “Restituzione donazione in caso di separazione” e “Intestare casa alla moglie: pro e contro“.


note

[1] Cass. ord. n.  14740 del 10.05.2022.

[2] Cass. sent. n. 24160/2018.


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