Diritto e Fisco | Editoriale

Tutti gli strumenti con cui il fisco controlla i contribuenti

5 Ottobre 2014 | Autore:
Tutti gli strumenti con cui il fisco controlla i contribuenti

Ecco come l’Agenzia delle Entrate monitora le spese e le dichiarazioni dei redditi, formando le liste selettive: tutte le banche dati, le anagrafi e i registri pubblici di controllo.

Sempre più spesso si sente parlare di controlli fiscali, tracciabilità dei pagamenti e banche-dati in mano al fisco per il controllo dei contribuenti. I tempi sono cambiati e l’Agenzia delle Entrate viaggia al passo con le nuove tecnologie. I “trucchetti” degli evasori sono stati sconfitti più che dal fisco, dai suoi computer. Infatti, è proprio attraverso gli enormi database in uso all’amministrazione fiscale che quest’ultima riesce a sapere tutto dei contribuenti e a procedere, poi, agli accertamenti fiscali.

Ma come è cambiata la strategia di controllo?

Il vero passo in avanti del fisco è stato, più che l’impiego di nuovi strumenti informatici, il cambio di indirizzo che gli stessi hanno subìto. Per superare le storiche difficoltà nel contrasto all’evasione, infatti, il fisco preferisce ora pescare i redditi non al momento dell’entrata nel portafogli, ma all’uscita, all’atto cioè della spesa.

A meno che, infatti, il contribuente non si chiami Paperon de Paperoni, il cui unico godimento era tuffarsi tra le monetine (ossia il risparmio), “i soldi ci sono per essere spesi”, per poterne godere (è questo, del resto, il concetto di ricchezza tassato). E dunque, prima o poi, quello che entra deve anche uscire.

Ad essere tracciato è allora il consumo: è lì che interviene la verifica e il confronto con quanto dichiarato dal contribuente in sede di dichiarazione dei redditi. Se tra i due dati vi sono evidenti sproporzioni (superiori al 20%) allora il fisco inserisce il soggetto in una black list (cosiddette “liste selettive”) e gli chiede chiarimenti. In questa sede, scatta l’inversione dell’onere della prova: il contribuente deve dimostrare di aver reperito i redditi in modo lecito. Diversamente è difficile scappare alle sanzioni tributarie ed, eventualmente, al reato di evasione fiscale.

Vediamo singolarmente quali sono i nuovi strumenti del fisco.

Innanzitutto, il centro nevralgico dell’Agenzia delle Entrate è l’Anagrafe tributaria, un maxi cervellone che, in realtà, è un portone di accesso a tutte le altre banche dati dell’amministrazione. Nell’anagrafe tributaria confluiscono le informazioni degli altri registri pubblici, affinché possano essere analizzati da software di riscontro e si possa verificare se, dal loro confronto, risultino contraddizioni e anomalie.

Per esempio, una di queste “porte” è il PRA, attraverso cui il fisco è in grado di sapere quante auto sono intestate al contribuente e quanto lo stesso paga di bollo auto. È inverosimile, per esempio, che un imprenditore su cui pesa un bollo annuo di 500 euro dichiari poi un reddito di 5000 euro (il 10% del reddito di un anno speso solo in tasse per l’auto risulterebbe contraddittorio).

Esiste poi l’Anagrafe condominiale: un registro tenuto dagli amministratori di condominio in cui gli stessi sono tenuti a indicare se, nello stabile, vi sono immobili concessi in locazione. In questo modo, il registro, consegnato al Comune, viene utilizzato per verificare se vi sia evasione nei contratti di locazione. Anche di ciò si serve il fisco per accertare eventuali redditi acquisiti in nero.

C’è poi l’Anagrafe dei conti correnti, esperienza che pochi altri Stati europei conoscono. Si tratta dell’obbligo delle banche di inviare, in tempo reale, all’Agenzia delle Entrate, tutte le informazioni su: apertura e chiusura dei conti correnti, saldo attivo o passivo, eventuali versamenti o prelievi. Insomma, tutto ciò che il contribuente fa dietro lo sportello lo sa anche il fisco.

Ma il vero potere dell’amministrazione, come già detto, è lo spesometro: lo strumento che consente di controllare tutti i consumi dei contribuenti superiori a una certa soglia.

Spese certe

Tutte le volte in cui un’azienda vende un bene o eroga un servizio a un contribuente, e chiede a quest’ultimo il codice fiscale, il conseguente passaggio di denaro viene “schedato” e comunicato al fisco in tempo reale, affinché confluisca nel “paniere” dei consumi di tale soggetto e possa essere confrontato con il reddito da questi dichiarato.

Così, ogni volta che si stipula un’assicurazione sulla vita o sugli infortuni o malattie; ogni qualvolta si accede a un finanziamento o a un mutuo; ogni firma su un contratto di leasing o di locazione finanziaria: tutti i conseguenti ratei pagati mensilmente a titolo di canoni, di interessi passivi o di premi assicurativi vengono comunicati all’Agenzia delle Entrate. Anch’essi sono parte dei consumi “schedati”.

Ed ancora, le spese mediche per le quali il contribuente è sempre in prima linea a farsi rilasciare la documentazione necessaria alle detrazioni fiscali: anch’esse sono comunicate all’Agenzia delle Entrate in tempo reale.

Ci sono poi i contributi previdenziali pagati alle casse private (come quelle dei professionisti).

Insomma, mentre il contribuente apre il portafogli c’è un file pronto ad essere spedito all’Agenzie delle Entrate.

Spese per elementi certi

Esistono poi delle spese che, pur non in possesso del fisco, vengono comunque presunte. Per esempio, il possesso di una casa particolarmente grande fa presumere all’erario che il contribuente paghi una bolletta elettrica elevata. È vero: la spesa della luce non finisce in nessuna banca dati, ma essa può essere desunta dalla dimensione dell’immobile. E così per quanto riguarda le altre utenze, la spazzatura e anche, ovviamente, le tasse sugli immobili.

Insomma, è davvero difficile, se non impossibile, che il piccolo-medio contribuente sfugga agli artigli del fisco. Ed oggi, tutto ciò è reso ancora più articolato grazie alla tracciabilità dei pagamenti che vieta l’utilizzo del contante per spese superiori a 999,99 euro.

Chi se la sente più di sfidare la sorte?


note

Autore immagine: 123rf com


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