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Editoriali Ecco perché il TFR in busta paga non servirà a risollevare l’Italia

Editoriali Pubblicato il 3 ottobre 2014

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> Editoriali Pubblicato il 3 ottobre 2014

Anticipo della liquidazione di buona uscita: a qualcosa servirà, ma non certo a rilanciare l’economia.

Come abbiamo già visto in questi giorni, il Governo sta studiando un piano per mettere il 50% del TFR dei dipendenti direttamente in busta paga (ogni mese, semestralmente, una volta all’anno? La scadenza è ancora incerta). In pratica, i dipendenti vedrebbero anticiparsi la buona uscita già durante il rapporto di lavoro. La residua parte della liquidazione (l’altro 50%) rimarrebbe in azienda e verrebbe liquidata, come sempre, alla cessazione del contratto di lavoro. Una misura che, applicata solo ai lavoratori del comparto privato che ne facciano richiesta (per il pubblico bisogna ancora attende), dovrebbe servire – almeno secondo le proiezioni dell’esecutivo – a rilanciare i consumi, immettendo liquidità sul mercato.

Ma è davvero questa la strada da seguire?

Qualcuno già si lamenta e fa notare che, aumentando l’importo in busta paga, aumenterebbero le imposte sui redditi e anche l’ISEE ne soffrirebbe. C’è chi, inoltre, evidenzia come questo meccanismo finirebbe per privare molti lavoratori di quella sicurezza economica che, all’alba della pensione, normalmente viene meno (anche per i tempi che, di norma, bisogna aspettare prima di incassare il trattamento di fine rapporto dal datore di lavoro, tempi che, soprattutto nel comparto pubblico, sono biblici).

Anche il modo delle imprese è in rivolta: se pure si qualcosa in più ai lavoratori (davvero poco), dall’altro lato si finisce per privare le aziende di quella liquidità necessaria per non ricorrere ai finanziamenti esterni (le banche), in un periodo invece in cui il credit crunch è estremamente serrato.

Non solo: venendo meno il denaro nelle casse dell’imprenditore, quest’ultimo sarà portato a non investire più, a non spendere in produttività, e quindi a togliere dal mercato la stessa moneta che, invece, così facendo, si vorrebbe reimmettere. Insomma, quello che da un lato entra, dall’altro esce.

Anche i numeri non tornano.

Abbiamo, infatti, toccato con mano che gli 80 euro in busta paga non hanno smosso il mercato di un solo millimetro. Quanto inciderà invece il TFR? Facciamo quattro conti.

Per redditi fino a 28mila euro lordi, si tratterebbe di circa 70 euro mensili che verrebbero tassati con l’aliquota ordinaria della busta paga; mentre, se investiti in fondi pensione o versati alla fine del rapporto lavorativo, avrebbero un trattamento fiscale più favorevole.

In ogni caso siamo addirittura sotto la soglia dei famigerati (e inutili) 80 euro in busta paga! Se, dunque gli 80 euro non hanno smosso le acque, difficilmente potrebbe farlo una somma inferiore.

Peraltro, si finisce per togliere all’investimento delle imprese (con ulteriore contrazione delle assunzioni) per dare ai cittadini. Ma gli italiani sono risparmiatori di natura:tendono, cioè, a non spendere perché hanno del futuro una visione incerta. Il 30% degli italiani teme di diventare povero. La prova è che, in tutti questi anni, nonostante le iniezioni di liquidità, sono aumentati i depositi bancari: l’italiano medio, invece di spendere, ha depositato, sul proprio conto corrente, somme maggiori rispetto al passato (+9,2% dal 2007 al 2013).

Come rivela anche il Censis, non è vero, dunque,che italiani non hanno soldi. Il risparmio è aumentato di 234 miliardi, passando da 975 a 1209 miliardi.

Insomma: i soldi che si vorrebbe vedere in circolo, vengono invece conservati sul conto.

La gente tornerà a spendere non certo quando troverà 70 euro in più in busta paga, ma quando vedrà un futuro certo per sé e per i propri figli, quando ci sarà la possibilità di trovare un lavoro dopo la laurea, quando i disoccupati potranno essere reimpiegati in tempi ragionevoli, quando lo Stato non parlerà più di “tagli” ma di “investimenti”: quando, insomma, si acquisterà più fiducia nei “fatti” dei nostri governi più che nei proclami e nelle parole.

Insomma, la cosiddetta “operazione Tfr in busta” potrebbe essere un flop per i consumi e un taglio per gli investimenti.


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