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Mantenimento ex coniuge: come si provano i redditi?

16 Maggio 2022 | Autore:
Mantenimento ex coniuge: come si provano i redditi?

Dichiarazioni, investigazioni private, indagini della Finanza; per gli imprenditori l’importo dell’assegno divorzile va commisurato agli utili, non al fatturato.

Hai un’attività commerciale e stai divorziando da tua moglie. Lei pretende la sua parte e rivendica il diritto all’assegno divorzile. Ma i redditi che trai dalla tua attività sono variabili, non stabili come quelli di un lavoratore dipendente. Lei pensa che tu guadagni molto più di quello che dichiari, in modo da passare per “finto povero” e non versarle nulla. Così non riuscite a trovare un accordo sulla cifra da pagare per il mantenimento; l’importo dovrà essere stabilito dal giudice. Perciò entrambi vi chiedete: quando bisogna riconoscere il mantenimento all’ex coniuge, come si provano i redditi?

La problematica che esamineremo riguarda soprattutto i piccoli imprenditori, cioè di coloro che esercitano un’attività produttiva di beni o di servizi e sono dotati di una partita Iva; il discorso è diverso per i proprietari di grandi aziende e industrie, che in genere traggono i loro utili dai dividendi staccati dalla società o dal valore del pacchetto azionario che possiedono e potrebbero vendere.

Ovviamente per i lavoratori dipendenti, e per i pensionati, la situazione è più semplice, perché il reddito annuo percepito risulta dalle buste paga, dai cedolini della pensione, dalla certificazione unica rilasciata dal sostituto d’imposta e dalle dichiarazioni dei redditi. Ma anche qui potrebbero esserci delle zone d’ombra, specialmente in caso di lavoro in nero, di doppia attività e di evasione fiscale. Inoltre nella ricostruzione delle condizioni economiche ai fini dell’assegno divorzile contano non solo i redditi ma anche i patrimoni, come i beni immobili, i valori mobiliari (azioni, titoli di Stato, polizze), i depositi bancari, i risparmi e gli investimenti.

Assegno divorzile: cos’è e quando spetta

L’assegno divorzile è un contributo economico riconosciuto in caso di divorzio all’ex coniuge che è privo di mezzi per provvedere autonomamente al proprio sostentamento. L’ammontare del mantenimento può essere stabilito d’intesa fra le parti, in caso di divorzio consensuale, o dal giudice se gli ex coniugi non riescono a raggiungere un accordo sulla determinazione della cifra. L’emolumento può essere versato in unica soluzione (caso piuttosto raro) oppure periodicamente, in genere a cadenze mensili.

Secondo la giurisprudenza più recente [1] l’assegno divorzile ha una triplice funzione: «assistenziale, compensativa e perequativa». In parole povere, il mantenimento dopo il divorzio serve a garantire al coniuge meno abbiente una vita dignitosa – anche se non più corrispondente al tenore di vita goduto durante il matrimonio – e costituisce una forma di solidarietà post-matrimoniale in favore di chi è impossibilitato, per ragioni oggettive, a mantenersi in modo autonomo.

Come si calcola l’assegno divorzile?

Per calcolare l’entità dell’assegno divorzile non esistono parametri automatici, come ad esempio quelli vigenti per l’Isee, e la decisione viene assunta caso per caso. La legge sul divorzio [2] fissa soltanto dei criteri generali, che vanno concretizzati di volta in volta dal giudice: «Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive».

Perciò l’importo del mantenimento spettante dopo il divorzio deve essere proporzionato all’entità del contributo fornito nel corso degli anni dal coniuge beneficiario alla formazione del patrimonio comune e della ricchezza dell’altro coniuge, come avviene nel caso della moglie casalinga che si è sacrificata per la famiglia e carriera del marito rinunciando alla propria occupazione lavorativa. Si tiene conto, inoltre, delle rispettive condizioni patrimoniali e reddituali dei coniugi – dunque sia del potenziale obbligato al pagamento dell’assegno sia del beneficiario – per verificare se c’è una sproporzione o quantomeno un sensibile divario.

Ma il giudice considera numerosi altri fattori, come la durata del matrimonio, l’età dell’avente diritto (specialmente se è superiore a 45-50 anni, con difficoltà di inserimento lavorativo) e i motivi della attuale non autosufficienza economica del coniuge beneficiario. In questa prospettiva, assumono rilevanza i redditi di chi richiede l’assegno, la sua capacità o incapacità lavorativa (che può essere compromessa dall’età, dalle condizioni di salute o dalla mancanza di istruzione e qualificazione professionale) e i cespiti patrimoniali posseduti, sia immobiliari sia mobiliari.

Imprenditori: come si calcola il reddito ai fini del mantenimento

Ai fini dell’assegno divorzile, le condizioni economiche del coniuge obbligato al pagamento rilevano fino a un certo punto, perché, come abbiamo visto, devono essere messe in relazione con quelle del coniuge beneficiario dell’assegno e con tutti gli altri fattori che abbiamo descritto. Per stabilire la concreta cifra da versare, però, il reddito medio annuo di colui che sarà chiamato a versare l’assegno conta comunque parecchio, così come è rilevante il reddito di chi andrà a percepire il mantenimento dall’ex coniuge.

Il problema della determinazione del reddito riguarda soprattutto i titolari di partita Iva e dunque chi svolge un’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale. Come tutti gli imprenditori sanno, ricavi e utili sono concetti molto differenti. Il ricavo annuo è calcolato al lordo di numerose voci di costo deducibili, delle imposte e degli ammortamenti; dunque costituisce un guadagno soltanto potenziale e teorico. Il “vero” reddito, invece, è rappresentato dagli utili ritratti ogni anno dall’esercizio dell’attività, tenendo presente che si può andare anche in perdita. Così il fatturato rappresenta solo un indice, approssimativo e grossolano, per stimare quali potrebbero essere gli utili reali.

Tenendo conto di queste peculiarità, la Corte di Cassazione in una nuova ordinanza [3] ha affermato che la metodologia di calcolo del reddito degli imprenditori ai fini del mantenimento dell’ex coniuge deve attribuire maggior rilevanza agli utili anziché al fatturato dell’attività. Inoltre la Suprema Corte ha ricordato che, per valutare in modo completo le condizioni economiche dei coniugi, bisogna considerare anche «qualsiasi utilità suscettibile di valutazione economica» compresa nel patrimonio: dunque rilevano tutti i beni, a partire dagli immobili, comprendendo anche quelli non utilizzati o affittati e dunque improduttivi, in quanto «rappresentano, comunque, un valore patrimoniale suscettibile di conversione o di diverso impiego».

Come provare i maggiori redditi dell’ex coniuge

Durante le cause di separazione e di divorzio, le parti devono produrre in giudizio le ultime tre dichiarazioni dei redditi, per consentire al giudice di valutare le loro rispettive condizioni economiche; l’assegno divorzile viene attribuito a colui, o colei, che non ha mezzi sufficienti per mantenersi autonomamente, se questa incapacità è oggettiva e incolpevole.

Pertanto il coniuge che richiede l’assegno ma non è convinto della situazione reddituale e patrimoniale rappresentata dall’altro coniuge negli atti di causa può:

  • accedere ai dati fiscali del coniuge, presentando un’apposita istanza all’Agenzia delle Entrate, che deve rispondere entro 30 giorni (per le modalità e i contenuti leggi “Come sapere quanto guadagna il coniuge“);
  • chiedere, tramite il giudice della separazione o del divorzio,  l’intervento della polizia tributaria, che svolgerà le necessarie indagini per ricostruire il quadro; la Guardia di Finanza, oltre ai controlli extracontabili per far emergere redditi in nero, può attingere a tutte le banche dati dell’Anagrafe tributaria per dimostrare il possesso di beni immobili e disponibilità finanziarie anche per interposta persona;
  • chiamare a testimoniare nella causa tutte le persone che sono a conoscenza della situazione economica del coniuge obbligato al pagamento dell’assegno, ed anche rivolgersi ad un investigatore privato per accertare i reali redditi e le consistenze patrimoniali in base alle sue abitudini, ai luoghi che frequenta e alle spese che compie;
  • produrre in corso di causa tutta la documentazione idonea a provare che l’ex coniuge si trova in una situazione migliore di quella dichiarata; anche le foto estrapolate dai social network, come Facebook e Instagram, valgono per dimostrare il tenore di vita, specialmente se l’interessato viene ritratto con beni di lusso, in locali eleganti o durante vacanze costose.

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 18287/2018.

[2] Art. 5, co.6, L. n. 898/1970.

[3] Cass. ord. n. 15248 del 12.05.2022.


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