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Cosa fare in caso di accertamento fiscale?

17 Maggio 2022 | Autore: Roberto Navarra
Cosa fare in caso di accertamento fiscale?

Il contribuente è oggetto di verifiche da parte delle autorità fiscali di competenza. Come comportarsi in situazioni di questo tipo?

L’accertamento fiscale è un insieme di procedure condotte dall’amministrazione finanziaria competente il cui scopo è quello di valutare la sussistenza o meno di violazioni di norme tributarie da parte del soggetto controllato. Si tratta di un tema molto caldo che non può essere assolutamente trascurato data la complessità che riveste.

Cosa fare in caso di accertamento fiscale? Occorre innanzitutto precisare che le procedure in esame possono essere condotte in diverse modalità. Quella più comune è costituita da verifiche svolte all’interno degli uffici dell’Agenzia delle Entrate, sulla base delle dichiarazioni fiscali fornite dal contribuente. Al termine dei controlli effettuati, le autorità stabiliranno se vi sia stata effettivamente una violazione di quanto stabilito dalle norme fiscali, in relazione alla tipologia di tassazione applicabile al caso oggetto di analisi.

Ma procediamo con ordine.

Avviso di accertamento e processo verbale di constatazione

In caso di mancata osservanza delle norme, l’Agenzia emetterà un atto amministrativo chiamato avviso di accertamento, indirizzato al soggetto sul quale sono stati compiuti gli accertamenti. Lo scopo è quello di richiedere al contribuente moroso la corresponsione di quanto non versato all’Erario a seguito della presentazione di una determinata dichiarazione fiscale. È bene precisare che l’avviso di accertamento può essere impugnato entro 60 giorni dalla notifica.

Non si escludono casi specifici nei quali l’Agenzia delle Entrate si avvale dell’ausilio del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza. Tali accertamenti a volte sono svolti direttamente sui luoghi nei quali è svolta un’attività soggetta a tassazione.

Ad esempio, può prendersi in considerazione il caso in cui le autorità di polizia si rechino nei locali di un’azienda per un esame approfondito di scritture contabili e documentazione fiscale, inerenti alle operazioni attuate dalla stessa. Al termine delle operazioni, gli accertatori intervenuti rilasciano un atto denominato processo verbale di constatazione, nel quale sono riportate le verifiche svolte.

A differenza dell’avviso di accertamento, il processo verbale di constatazione non è un atto opponibile. Possono comunque essere presentate osservazioni entro il termine di 60 giorni dalla notifica. In casistiche di questo tipo, l’atto ufficiale a cui è possibile opporsi resta l’avviso che sarà emesso successivamente al processo verbale rilasciato.

Cosa fare in caso di accertamento fiscale?

La tutela del contribuente, in presenza di un accertamento fiscale, può essere attuata in diverse modalità. Si prenda in considerazione il caso della notifica di un avviso di accertamento illegittimo da parte dell’Agenzia delle Entrate. Il destinatario dell’avviso ha un termine di 60 giorni per opporsi al provvedimento. Il tempo per l’opposizione inizia a decorrere dal momento in cui il provvedimento è effettivamente consegnato al destinatario. Per quanto riguarda invece gli aspetti formali legati all’impugnazione, essa può essere proposta con ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale competente.

Supponiamo che un avviso di accertamento venga notificato al contribuente da parte di una sede dell’Agenzia delle Entrate di Roma. Nel caso in esame, l’autorità giudiziaria competente sarà la Commissione Tributaria Provinciale di Roma.

Facciamo un altro esempio. Supponiamo che il contribuente abbia ricevuto un avviso di accertamento privo di motivazione. La motivazione è un elemento imprescindibile, quindi in questo caso l’avviso è sicuramente invalido a tutti gli effetti. Il contribuente può tutelarsi facendo ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale entro sessanta giorni dalla notificazione dell’atto.

Un aspetto che nel contesto oggetto di analisi non può essere trascurato riguarda i cosiddetti mezzi di risoluzione alternativa delle controversie. Il più importante è costituito dalla mediazione. La normativa vigente [1] in materia indica espressamente che, per le controversie di valore inferiore a 50mila euro, il ricorso può contenere una proposta di mediazione tributaria volta a stabilire nuovamente l’ammontare della pretesa dell’ente creditore e cercare, in questo modo, di risolvere la controversia evitando il processo.

In casi di questo tipo, il termine che si ha a disposizione per trovare un accordo è di 90 giorni a partire dalla notifica del ricorso. Se non trascorre il tempo previsto, il ricorso è improcedibile e non si può dar luogo ad alcuna controversia.

Per fare un esempio pratico, può citarsi il caso di una controversia avente ad oggetto il versamento dell’Imu su un immobile nelle casse di un Comune. Nel caso in esame, se il contribuente riceve un avviso di accertamento da parte dell’ente per il pagamento di somme in realtà non dovute, può tutelarsi facendo ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale competente. Prima ancora dell’inizio della causa, le parti hanno 90 giorni di tempo per cercare di trovare un accordo risolutivo. Questo significa che, trascorsi i 90 giorni senza una risoluzione pacifica della controversia, si potrà procedere con la causa davanti alla Commissione Tributaria.

Un ulteriore mezzo che può essere utilizzato dal contribuente al fine di evitare una causa con l’amministrazione finanziaria è il cosiddetto accertamento con adesione. Quest’ultimo consente al destinatario di un accertamento fiscale la possibilità di trovare un accordo con l’Agenzia delle Entrate che definisca la sua situazione tributaria nei confronti dell’Erario. Il vantaggio che questo procedimento può portare è caratterizzato dalla riduzione ad un terzo del minimo delle sanzioni inflitte dall’ente creditore.

Se il soggetto controllato dalle autorità competenti riceve ad esempio un avviso da 100mila euro e intende a tutti i costi evitare una causa, l’accertamento con adesione permetterebbe al destinatario una riduzione ad un terzo del minimo di tutte le sanzioni che normalmente sarebbero inflitte per aver violato una o più norme tributarie. In questo modo, potrebbero evitarsi tutti gli oneri che deriverebbero dall’avvio di una causa con l’amministrazione finanziaria.

Cosa succede in caso di mancata contestazione di un avviso di accertamento?

Se un contribuente non contesta un avviso di accertamento entro i 60 giorni previsti, il provvedimento diviene definitivo e, di conseguenza, non può essere più impugnato in alcun modo, neanche con un ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale di competenza.

Una situazione di questo genere può rivelarsi molto pericolosa per il destinatario dell’accertamento fiscale perché se un avviso diviene definitivo, allo stesso tempo diviene esecutivo. Questo significa che le autorità fiscali possono utilizzarlo per dare inizio ad una procedura di riscossione forzata delle somme che il debitore non ha corrisposto entro i termini previsti all’Agenzia delle Entrate.

In tal caso, l’Agenzia delle Entrate Riscossione procederà alla notifica della cartella esattoriale per richiedere il pagamento, entro sessanta giorni a partire dal ricevimento delle somme dovute.

Se ad esempio il contribuente non paga quanto espressamente richiesto da un avviso, in tal caso l’Agenzia della Riscossione ha un termine di cinque anni per poter notificare la cartella esattoriale ed esigere le somme dovute dal debitore. Questo significa che, trascorsi cinque anni senza alcuna notifica della cartella, le somme non possono essere più richieste dall’Ente creditore e quindi il debitore può tutelarsi con il mezzo dell’opposizione alla cartella, da farsi con ricorso alla Commissione Tributaria competente.



Di Roberto Navarra

note

[1] Art. 17 del D.lgs. n. 546 del 1992.


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