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“Ti auguro di morire”: è reato se riferito con cattiveria all’avversario?

3 Ottobre 2014
“Ti auguro di morire”: è reato se riferito con cattiveria all’avversario?

Persona e onore: ai fini penali, le frasi di astio come l’augurare la morte a qualcuno sono irrilevanti.

Ama il prossimo tuo come te stesso”: un precetto evangelico, ma che non rileva per il nostro diritto. Siamo liberi di dire quello che vogliamo (purché non sia offensivo), così come siamo liberi di odiare e di manifestare quest’odio agli altri.

A riguardo, la Cassazione si è pronunciata poche ore fa [1] su una particolare controversia: le frasi di astio all’avversario, come l’augurargli la morte, possono essere considerato un reato?

Secondo la Corte la risposta è negativa. Nessun reato di ingiuria, ma soprattutto nessun reato di minaccia: chi desidera o prevede con “animo malevolo” la morte di una persona non incorre in alcuna condanna. E questo perché una cosa è dire “ti auguro di morire” e un’altra è invece “farò sì che tu muoia”. In quest’ultimo caso, non c’entra né la speranza, né la mano divina, né la superstizione, ma è proprio la minaccia di un male che fa scattare l’illecito penale.

Dunque, per i giudici di Piazza Cavour augurare la morte di qualcuno non costituisce reato.

“Augurarsi la morte di un’altra persona è certamente manifestazione di astio, forse di odio, nei confronti della stessa persona – scrivono i supremi giudici – ma poiché il precetto evangelico di amare il prossimo come se stessi non ha sanzione penale, la sua violazione è, appunto, penalmente irrilevante. Meno che mai costituisce ingiuria, perché desiderare la morte altrui non sta necessariamente a significare che si intenda offenderne l’onore e il decoro (e che di fatto li si offenda)”.

Lo “scarso affetto” nei confronti dell’avversario e, se si vuole, l’evidente mancanza di fair play tra avversari, non rileva se il soggetto che proferisce la frase non manifesta l’intenzione di fare alcunché per determinare, anticipare o propiziare la morte della persona.


note

[1] Cass. sent. n. 41190/14.

 

Autore immagine: 123rf com


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