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Omesso versamento IVA: come evitare il procedimento penale

11 ottobre 2015


Omesso versamento IVA: come evitare il procedimento penale

> Business Pubblicato il 11 ottobre 2015



Quando la crisi di liquidità comporta l’assoluzione per l’evasione IVA; il caso dell’omesso versamento dei contributi e la particolare tenuità del fatto.

Il reato di omesso versamento IVA, che – per via della recente riforma – scatta solo in caso di mancato pagamento di un importo (relativo al medesimo anno fiscale) pari a 250.000 euro può essere “perdonato” se l’imprenditore dà prova di versare in una crisi di liquidità non colpevole: una valutazione che il giudice deve fare caso per caso, verificando il comportamento dell’imprenditore, la sua buona fede e la condotta da questi tenuta. È il caso, per esempio, dell’azienda che dimostri di aver utilizzato tutti i soldi per il pagamento delle retribuzioni arretrate ai dipendenti o per l’investimento necessario ad adeguare le strutture dell’azienda alle norme antiinfortunistiche. Lo ha chiarito pochi giorni fa la Cassazione [1] che, così facendo, dimostra non condivisibile la tesi secondo cui il contribuente dovrebbe, comunque, provvedere a effettuare sempre un accantonamento delle somme necessarie per il versamento all’Erario, a prescindere dalle spese concretamente sostenute, in modo da non doversi trovare poi nell’impossibilità di versare quanto dovuto allo Stato.

In tema di omesso versamento Iva, si è ormai da tempo consolidato il principio secondo cui la crisi di liquidità può escludere la colpevolezza – e, quindi, la condanna penale dell’imprenditore – solo se il contribuente dimostra di aver adottato tutte le misure per adempiere agli obblighi tributari. Egli, quindi, deve provare due importanti requisiti:

– che la crisi che ha investito l’azienda non è stata causata da una condotta colpevole dell’imprenditore (come, per esempio, nel caso dell’imprenditore che abbia svuotato di liquidità le casse dell’esercizio commerciale);

– che, pur volendo, sarebbe stato impossibile fronteggiare detta crisi in modo adeguato, ad esempio reperendo risorse economiche e finanziarie da terzi, o agendo sul proprio patrimonio. In altre parole, l’imprenditore deve provare di non essere riuscito, nonostante vani tentativi, a contrastare l’improvvisa crisi dovuta a cause indipendenti dalla sua volontà.

Volendo sintetizzare le due suddette condizioni, è quindi necessario verificare l’assenza di dolo in capo all’imprenditore e l’assoluta impossibilità, da parte dell’impresa, di far fronte al debito con l’erario. Tali questioni vanno affrontate “caso per caso” non potendosi applicare principi generali [2].

Per esempio – come nel caso deciso dalla Suprema Corte – sono stati ritenuti sussistenti entrambi i suddetti requisiti nel caso dell’imprenditore che, per fronteggiare una grave crisi aziendale, si è trovato costretto ad adeguare gli impianti, per poter continuare l’attività, e a pagare gli arretrati ai dipendenti in conseguenza degli accordi sindacali sottoscritti.

La pronuncia è importante poiché impone ai giudici di tenere conto del singolo caso, delle ragioni che hanno causato l’omesso versamento e, quindi, di non condannare sempre in modo cieco e ottuso per il solo fatto dello sforamento del limite massimo di evasione IVA consentito dalla legge.

Secondo inoltre una recente interpretazione della Cassazione [3], nella crisi di impresa, anche l’impegno del patrimonio personale dell’imprenditore con la costituzione di garanzie, deve essere attentamente valutato dal giudice di merito ai fini della sussistenza o meno del dolo del reato di omesso versamento.

Tenuità del fatto

La sentenza in commento viene di pari passo con un’altra importante pronuncia, sempre della stessa Corte Suprema [4], in tema – questa volta – di omessi versamenti dei contributi previdenziali all’Inps. In essa si chiarisce che, nel caso di reato per sconfinamento dalla soglia massima di evasione consentita dalla legge penale (150mila euro), non si può applicare l’archiviazione per tenuità del fatto. Nel caso di specie l’applicazione del beneficio era stata richiesta perché il contribuente aveva omesso di versare solo 5.198 euro, una cifra ritenuta sufficientemente bassa – secondo il ricorrente – per ottenere l’archiviazione. La Cassazione non è di questo parere e sottolinea come le ritenute previdenziali costituiscano una componente importante della retribuzione trattenuta al lavoratore, rivolte a una finalità essenziale e sociale. Pertanto, l’omesso versamento di tali importi da parte del datore di lavoro crea un danno sulle singole posizioni che non può essere qualificato come particolarmente tenue (nel caso di specie si trattava di 5 mesi di contributi). Un motivo valido per negare la particolare tenuità e, quindi, l’archiviazione.

note

[1] Cass. sent. n. 40352/2015 dell’8.10.2015.

[2] Cass. sent. n. 40394/2014.

[3] Cass. sent. n. 31930/2015.

[4] Cass. sent. n. 40350/2015.

Autore immagine: 123rf com

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