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Dipendente part time rifiuta il tempo pieno: si può licenziare?

20 Maggio 2022 | Autore:
Dipendente part time rifiuta il tempo pieno: si può licenziare?

Il lavoratore a tempo parziale che si oppone ad un aumento dell’orario di lavoro non può essere licenziato: ogni variazione richiede il suo libero consenso.

Molti lavoratori dipendenti scelgono il part time per poter conciliare gli orari di lavoro con le proprie esigenze familiari e private. Alcuni datori di lavoro, però, non sono soddisfatti di questa scelta e vorrebbero la trasformazione del rapporto a tempo pieno. Così propongono questa soluzione al loro impiegato, operaio o commesso, che però si oppone e spiega le sue ragioni: vorrebbe mantenere la formula attuale, senza variazioni di orario.

A volte, non si trova un punto d’incontro e si arriva ai ferri corti. D’altronde, per un’azienda assumere due dipendenti part time, per coprire l’intero orario necessario, costa di più – tra retribuzione, contributi previdenziali e oneri amministrativi – che averne uno a tempo pieno. A quel punto, il datore di lavoro vorrebbe sbarazzarsi di una figura divenuta ormai scomoda, ed assumere qualcuno più “morbido” ed accondiscendente. Se questo succede, sorge la domanda: si può licenziare un dipendente part time che rifiuta il tempo pieno? Vediamo.

Lavoro part time: come si svolge?

Il lavoro part-time – detto anche lavoro a tempo parziale – è una formula che prevede un orario di lavoro ridotto rispetto a quello standard, ossia a tempo pieno e “intero”. Per evitare facili elusioni e aggiramenti da parte dei datori di lavoro alla normativa sui rapporti di lavoro subordinato, la legge estende ai lavoratori part time gli stessi diritti previsti per i lavoratori a tempo pieno, con gli opportuni accorgimenti necessari per adattarli a questa modalità di svolgimento delle prestazioni lavorative.

In particolare, nei rapporti di lavoro part time, il contratto deve essere stipulato per iscritto e deve prevedere obbligatoriamente l’indicazione dell’orario di lavoro da svolgere. Possono esserci tre tipi di lavoro part time:

  • part time orizzontale, con una riduzione quotidiana dell’orario di lavoro rispetto a quello previsto per il tempo pieno (ad esempio, solo il mattino dei giorni feriali dalle 9 alle 13);
  • part time verticale, con un’attività lavorativa svolta negli stessi orari del tempo pieno ma solo per alcuni giorni o periodi predeterminati per ogni settimana, mese o anno;
  • part time misto, con una combinazione delle modalità orizzontale e verticale.

Per tutto il resto, il lavoratore part time ha gli stessi diritti, prerogative e facoltà di quello assunto a tempo pieno, a partire dalla retribuzione (che ovviamente va proporzionata agli orari di lavoro svolti) e le ferie, fino al regime di tutela per il caso di malattia e l’assistenza della cassa integrazione salariale. Per approfondire leggi in dettaglio quali sono i diritti del lavoratore part time.

La normativa sui licenziamenti dei lavoratori part time

La legge vieta i licenziamenti ritorsivi e, per impedire che il datore di lavoro possa vendicarsi nei confronti di un dipendente che non ha accettato condizioni vessatorie, penalizzanti o comunque ingiuste, pone condizioni e limiti alla possibilità di interrompere il rapporto di lavoro in corso. Nel lavoro part time, la normativa sul Jobs Act [1] dispone che «il rifiuto del lavoratore di trasformare il proprio rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto a tempo parziale, o viceversa, non costituisce giustificato motivo di licenziamento» ed anche «il rifiuto del lavoratore di concordare una variazione dell’orario di lavoro non costituisce giustificato motivo di licenziamento».

Questo significa che, se il datore di lavoro propone la trasformazione del part time in tempo pieno, o comunque chiede un’estensione di orario lavorativo oltre quello contrattualmente stabilito, e il dipendente non accetta, non può essere licenziato per tale ragione. Il divieto vale anche nel caso contrario, ossia quando il lavoratore è stato assunto a tempo pieno e gli viene chiesto di passare al part time: se il dipendente si oppone, il licenziamento è illegittimo.

Perché non si può licenziare un part time che rifiuta il tempo pieno?

Il motivo di questa rigida normativa è abbastanza semplice da capire: tutte le variazioni “essenziali” della prestazione lavorativa concordata all’atto dell’assunzione, a partire dalla retribuzione e dall’orario, devono essere compiute con l’accordo libero tra le parti; l’incontro delle volontà si formalizza nel contratto di lavoro. Il lavoratore dipendente è considerato dalla legge come “parte debole” del rapporto contrattuale; perciò, il suo consenso è indispensabile e la sua volontà non può essere coartata con una minaccia di licenziamento se non si adegua alle richieste del datore, e tantomeno con un licenziamento effettivo, che sarebbe illegittimo.

Ecco perché il passaggio da part time a full time, come anche una variazione di orario del part time già concordato, richiede l’assenso spontaneo del lavoratore interessato, e il rifiuto non può essere sanzionato con il licenziamento (che resta possibile, invece, in presenza di altre e valide ragioni).

Licenziamento lavoratore part time nei rapporti di pubblico impiego

Applicando questi principi, una recentissima sentenza della Corte di Cassazione [2] ha affermato che non si può licenziare un lavoratore in part time che rifiuta il tempo pieno neppure nei rapporti di pubblico impiego, compresi quelli in regime privatizzato (la vicenda decisa riguardava un dipendente di un’Università): anche ad essi, infatti, si applica la disciplina che vieta l’aumento dell’orario lavorativo senza il libero consenso del lavoratore.

La Suprema Corte evidenzia che anche in base alla normativa europea il rifiuto del lavoratore part time di passare a tempo pieno non può giustificare il licenziamento, a meno che non vi siano altre «obiettive ragioni» per legittimare il provvedimento del datore. In tal caso, se il lavoratore impugna il licenziamento tocca sempre al datore dimostrare quali sono stati i motivi del recesso dal rapporto di lavoro, come, ad esempio, un furto commesso sul luogo di lavoro, oppure un’esigenza di riorganizzazione aziendale, che può integrare gli estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, se non è possibile ricollocare i dipendenti colpiti in altre mansioni.

Approfondimenti


note

[1] Artt. 6 e 8 D. Lgs. n. 81/2015.


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1 Commento

  1. Una lavoratrice assunta a tempo pieno ma che da 8 anni gode di una riduzione d’orario, concessa di anno in anno su richiesta dell’interessata, può rifiutare il tempo pieno se il datore di lavoro decide di non concedere più la riduzione d’orario?

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