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Violenza sulle donne: aumentano le richieste di aiuto

13 Maggio 2022
Violenza sulle donne: aumentano le richieste di aiuto

Istat, sempre più vittime si rivolgono ai centri antiviolenza.

Il fenomeno della violenza contro le donne è stato definita dall’Onu «un flagello mondiale». Le richieste di aiuto ai centri antiviolenza sono in aumento. Considerando le donne che hanno trovato ascolto, servizi, accompagnamento e protezione presso i centri antiviolenza e le case rifugio operanti sul territorio italiano, è elevato il numero di chi ha intrapreso il percorso di uscita dalla violenza, dal primo contatto con il Cav fino all’accoglienza in Cr. Lo afferma l’Istat nel report “Il sistema di protezione per le donne vittime di violenza. Principali risultati delle indagini condotte sulle case rifugio per le donne maltrattate e sui Centri antiviolenza Anni 2020 e 2021”.

Nel 2020, come riporta l’agenzia Adnkronos, 54.609 donne hanno contattato almeno una volta i Centri antiviolenza, in aumento di 3.964 unità rispetto al 2019. Sono 30.359 le donne che risultano avere avviato un percorso di uscita con i Centri antiviolenza, 20.223 delle quali nel 2020, il 66,1% del totale delle donne prese in carico (nel 2019 era 69,1%). La percentuale di donne straniere in carico è del 27,7% (un dato costante rispetto al 2019, quando era pari al 28,0%).

Le restrizioni dovute alla pandemia hanno portato invece a una diminuzione delle donne ospitate presso le case rifugio nel 2020, imputabile sia a una capienza ridotta delle strutture in ottemperanza alle nuove regole per la sicurezza sanitaria e sia a una maggiore difficoltà di allontanare la donna dal nucleo originale.

Le donne ospitate (1.772) sono circa il 19,2% in meno rispetto al 2019; il trend precedente il periodo della pandemia era invece in crescita (da 1.786 nel 2017, primo anno di rilevazione, fino a 2.193 nel 2019). Nel corso del 2020, sono state accolte 1.254 donne (1.763 nel 2019 e 1.565 nel 2018), in particolare 75 hanno dichiarato che la violenza si è manifestata in seguito all’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19.

La situazione è diversificata a livello territoriale. Il calo maggiore si ha nel Nord-ovest (-37,8%) e nel Centro (-27,7%). Anche il Nord-est (fatta eccezione per la Provincia autonoma di Trento) mostra un importante calo di donne accolte (-26,1%), malgrado l’aumento delle case rifugio (da 85 del 2019 a 91 del 2020). Solo in Abruzzo, Molise, Calabria e Provincia autonoma di Trento si osserva una crescita nel numero di donne accolte a fronte di un numero di case rifugio rimasto inalterato o cresciuto di poche unità rispetto al 2019. La quota di straniere tra quelle ospitate in casa rifugio rimane alta, il 67% nel 2020 dal 65% nel 2019.

Nel 2020, le 242 case rifugio rilevate sul territorio hanno, in media, 7,6 posti letto autorizzati (7,7 nel 2019) mentre sono 8,8 quelli effettivamente attivati (9,4 nel 2019). Nonostante la flessione del numero di donne accolte nel corso del 2020, i posti letto autorizzati non sono ancora sufficienti a soddisfare la domanda di ospitalità; per questo motivo le case rifugio si trovano costrette ad aumentare l’offerta attivando, laddove è possibile, nuovi posti letto. Il numero medio di posti letto effettivamente attivati è, per esempio, più del doppio degli autorizzati in Umbria (da 14 a 34), decisamente maggiore nella Provincia autonoma di Bolzano (da 12 a 21,2 letti utilizzati) e in Campania (da 5,9 a 9,1 letti effettivamente attivati in media).

Le donne restano nella casa rifugio in media 137 giorni (127 nel 2019); l’unica area in cui si registra una riduzione del tempo di permanenza è il Nord-ovest (da 150 a 145 giorni) mentre il Nord-est registra la crescita più pronunciata (da 109 a 137). Il valore più basso di permanenza si rileva in Calabria (67 notti), quello più alto in Toscana (184 notti). L’attività dei centri non si rivolge solamente alle donne che li contattano o che sono prese in carico per un percorso individualizzato di uscita dalla violenza, ma svolge un ruolo chiave nella prevenzione e nella formazione del territorio di loro competenza.

L’attività di formazione verso soggetti esterni viene realizzata dal 61,2% dei centri, con valori massimi nel Nord-est (75%) e al Centro (69,8%). Gli operatori sociali rappresentano il target principale dell’attività formativa: il 64,6% dei Cav che fanno formazione all’esterno ha rivolto proprio a loro la formazione. Quasi tutti i centri organizzano iniziative culturali di prevenzione, pubblicizzazione e sensibilizzazione sul fenomeno della violenza contro le donne (96,2%) e laboratori e corsi di sensibilizzazione aperti a tutta la popolazione (36,5%).

I centri fanno anche attività di formazione/informazione presso le scuole (66,2%), un dato questo naturalmente in forte diminuzione rispetto al 2019 (89,3%), come conseguenza delle misure restrittive e dei lunghi periodi di didattica a distanza durante il periodo della pandemia.



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