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Quando è illegittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo?

22 Maggio 2022
Quando è illegittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo?

Licenziamento economico: come va giustificato e come contestarlo.

Si può licenziare un dipendente per ragioni inerenti alla produzione o all’organizzazione dell’azienda (è il cosiddetto «licenziamento per giustificato motivo oggettivo») a patto che le motivazioni addotte dal datore di lavoro siano veritiere e verificabili. Se non si tratta di una scusa, nessun giudice può sindacare le scelte operate dall’imprenditore: questi, assumendosi già il rischio connesso al successo o al fallimento della propria attività, deve essere libero di fare le proprie valutazioni in merito alle più opportune strategie da adottare. Ed allora quando è illegittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo? Si potrebbe rispondere seccamente: tutte le volte in cui i motivi addotti nella lettera di licenziamento non sono veritieri. Ma per chiarire meglio come stanno le cose, cosa vuol dire licenziamento per giustificato motivo oggettivo e come contestarlo, bisognerà fare alcune premesse. 

Cosa vuol dire licenziamento per giustificato motivo oggettivo?

Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo (anche detto licenziamento economico) è quello legato non già a condotte colpevoli del lavoratore ma a ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di esso. Si tratta quindi di questioni di natura “economica”, collegate cioè all’oggettività dell’impresa.

La legge non richiede pertanto, in questo caso, di attivare la procedura di contestazione disciplinare con la preventiva lettera inviata al dipendente e la concessione di cinque giorni di tempo per difendersi (ciò avviene solo nel licenziamento disciplinare, ossia «per giusta causa» o «per giustificato motivo soggettivo»). Il lavoratore che viene licenziato per giustificato motivo oggettivo riceve solo la lettera di licenziamento con il preavviso. Il datore può rinunciare al preavviso, risolvendo immediatamente il rapporto di lavoro, ma corrispondendo al dipendente una indennità per mancato preavviso.

Quando c’è licenziamento per giustificato motivo oggettivo?

Le scelte imprenditoriali possono essere legate a svariate cause. Ecco alcuni esempi: 

  • crisi del settore che abbia determinato una contrazione dei ricavi; 
  • scelta di esternalizzare determinati rami della produzione;
  • cessione del ramo d’azienda;
  • cessazione delle specifiche mansioni cui era addetto il dipendente;
  • chiusura di un reparto;
  • introduzione di innovazioni produttive (con sostituzione dei macchinari agli uomini);
  • aumento della remunerabilità del lavoro attraverso una riduzione dei costi di produzione;
  • sopravvenuta infermità del lavoratore. per ragioni indipendenti dal lavoro.

Quando è legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo?

Il licenziamento per giustificato motivo è legittimo solo se:

  • il riassetto organizzativo è effettivo e non pretestuoso;
  • la scelta del dipendente da licenziare avviene secondo correttezza e buona fede (in pratica, quando ci sono più persone con la stessa mansione da licenziare, il datore di lavoro non può operare una scelta discrezionale ma deve attenersi ai criteri previsti per i licenziamenti collettivi, privilegiando cioè i lavoratori con maggiore anzianità di servizio e quelli con superiori carichi familiari).

Prima di procedere al licenziamento, il datore deve verificare se sia possibile adibire il lavoratore ad altre mansioni (cosiddetto repêchage).

L’onere di provare la sussistenza delle condizioni sopra indicate ricade sul datore di lavoro.

Secondo la Cassazione [1], affinché un licenziamento per giustificato motivo oggettivo possa dirsi legittimo, è sufficiente che il datore di lavoro adduca delle ragioni inerenti all’attività produttiva e all’organizzazione del lavoro tali da determinare un mutamento organizzativo effettivo e la soppressione di una certa posizione lavorativa, anche se la finalità perseguita è quella di ottenere una migliore efficienza gestionale o una maggiore produttività.

Viene così superato il vecchio e più rigoroso orientamento che richiedeva, ai fini della validità della tipologia di recesso in parola, la necessità di procedere alla soppressione di un certo posto o reparto al fine di far fronte a situazioni sfavorevoli non contingenti, non ritenendo sufficiente un generico ridimensionamento dell’attività imprenditoriale.

Quando è illegittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo?

Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è illegittimo e può essere contestato se:

  • non vi è un effettivo assetto organizzativo per come invece dedotto nella lettera di licenziamento;
  • quando le motivazioni addotte dal datore di lavoro risultano pretestuose e le stesse non hanno nulla a che vedere con la soppressione del posto di lavoro. Affinché il licenziamento sia valido infatti vi deve essere un rapporto di causa-effetto tra il riassetto aziendale e il licenziamento. Si pensi al caso di un datore di lavoro che adduca, come motivazione, la chiusura di un determinato ramo d’azienda ad un lavoratore addetto però ad altre mansioni; 
  • quando il licenziamento non è fondato su circostanze realmente esistenti al momento della comunicazione del recesso. È infatti illegittimo il licenziamento riguardante circostanze future ed eventuali (come nel caso in cui il datore di lavoro proceda a licenziare un dipendente sulla scorta di semplici previsioni di cali di fatturato non ancora in atto);
  • se la scelta del dipendente da licenziare viene fatta arbitrariamente, pur in presenza di altri lavoratori che rivestivano le stesse qualifiche e mansioni. Il datore non può scegliere liberamente ma deve sempre attenersi a criteri di correttezza e buona fede. Ragion per cui, tutte le volte in cui le mansioni sono fungibili ed esercitate anche da altri lavoratori, il datore deve procedere alla risoluzione del rapporto seguendo dei criteri di carattere generale basati sui carichi di famiglia e sull’anzianità di servizio;
  • quando il licenziamento viene intimato nonostante fosse possibile adibire il lavoratore ad altre mansioni, anche di livello inferiore. In merito a quest’ultimo punto (cosiddetto repêchage) è meglio fare alcuni chiarimenti (v. successivo paragrafo).

Come contestare licenziamento per giustificato motivo oggettivo in assenza di repêchage

Spetta al datore di lavoro, che intende licenziare il dipendente per motivi economici, dimostrare l’impossibilità di adibirlo ad altre mansioni (repêchage), senza per questo essere costretto a spostare altri dipendenti dalle loro attribuzioni. Egli deve fornire la prova che:

  • al tempo del recesso i posti di lavoro residui erano stabilmente occupati; 
  • dopo il licenziamento (per un congruo arco temporale successivo) non è stata effettuata alcuna nuova assunzione a tempo indeterminato in qualifica analoga a quella del lavoratore licenziato;
  • il lavoratore non aveva la capacità professionale richiesta per occupare una diversa posizione libera in azienda;
  • non sussistono, al momento del licenziamento, posizioni analoghe a quella soppressa e che il lavoratore non ha prestato consenso alla prospettata possibilità di reimpiego in mansioni inferiori, rientranti nel suo bagaglio professionale. Si tenga tuttavia conto che il datore di lavoro non è tenuto a fornire una diversa formazione al lavoratore per la salvaguardia del posto di lavoro.

Come contestare il licenziamento per giustificato motivo oggettivo 

Per contestare il licenziamento per giustificato motivo oggettivo il lavoratore deve rispettare le regole generali:

  • invio di lettera di contestazione al datore di lavoro entro 60 giorni dal ricevimento del licenziamento; la lettera può essere generica e non deve necessariamente indicare le ragioni dell’illegittimità del provvedimento;
  • deposito del ricorso in tribunale entro 180 giorni dall’invio della predetta lettera e dall’instaurazione del relativo giudizio contro il datore di lavoro. 

note

[1] Cass. sent. n. 14840/2022.

Corte di Cassazione Sezione Lavoro Sentenza 10 maggio 2022 n. 14840

Data udienza 8 marzo 2022

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 4925-2016 proposto da:

FONDAZIONE (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, domiciliata ope legis in ROMA PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 325/2015 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE, depositata il 10/11/2015 R.G.N. 137/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 08/03/2022 dal Consigliere Dott.ssa DI PAOLANTONIO ANNALISA;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SANLORENZO RITA visto il Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8 bis, convertito con modificazioni nella L. 18 dicembre 2020, n. 176, ha depositato conclusioni scritte.

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’Appello di Trieste ha respinto l’appello proposto dalla Fondazione (OMISSIS) avverso la sentenza del Tribunale di Udine che aveva accolto il ricorso di (OMISSIS) e, dichiarata la nullita’ delle clausole di durata apposte ai contratti stipulati in date 10 aprile 2009, 9 ottobre 2009 e 27 febbraio 2010, aveva accertato l’instaurazione fra le parti di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e condannato la Fondazione al pagamento dell’indennita’ risarcitoria prevista dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32, quantificata in cinque mensilita’. Il Tribunale aveva, inoltre, ritenuto illegittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo del 30 luglio 2010 ed aveva disposto la reintegrazione della (OMISSIS), in favore della quale aveva anche riconosciuto il risarcimento del danno pari alle retribuzioni maturate dalla data della formale offerta della prestazione lavorativa.

2. La Corte territoriale, riassunti i fatti di causa ed i motivi di impugnazione, ha rilevato che la natura privata della Fondazione non poteva essere negata, come preteso dall’appellante, facendo leva sulla circostanza che la stessa fosse stata costituita dal Comune di Udine, perche’ la Fondazione non era mai stata inserita nell’organizzazione della P.A.; non aveva indetto concorsi pubblici per l’assunzione del personale; aveva sempre pacificamente applicato la contrattazione collettiva di diritto privato ed inoltre gli amministratori, ancorche’ nominati da enti pubblici, avevano esercitato la loro funzione senza vincoli di rappresentanza rispetto al soggetto designante.

3. Esclusa, quindi, l’invocata applicazione del Decreto Legislativo n. 165 del 2001, il giudice d’appello ha ritenuto che le clausole appositive del termine fossero prive della necessaria specifica indicazione della causale, in quanto erano state utilizzate espressioni generiche, che facevano riferimento a non meglio precisate esigenze straordinarie connesse alle stagioni teatrali e non consentivano, quindi, di verificare l’effettiva sussistenza di ragioni temporanee idonee a giustificare il ricorso al contratto a tempo determinato.

4. Quanto al licenziamento, intimato “in via cautelativa pur confermando la legittimita’ dei contratti a termine a suo tempo stipulati e l’insussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato”, la Corte ha escluso che la Fondazione avesse provato la dichiarata riorganizzazione aziendale e la soppressione del posto ed ha rilevato anche che non era dato “comprendere come mai un lavoratore a termine, e quindi per definizione precario e transeunte nell’organizzazione aziendale, sia titolare di un posto ben individuato e passibile di soppressione…”. Ha aggiunto che il licenziamento appariva chiaramente finalizzato ad impedire la piena operativita’ della pronuncia di conversione del rapporto a tempo determinato e, quindi, ha ritenuto pretestuosa la condotta datoriale.

5. Infine il giudice d’appello ha escluso che nella fattispecie la tutela spettante alla lavoratrice potesse essere limitata a quella prevista dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32, giacche’ era stato anche intimato un licenziamento rivelatosi illegittimo.

6. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la Fondazione (OMISSIS) sulla base di sei motivi ai quali (OMISSIS) ha opposto difese con controricorso.

La Procura Generale ha concluso del Decreto Legge n. 137 del 2020, ex articolo 23, comma 8 bis, convertito in L. n. 176 del 2020, per l’infondatezza del ricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memoria.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la Fondazione ricorrente denuncia, ex articolo 360 c.p.c., n. 5, l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti e addebita, in sintesi, alla Corte territoriale di non avere valutato la natura di organismo di diritto pubblico, delineata anche dal regolamento CE 2223/96 del 25 giugno 1996, che discende dall’essere l’ente un’emanazione dei soci pubblici fondatori (Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Comune e Provincia di Udine), i quali hanno costituito il patrimonio della Fondazione e provvedono alla nomina dei componenti dell’assemblea, che a loro volta eleggono il vicepresidente ed il collegio dei revisori, mentre e’ riservata al Sindaco del Comune di Udine la designazione del Presidente. Aggiunge che il giudice d’appello avrebbe dovuto esaminare gli indici dell’impronta pubblicistica della Fondazione, dalla quale discende, a detta della ricorrente, l’impossibilita’ di dare vita a rapporti di lavoro a tempo indeterminato in violazione delle procedure di evidenza pubblica stabilite dal Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articolo 35 e dal Decreto Legge n. 112 del 2008, articolo 18, convertito dalla L. n. 133 del 2008.

2. La seconda censura, ricondotta al vizio cui all’articolo 360 c.p.c., n. 3, denuncia la violazione e falsa applicazione del Regolamento CE 25.6.1996 n. 2223/96, del Decreto Legislativo n. 104 del 2010, articolo 7, comma 2, del Decreto Legislativo n. 163 del 2006, articolo 3, comma 26, del Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articoli 35 e 36, del Decreto Legge n. 133 del 2008, articoli 18 e 23 bis, dell’articolo 2126 c.c. e, riprendendo argomenti gia’ sviluppati nel primo motivo, insiste sulla necessita’ di applicare alla Fondazione la disciplina dettata dalle norme richiamate in rubrica e, quindi, l’obbligo del reclutamento a mezzo di procedure di evidenza pubblica, dal quale discende la giuridica impossibilita’ di instaurare rapporti a tempo indeterminato che non rispettino le disposizioni limitative in tema di assunzione del personale dettate per gli enti locali.

3. Con il terzo motivo e’ denunciata, sempre ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, la violazione del Decreto Legislativo n. 368 del 2001, articolo 1. Premesso che la causale del contratto a termine puo’ anche risultare indirettamente, attraverso un rinvio per relationem ad altri atti, la Fondazione rileva che le ragioni per le quali era giustificato il ricorso al contratto a tempo determinato risultavano specificate nelle delibere del Consiglio di Amministrazione, richiamate nei contratti del 2009. Sostiene che il giudice d’appello ha confuso la specificazione formale con quella sostanziale ed inoltre ha richiesto un requisito non previsto dal legislatore, ossia la straordinarieta’ della ragione giustificativa.

4. La quarta critica addebita alla sentenza gravata l’omesso esame di fatto decisivo che e’ stato oggetto di discussione tra le parti. La ricorrente richiama la motivazione della pronuncia e sostiene che la stessa e’ affetta da “contraddizione logica” e “incongruenza giuridica” perche’, da un lato nega la sussistenza del giustificato motivo oggettivo ed in particolare della soppressione del posto, dall’altro da’ atto della riorganizzazione aziendale, del contenimento dei costi, dell’affidamento di piu’ mansioni al personale in servizio a tempo indeterminato. Aggiunge che la prova testimoniale aveva confermato le circostanze allegate nella memoria difensiva dalla resistente, ed in particolare il fatto che, anche a causa della riduzione dei contributi pubblici, tutti i compiti del personale amministrativo erano stati svolti dagli assunti a tempo indeterminato, che avevano maggiore anzianita’ e carichi di famiglia rispetto all’originaria ricorrente, della quale avevano rilevato le mansioni.

5. Con il quinto motivo la Fondazione denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, articolo 3 e della L. n. 300 del 1970, articolo 18 e, ripresi gli argomenti sviluppati nella quarta censura, sostiene che non poteva essere escluso il giustificato motivo oggettivo in quanto il licenziamento in tal caso richiede solo l’effettivita’ della riorganizzazione aziendale e non anche che la stessa sia motivata dalla necessita’ di fronteggiare situazioni sfavorevoli o difficolta’ economiche.

6. Infine la sesta critica addebita alla sentenza gravata la violazione o falsa applicazione della L. n. 183 del 2010, articolo 32 e della L. n. 300 del 1970, articolo 18 perche’ l’indennita’ onnicomprensiva ristora per intero il pregiudizio subito dal lavoratore e, pertanto, non poteva la Corte territoriale liquidare a titolo di risarcimento del danno anche le retribuzioni che sarebbero maturate dal 30 maggio 2010, data del licenziamento, al 9 marzo 2014. Aggiunge che il licenziamento intimato prima della sentenza che dichiara la nullita’ del termine e ricostituisce il rapporto e’ privo di causa e, di conseguenza, andava liquidata la sola indennita’ onnicomprensiva.

7. Il primo ed il quarto motivo, entrambi formulati ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, sono inammissibili.

Il giudizio d’appello definito dalla sentenza impugnata, che ha confermato la pronuncia del Tribunale, e’ stato iscritto al n. 137/2014 R.G. e, pertanto, opera il principio secondo cui “nell’ipotesi di “doppia conforme”, prevista dall’articolo 348-ter c.p.c., comma 5 (applicabile, ai sensi del Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 2, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, ai giudizi d’appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal giorno 11 settembre 2012), il ricorrente in cassazione – per evitare l’inammissibilita’ del motivo di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 5 (nel testo riformulato dal citato Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 3, ed applicabile alle sentenze pubblicate dal giorno 11 settembre 2012) – deve indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse.” (Cass. n. 22774/2016; negli stessi termini, fra le tante, Cass. n. 20994/2019).

Si aggiunga che il primo motivo non riguarda un fatto storico, bensi’ l’omessa valutazione dei cosiddetti indici pubblicistici della natura dell’ente, che il giudice d’appello non ha trascurato (pag. 5 della motivazione), ma ha ritenuto non decisivi ai fini dell’applicazione della normativa invocata.

Analogamente il quarto motivo, pur richiamando nella rubrica il vizio di cui al riformulato articolo 360 c.p.c., n. 5, nella parte argomentativa si sofferma sulla carenza, sull’insufficienza e sulla contraddittorieta’ della motivazione, e cio’ fa, da un lato, senza menzionare ne’ l’articolo 360 c.p.c., n. 4 ne’ l’articolo 132 c.p.c., dall’altro, senza denunciare la nullita’ della sentenza impugnata per difetto di un requisito essenziale.

Sussistono, pertanto, plurime ragioni di inammissibilita’ delle censure.

8. Il secondo motivo e’ infondato.

La Fondazione Teatro Nuovo non e’ ricompresa fra gli enti lirici di interesse nazionale di cui al Decreto Legislativo n. 367 del 1996 ed e’ stata costituita ai sensi della Legge Regionale n. 18 del 2000, articolo 5, comma 15, secondo cui “l’Amministrazione regionale promuove la trasformazione dell’Associazione per il Teatro Giovanni da Udine, come costituita ai sensi della Legge Regionale 22 febbraio 2000, n. 2, articolo 5, comma 29, in Fondazione, a decorrere dall’anno 2001. A tale scopo la Regione e’ autorizzata a partecipare alla costituzione della Fondazione e a concorrere, nell’esercizio finanziario 2001, alla sua dotazione patrimoniale, mediante appositi conferimenti finanziari, entro i limiti dell’importo previsto dallo stanziamento autorizzato ai sensi della Legge Regionale n. 2 del 2000, articolo 5, comma 31 medesimo.”

La L. n. 2 del 2000, articolo 5, comma 29, prevedeva che “Nell’ambito della funzione di promozione delle istituzioni pubbliche operanti nel settore dello spettacolo nel Friuli-Venezia Giulia, come disciplinata dalle disposizioni del titolo II della Legge Regionale n. 68 del 1981, l’Amministrazione regionale e’ autorizzata a partecipare, in qualita’ di socio fondatore, alla costituzione, di concerto con il Comune e con la Provincia di Udine, di un organismo associativo avente ad oggetto la gestione del “Teatro Giovanni da Udine”, aperto alla partecipazione di altri soggetti pubblici e privati. Ai fini della formalizzazione della partecipazione della Regione, lo schema dell’atto costitutivo e dello statuto dell’organismo associativo sono approvati dalla Giunta regionale.”

Si tratta, quindi, di un’associazione promossa dall’ente locale, poi trasformata in fondazione, che prevede la partecipazione di soggetti pubblici e privati e che non e’ riconducibile ne’ alle pubbliche amministrazioni indicate dal Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articolo 1 ne’ alle societa’ a controllo pubblico disciplinate dal Decreto Legge n. 112 del 2008, articolo 18.

Al riguardo vanno richiamati i principi recentemente espressi dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 10244 del 19 aprile 2021, con la quale e’ stato ribadito l’orientamento secondo cui la natura pubblica degli enti che concorrono a formare un nuovo soggetto giuridico non e’ sufficiente ad attribuire a quest’ultimo la medesima natura dei partecipanti, occorrendo, invece, ai sensi della L. 20 marzo 1975, n. 70, articolo 4, che l’istituzione dell’ente pubblico avvenga ad opera del legislatore, statale o regionale. E’ stato, altresi’, affermato che la riconducibilita’ dell’ente alla nozione di “organismo di diritto pubblico”, di matrice Europea ed elaborata per individuare le cosiddette “amministrazioni aggiudicatrici”, ossia i soggetti tenuti al rispetto delle regole dell’evidenza pubblica, non riguarda l’intera vita dell’ente, ma solo alcuni segmenti della sua attivita’, ossia quelli strettamente legati all’affidamento degli appalti, e lascia impregiudicata la possibilita’ dell’ente medesimo di ricorrere a strumenti di diritto privato per il raggiungimento delle finalita’ istituzionali cui e’ preposto.

Le Sezioni Unite, dunque, hanno ribadito l’orientamento, gia’ espresso in tema di societa’ controllate, secondo cui la partecipazione del soggetto pubblico non incide sulla natura della societa’, che resta assoggettata al regime giuridico proprio dello strumento privatistico adoperato, salve specifiche disposizioni di segno contrario o ragioni ostative di sistema che portino ad attribuire rilievo alla natura pubblica del capitale impiegato e del soggetto che possiede le azioni della persona giuridica (cfr. Cass. S.U. n. 24591/2016 e con riferimento ai rapporti di lavoro Cass. S.U. n. 7759/2017).

Si tratta di un principio con il quale la Sezione lavoro si e’ posta in continuita’ allorquando ha affrontato la questione dell’incidenza sulla disciplina dei rapporti a termine del Decreto Legge n. 112 del 2008, articolo 18 (cfr. Cass. n. 3621/2018 e successive conformi), perche’ in quest’ultima disposizione e’ stata individuata una specifica norma derogatoria del regime generale e l’impossibilita’ giuridica della conversione del rapporto a termine affetto da nullita’ in contratto a tempo indeterminato e’ stata fondata, non sul Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articolo 36, applicabile alle sole Pubbliche Amministrazioni di cui all’articolo 1 dello stesso decreto, ne’ sulla natura pubblica del socio controllante, bensi’ sul carattere imperativo del richiamato articolo 18, tale da incidere sulla validita’ dei contratti stipulati in violazione dello stesso.

Dalle considerazioni sopra esposte discende l’infondatezza del secondo motivo, perche’ nessuna delle norme richiamate nella rubrica, che prescrivono ai fini dell’assunzione il previo espletamento di procedure concorsuali o selettive, e’ applicabile alla Fondazione ricorrente, che ha natura privatistica, non ha assunto la forma societaria, non e’ assimilabile alle associazioni fra enti locali richiamate nel Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articolo 1.

9. Infondato e’ anche il terzo motivo, perche’ la Corte territoriale ha deciso la controversia non discostandosi dall’orientamento consolidato secondo cui il Decreto Legislativo n. 368 del 2001, articolo 1 impone al datore di lavoro l’onere di indicare nel contratto in modo circostanziato e puntuale le ragioni che giustificano il ricorso al rapporto a tempo determinato, al fine di assicurare la trasparenza e la veridicita’ di tali ragioni, nonche’ l’immodificabilita’ delle stesse nel corso del rapporto. Occorre, quindi, l’indicazione delle circostanze che contraddistinguono una particolare attivita’ e che rendono conforme alle esigenze del datore di lavoro, nell’ambito di un determinato contesto aziendale, la prestazione a tempo determinato, si’ da fare emergere la specifica connessione tra la durata solo temporanea della prestazione e le esigenze produttive ed organizzative che la stessa sia chiamata a realizzare, anche al fine di consentire la verifica sull’utilizzazione del lavoratore esclusivamente nell’ambito della specifica ragione indicata ed in stretto collegamento con la stessa (cfr. fra le tante Cass. n. 840/2019 e la giurisprudenza ivi richiamata in motivazione).

E’ poi da escludere l’eccepita violazione del principio secondo cui la specificazione puo’ risultare anche da altri atti, purche’ richiamati nel contratto per relationem, perche’ la sentenza impugnata, dopo avere evidenziato la genericita’ della causale “esigenze straordinarie emerse nella conduzione della stagione…”, ha aggiunto che neppure le delibere del consiglio di amministrazione “attribuivano certamente concretezza alla previsione” (pag. 10 della motivazione). Gli atti esterni al contratto non sono stati, quindi, trascurati dal giudice d’appello.

Questa Corte ha gia’ affermato, ed il principio deve essere qui ribadito, che l’interpretazione del contratto e dei testi esterni dallo stesso richiamati, condotta al fine di verificare il rispetto dell’obbligo di specificita’ della causale, e’ attivita’ riservata al giudice del merito (cfr. fra le tante Cass. n. 24962/2021), sicche’ la censura, nella parte in cui fa leva su detti atti per sostenere che l’assunzione era giustificata da esigenze temporanee, sufficientemente specificate nel contratto, e’ inammissibile in quanto sollecita un giudizio di fatto non consentito in sede di legittimita’.

10. La quinta censura, con la quale e’ denunciata la violazione della L. n. 604 del 1966, articolo 3, non puo’ trovare accoglimento, perche’ il dispositivo della sentenza e’ conforme a diritto e questa Corte puo’ limitarsi a correggere parzialmente, ex articolo 384 c.p.c., comma 4, la motivazione della decisione gravata.

Ha indubbiamente errato il giudice d’appello nel richiamare l’orientamento, risalente nel tempo, secondo cui il giustificato motivo oggettivo e’ determinato, non da un generico ridimensionamento dell’attivita’ imprenditoriale, ma dalla necessita’ di procedere alla soppressione del posto o del reparto cui e’ addetto il lavoratore motivata dall’esigenza di fronteggiare situazioni sfavorevoli non contingenti.

Quell’orientamento, infatti, e’ stato superato a partire da Cass. n. 25201/2016 ed e’ ormai consolidato il principio alla stregua del quale e’ sufficiente, per la legittimita’ del recesso, che le addotte ragioni inerenti all’attivita’ produttiva ed all’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditivita’, causalmente determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa (cfr. fra le tante Cass. n. 10699/2017).

E’ stato, pero’, precisato che il riscontro di effettivita’ deve concernere la scelta aziendale di sopprimere il posto di lavoro occupato dal lavoratore e la verifica del nesso causale tra soppressione del posto e le ragioni dell’organizzazione aziendale addotte a sostegno del recesso, sicche’ puo’ assumere rilevanza anche l’obiettivo perseguito dall’imprenditore ove lo stesso si riveli pretestuoso e carente di veridicita’ (Cass. n. 3819/2020).

Emerge dalla lettura complessiva della motivazione della sentenza impugnata che il giudice d’appello, nel ritenere illegittimo il licenziamento intimato alla lavoratrice, non si e’ limitato a fare leva sulla mancata allegazione di difficolta’ finanziarie, ma ha anche escluso che fosse stata data la prova della “dichiarata riorganizzazione aziendale” ed ha ritenuto la “pretestuosita’ della condotta datoriale”, sottolineando che il licenziamento, intimato solo “in via cautelativa”, era stato strumentalizzato al raggiungimento dell’obiettivo di impedire la riammissione in servizio della (OMISSIS) in caso di accertamento dell’illegittimita’ dei termini apposti ai contratti a tempo determinato (pag. 13 e 14 della motivazione).

Si tratta, quindi, di un giudizio di merito inerente l’insussistenza della causale che non contrasta con l’interpretazione della L. n. 604 del 1966, articolo 3 di cui sopra si e’ dato conto e che non puo’ essere sindacato in questa sede attraverso censure che finiscono per sollecitare una diversa valutazione delle risultanze probatorie, non consentita in sede di legittimita’.

11. E’, invece, fondato nei limiti di seguito precisati il sesto motivo di ricorso, perche’ ha errato la Corte territoriale nel ritenere corretta la condanna della Fondazione al pagamento dell’indennita’ risarcitoria onnicomprensiva prevista dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32 in aggiunta al risarcimento del danno della L. n. 300 del 1970, ex articolo 18, nel testo antecedente alle modifiche apportate dalla L. n. 93 del 2012, quantificato in misura pari alle retribuzioni maturate dalla data del licenziamento sino a quella dell’effettiva riammissione in servizio.

Va premesso che dalla natura meramente reintegratoria della responsabilita’ civile discende il principio secondo cui il risarcimento non puo’ creare in favore del danneggiato una situazione migliore di quella in cui si sarebbe trovato se il fatto dannoso non fosse avvenuto, immettendo nel suo patrimonio un valore economico maggiore della differenza patrimoniale negativa indotta dall’illecito (cfr. in motivazione Cass. S.U. n. 12567/2018). Il principio si desume dall’articolo 1223 c.c. e sta alla base, oltre che della regola del diffalco, espressa dal brocardo compensatio lucri cum damno, della disciplina dettata dall’articolo 2055 c.c., che anche nell’ipotesi di condotte antigiuridiche tenute da piu’ soggetti esclude la duplicazione risarcitoria ed afferma, invece, la responsabilita’ solidale degli autori del danno rispetto al pregiudizio unitariamente inteso.

Quel principio a maggior ragione deve trovare applicazione allorquando piu’ inadempimenti o condotte illecite poste in essere dal medesimo soggetto convergano nella produzione di un unico pregiudizio, perche’ in tal caso la duplicazione del risarcimento finirebbe per attribuire allo stesso una funzione punitiva, che, seppure non ontologicamente incompatibile con il nostro ordinamento, richiede un’espressa previsione normativa (Cass. S.U. n. 16601/2017).

11.1. Esclusa, quindi, la possibilita’ di una duplicazione risarcitoria in relazione alla perdita della retribuzione verificatasi a partire dall’estromissione dall’azienda, va detto che l’indennita’ onnicomprensiva prevista dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32, come autenticamente interpretato dalla L. n. 92 del 2012, articolo 1, comma 13, “ristora per intero il pregiudizio subito dal lavoratore, comprese le conseguenze retributive e contributive relative al periodo compreso fra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento con il quale il giudice abbia ordinato la ricostituzione del rapporto di lavoro”.

La Corte territoriale ha accertato che il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, intimato alla (OMISSIS) “in via cautelativa” dopo lo spirare del termine finale apposto all’ultimo contratto, era finalizzato ad impedire la piena operativita’ degli effetti derivanti dall’eventuale accertamento dell’illegittimita’ del termine apposto al contratto, ossia la riammissione in servizio e la pretesa risarcitoria per il periodo successivo alla sentenza dichiarativa. Cosi’ ragionando la Corte ha nella sostanza ritenuto che il recesso fosse stato sospensivamente condizionato all’accertamento dell’illegittimita’ del termine e, pertanto, e’ dalla data della pronuncia del Tribunale che opera, ai fini risarcitori, la disciplina dettata dalla L. n. 300 del 1970, articolo 18.

In altri termini la perdita della retribuzione verificatasi dalla scadenza del termine alla pubblicazione della sentenza del Tribunale non puo’ essere ricollegata al recesso ed e’ interamente ristorata dall’indennita’ prevista dall’articolo 32.

12. In via conclusiva merita accoglimento il solo sesto motivo di ricorso e la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla Corte territoriale indicata in dispositivo che procedera’ ad un nuovo esame, attenendosi ai principi enunciati nel punto che precede e provvedendo anche al regolamento delle spese del giudizio di legittimita’.

13. Non sussistono le condizioni processuali richieste dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, per il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte accoglie il sesto motivo di ricorso nei sensi di cui in motivazione e rigetta gli altri motivi. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte d’appello di Venezia alla quale demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimita’.


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