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Trattenute permessi non pagati nel lockdown: che fine fanno?

19 Maggio 2022 | Autore:
Trattenute permessi non pagati nel lockdown: che fine fanno?

Per la Cassazione, non è legittimo intervenire sugli strumenti che possono essere attivati solo dal dipendente: i soldi vanno restituiti.

Un conto è chiedere un permesso al lavoro per sbrigare delle faccende personali. Un altro ben diverso, però, è essere costretti a rimanere a casa per colpa del Covid e del Dpcm di turno che istituiva il lockdown impedendo, di fatto, ad esercenti ed imprenditori di tirare su le serrande. Qualcuno di loro ha coperto queste assenze obbligate con delle trattenute per permessi non retribuiti scalati ai dipendenti che avevano finito le ferie ma che – non per decisione loro – non potevano lavorare. Quelle trattenute per permessi non pagati nel lockdown che fine fanno? Le può custodire gelosamente il datore o devono tornare ai lavoratori?

Non si può non ricordare che proprio in quel periodo era stato approvato il decreto Cura Italia. Un provvedimento che, per aiutare le attività costrette alla chiusura, aveva concesso la possibilità di chiedere la cassa integrazione retroattiva. Così, recentemente, la Cassazione si è detta: «Ma come, oltre alla cassa retroattiva ci sono anche delle trattenute per permessi non pagati nel lockdown?». E così ha depositato una sentenza in cui spiega che fine fanno quelle trattenute.

Lockdown: gli aiuti alle imprese 

Il decreto Cura Italia, approvato il 17 marzo 2020, cioè nel pieno lockdown della prima fase di pandemia da Covid, introdusse alcune agevolazioni per le imprese costrette alla chiusura obbligatoria. Misure che, in qualche caso, furono retroattive, cioè ebbero efficacia da una data precedente a quella di approvazione del decreto.

Ad esempio, i datori che rientravano nel campo di applicazione della cassa integrazione ordinaria e dell’assegno ordinario (Fis o altri) e che dovettero lasciare i lavoratori a casa, ebbero la possibilità di presentare domanda di accesso alle prestazioni di sostegno al reddito per periodi decorrenti dal 23 febbraio 2020.

I lavoratori interessati (operai, impiegati, quadri e apprendisti professionalizzanti) dovevano risultare alle dipendenze dei richiedenti alla stessa data, cioè al 23 febbraio 2020, senza alcun requisito in merito all’anzianità effettiva.

Questi periodi di integrazione salariale dovevano essere conteggiati a parte rispetto a quelli della normale cassa integrazione. Era un «di più», tanto per capirci. L’erogazione era a carico dell’Inps oppure poteva essere anticipata dal datore conguagliando il credito verso l’Istituto tramite il modello F24.

Inoltre, Regioni e Province autonome, con riferimento ai datori di lavoro del settore privato (esclusi quelli del lavoro domestico) per i quali non trovano applicazione le tutele di cui sopra o le tutele previste dai fondi bilaterali, potevano riconoscere trattamenti di cassa integrazione in deroga per la durata della sospensione o riduzione dell’attività lavorativa e sempre a partire dal 23 febbraio 2020.

Le trattenute sui permessi non retribuiti

Ciò nonostante, un’azienda che ha beneficiato delle agevolazioni previste dal decreto Cura Italia può anche operare delle trattenute dai permessi non retribuiti durante il lockdown? No, secondo la Cassazione. Con il risultato che quei soldi devono essere restituiti ai dipendenti.

Secondo la Suprema Corte [1], il fatto di non aver potuto eseguire la prestazione lavorativa a causa della chiusura obbligatoria per le misure adottate dal Governo contro la pandemia non consente al datore di ricorrere a strumenti attivabili solo su richiesta e con l’autorizzazione del lavoratore.

La vicenda di cui si sono occupati i giudici di legittimità riguardava un dipendente di una società che opera in un aeroporto rimasto chiuso durante il lockdown. Il lavoratore aveva notato che dal cedolino paga del mese di aprile 2020 mancavano dei soldi. La giustificazione che gli era stata data è che lo scalo era rimasto chiuso per una settimana, a metà marzo e che, siccome il dipendente non aveva delle ferie maturate, permessi o congedi ordinari, era stato necessario ricorrere alla decurtazione per permessi non retribuiti.

Scelta sbagliata, secondo la Cassazione. Primo, perché contraria a quanto disposto dai Dpcm dell’epoca, che raccomandavano alle aziende di utilizzare per la copertura di quei periodi di chiusura tutti gli strumenti consentiti dalla contrattazione collettiva. Non certo il permesso non retribuito, che deve essere richiesto dal dipendente per sue specifiche esigenze, non per coprire un’assenza imposta e, quindi, da lui non voluta.

In secondo luogo – si legge ancora nella sentenza –, lo Stato era già intervenuto rendendo retroattivo al 23 febbraio 2020 il ricorso alla cassa integrazione come strumento di sostegno per chi era costretto alla chiusura. Una data, quella del 23 febbraio, in cui in Italia si registravano i primi casi di Covid e ancora non erano operative le chiusure forzate.


note

[1] Cass. sent. n. 568/2022.


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