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Giornalismo: tre regole anti diffamazione

1 ottobre 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 ottobre 2014



Il giornalista che riporta dichiarazioni di terze persone evita il reato di diffamazione se specifica che si tratta di semplici opinioni e non di verità oggettive e se tali dichiarazioni sono di interesse pubblico.

Nelle pieghe del mestiere definito da alcuni “il più bello del mondo”, quello di giornalista, si annida sempre lo spettro della querela per diffamazione.

Il giornalismo parte dalla libertà di manifestazione del proprio pensiero, dal diritto di cronaca e si infrange sulla privacy, la riservatezza, sull’interesse pubblico della notizia e sul diritto all’oblio.

La sindrome da pagina bianca, la certezza di uno scoop sensazionale, la necessità o l’ambizione possono indurre il giornalista a zigzagare su questa linea di confine, col rischio di valicarla o di dare l’impressione di averlo fatto. Ciò può accadere, ad esempio nel caso, in cui si diffondano notizie consistenti in fatti o opinioni riferiti da altri (si pensi a quando il giornalista compie una intervista o quando riporti dichiarazioni o scritti altrui, deposizioni testimoniali, ecc…).

La legge ha così dettato alcune regole “salva giornalista” che, se rispettate, mettono al riparo da una eventuale responsabilità per diffamazione. A precisarlo è stata la Corte di Cassazione, in una recente sentenza [1]. Le tre regole contro la cosiddetta responsabilità del “diffusore mediatico” sono:

1. Rispettare la verità putativa dei fatti

Il giornalista che riporta dichiarazioni di terze persone deve evitare di riportare le espressioni offensive [2] e deve verificare la plausibilità dei fatti: il giornalista è esonerato da ogni responsabilità se pubblica una verità oggettiva, ma anche se pubblica una notizia che crede sia vera (la cosiddetta verità “putativa”) sulla base delle indagini e dei riscontri effettuati.

2. L’interesse pubblico

Se sussiste l’interesse della collettività a conoscere, prima ancora dei fatti narrati, la circostanza che un terzo li abbia riferiti, allora il giornalista è esonerato sia dall’evitare le espressioni ingiuriose di chi ha riferito i fatti sia dal verificare la verità putativa dei fatti [3]. L’interesse pubblico, in questo caso, risiede, più che nella notizia stessa, nel fatto che sia contenuta nella dichiarazione di un terzo.

Attenzione: anche il fatto di gossip di un personaggio pubblico è considerato di pubblico interesse. L’interesse infatti non deve necessariamente essere di tipo culturale o di cronaca.

3. La precisazione che si tratta di opinioni di terzi

Il giornalista che diffonde delle dichiarazioni di soggetti terzi aventi un pubblico interesse deve specificare che si tratta di opinioni di tali soggetti e non di verità oggettive. Sono quindi da evitare paragoni, accostamenti o espressioni che possano indurre il lettore in errore rispetto al contenuto dell’articolo [4].

note

[1] Cass. sent.n. 19152, dell’11.09.2014.

[2] Cass. sent. n. 20137/05.

[3] Cass. sent n. 10686/08.

[4] Cass. sent. n. 15112/13; Cass. sent. n. 16917/10.

Autore immagine: 123rf com

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