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Il trasferimento di un immobile vale come mantenimento?

22 Maggio 2022
Il trasferimento di un immobile vale come mantenimento?

Intestare la casa all’ex moglie o al figlio in cambio della rinuncia agli alimenti: l’accordo è valido? 

Negli accordi di separazione o divorzio tra coniugi o conviventi, figura spesso il trasferimento della proprietà di quella che era un tempo l’abitazione coniugale. Ciò, in genere, viene proposto come alternativa per ridurre l’ammontare degli alimenti da versare mensilmente all’ex o alla prole. Ma il trasferimento di un immobile vale come mantenimento? Ad esempio, si può intestare la casa al figlio, per non dover pagare l’assegno di mantenimento. 

La questione è di particolare interesse, anche perché, di recente, la Cassazione e l’Agenzia delle Entrate hanno chiarito due importanti quesiti di carattere fiscale. Il primo: i passaggi di proprietà tra coniugi, oggetto di accordo in sede di separazione o divorzio, non sono soggetti all’imposta di registro. Il secondo: la cessione all’ex coniuge dell’immobile acquistato negli ultimi cinque anni non fa venir meno il bonus prima casa di cui si era goduto al momento dell’acquisto. 

Detto ciò, è di palmare evidenza che il trasferimento dell’immobile potrebbe apparire conveniente per evitare il “salasso mensile”, specie per chi ha uno stipendio già basso, magari gravato dal mutuo sulla casa stessa. Peraltro, l’eventuale trasferimento al figlio non farebbe altro che anticipare la ripartizione del proprio patrimonio che, comunque, avverrebbe con la successione ereditaria. Ma si può fare? 

La questione va tenuta distinta a seconda che si tratti del mantenimento dell’ex moglie o del figlio. Ecco cosa c’è da sapere sul punto.

Si può trasferire un immobile come mantenimento all’ex moglie?

Atteso che il mantenimento è dovuto solo all’ex coniuge e mai al/alla convivente (salvo diversa previsione in un contratto di convivenza), vediamo se un accordo rivolto a evitare il pagamento dell’assegno di mantenimento mensile dietro trasferimento della proprietà (o della quota di proprietà) sulla casa del coniuge è valido. 

La risposta è affermativa. Del resto, nell’ambito dei rapporti tra coniugi, è ben possibile escludere il mantenimento mensile anche con un assegno una tantum. Il che rende possibile anche l’adempimento a tale onere attraverso l’attribuzione di una proprietà immobiliare. 

Si tenga però conto che tale trasferimento non può mai avvenire con la separazione o il divorzio consensuale dinanzi al Comune (ove non sono ammessi patti di trasferimenti di beni) ma solo con il procedimento in tribunale (separazione o divorzio consensuale) o tramite il contratto redatto dagli avvocati (negoziazione assistita).

È meglio trasferire un immobile come mantenimento alla separazione o al divorzio?

Gli accordi presi in sede di separazione non hanno alcun valore al momento del divorzio. Ragion per cui chi ha prestato il proprio consenso nel primo giudizio (la separazione) alla rinuncia o alla riduzione degli alimenti può ritrattarlo nel secondo (divorzio). 

Ad esempio, ben potrebbe la moglie, che all’atto della separazione ha rinunciato al mantenimento in cambio della proprietà della casa, chiedere, con il divorzio, gli alimenti, senza che il marito possa opporsi. Ragion per cui patti di questo tipo andranno preferibilmente concordati al divorzio. 

Si può trasferire un immobile come mantenimento ai figli?

I genitori non possono concordare tra loro la misura e le modalità di erogazione del mantenimento per i figli, essendo in gioco gli interessi di un incapace che non sono “disponibili” (ossia non possono essere oggetto di rinuncia). È il giudice il garante del minore e, dunque, qualsiasi patto stretto tra il padre e la madre è soggetto alla verifica di congruità da parte del tribunale. 

Questo principio, espresso di recente dalla Corte di Cassazione [1], significa che il trasferimento di proprietà dell’immobile è in teoria valido, ma deve prima essere valutato dal giudice che dovrà verificare la corrispondenza delle pattuizioni all’esclusivo interesse morale e materiale del figlio. 

Inoltre, non può escludersi, per il futuro, un successivo provvedimento che integri o modifichi l’accordo intervenuto tra i genitori, ponendo ad esempio in capo al padre anche un contributo mensile.

In concreto, qualora un giudice fosse successivamente chiamato a verificare l’adeguatezza del contributo per il figlio, la questione potrebbe essere esaminata con riferimento alle effettive possibilità patrimoniali e reddituali delle parti e portare a un ampliamento dell’obbligo di mantenimento.


note

[1] Cass. ord. n. 663/2022.


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