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Profilo fake per spiare e parlare con l’ex

22 Maggio 2022
Profilo fake per spiare e parlare con l’ex

Chi crea un profilo social falso solo per chattare con un’altra persona e vedere cosa fa costituisce reato?

Ipotizziamo il caso di un ragazzo che, dopo essere stato lasciato dalla fidanzata, cerchi in tutti i modi di mettersi in contatto con lei per parlarle e magari convincerla a tornare insieme. Questa però ha deciso di tagliare ogni rapporto: ha bloccato il suo contatto sui social e non risponde più alle chiamate, soprattutto a quelle anonime. Così il giovane, un bel giorno, crea un profilo fake per spiare e parlare con l’ex ragazza. 

Lei accetta l’amicizia, anche perché lui, per non dare inizialmente nell’occhio, ha simulato il profilo di una donna con gli stessi interessi della sua ex fidanzata, interessi che ben conosce. Così il ragazzo le invia un messaggio di “benvenuto” nella chat privata, a cui lei risponde cordialmente. Nel frattempo, si mette a frugare nell’attività svolta dall’ex sul social network da quando i due si sono lasciati, alla ricerca di un’eventuale nuova relazione. 

I giorni successivi, lui continua a usare il profilo fake per spiare e parlare con l’ex. I messaggi proseguono e si fanno sempre più confidenziali. Finché un giorno il giovane decide di palesarsi e rivelare la sua vera identità. 

La ragazza si sente tradita e presa in giro. Temendo peraltro una reazione violenta di lui, decide di denunciarlo in modo da mettere definitivamente i paletti e chiudere una buona volta qualsiasi possibilità di futuro approccio. Ma può farlo? Quale reato commette chi crea un profilo social falso solo per parlare con un’altra persona o per spiare la sua attività?

La questione è stata già analizzata dalla giurisprudenza. Ecco cosa ha detto, in particolare, la Cassazione.

L’articolo 494 del Codice penale prevede il reato di sostituzione di persona per il quale è previsto il carcere per un anno. Tale reato scatta tutte le volte in cui una persona induce un’altra in errore circa la propria identità e – dice espressamente la norma – lo fa allo scopo di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di arrecare ad altri un danno ingiusto.

Si tratta di un reato che, per la sua gravità, è procedibile anche d’ufficio ossia anche senza la querela della vittima e su semplice iniziativa delle autorità: l’articolo 494 infatti mira a tutelare interessi pubblici, ossia che le persone non si spaccino per altre o non si attribuiscano degli stati o delle qualità a cui la legge ricollega degli effetti giuridici. 

Detto ciò, bisogna verificare se la creazione di un profilo fake solo per chattare o comunque vedere cosa fa un’altra persona possa realizzare quel danno ingiusto o quel vantaggio che è presupposto essenziale per il reato e quindi per la punizione della condotta in questione. 

Di sicuro, integra il delitto di sostituzione di persona la condotta di colui che crea ed utilizza un “profilo” su “social network”, servendosi abusivamente dell’immagine di un diverso soggetto, inconsapevole, in quanto idonea alla rappresentazione di un’identità digitale non corrispondente al soggetto che ne fa uso (fattispecie relativa alla creazione di falsi profili “Facebook”). Ma il reato scatta anche quando si crea un profilo di una persona inesistente, con nome e cognome inventati, purché non chiaramente di fantasia poiché in tal caso mancherebbe proprio l’attitudine dell’azione a trarre in inganno la vittima (ad esempio a chi si attribuisce l’identità “uomo ragno”).

Ebbene, secondo la Cassazione [1], la legge non richiede che vi sia necessariamente un vantaggio patrimoniale, potendo questo essere di varia natura. Tant’è che, a detta dei giudici, integra il delitto di sostituzione di persona la condotta di chi si attribuisca un nome falso in modo da poter avviare una corrispondenza con un soggetto che, altrimenti, non gli avrebbe concesso la propria amicizia o confidenza. 

Quindi anche la creazione di profilo social di fantasia, il cui nome non deve essere per forza “rubato” a persone realmente esistenti, può comunque costituire reato ed essere punito penalmente se ciò serve per trarre in inganno un’altra persona con cui si vuole entrare in contatto. 


note

[1] Cass. sent. n. 36094/2006.


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