TFR: saranno le banche ad anticiparlo in busta paga in un’unica soluzione

7 Ottobre 2014
TFR: saranno le banche ad anticiparlo in busta paga in un’unica soluzione

A pagare sarebbero le banche, che poi riscuoterebbero dal datore di lavoro; l’azienda, invece, continuerà ad accantonare le somme all’interno dei propri forzieri; in caso di fallimento del datore interverrà il fondo di garanzia Inps.

Renzi insiste sull’ipotesi dell’anticipo del TFR in busta paga per rilanciare i consumi immettendo liquidità sul mercato. Ma per risolvere il problema del secco “no” delle aziende – che, in tal modo, si vedrebbero private dei capitali necessari a portare avanti gli investimenti – è stata prevista una soluzione differente, attuata grazie all’appoggio del sistema bancario (forse anche della Cassa depositi e prestiti).

La misura, addirittura, sarebbe già in stadio avanzato,  dato che è stata formalizzata in un articolato da inserire nella legge di Stabilità.

In pratica la quota di liquidazione lorda maturata annualmente verrebbe trasferita (integralmente, al 100%, o solo per metà) in busta paga in soluzione unica – solo per i lavoratori che ne facciano espressa richiesta (quindi si procede su base volontaria) – tramite un credito bancario. In altre parole, da un lato le imprese continuerebbero ad accantonare il Tfr come attualmente previsto (in bilancio, versandolo all’Inps o a un fondo di previdenza a seconda della dimensione o delle scelte già fatte dai propri dipendenti); dall’altro lato, a versare l’anticipo della liquidazione al dipendente sarebbe invece un istituto di credito finanziatore. Poi, alla fine del rapporto di lavoro, il datore di lavoro pagherebbe tutto l’importo della liquidazione (che, nel frattempo ha accantonato nei propri forzieri) non più al dipendente, che lo ha già incassato grazie alla banca in anticipo, ma alla banca stessa (o al fondo bancario) che ha anticipato la liquidità. In altre parole non verrebbe toccata la norma del Codice civile che “intesta” alle imprese il debito legato all’accantonamento di questo “salario differito” dei dipendenti. Semplicemente cambierebbe il creditore finale: non più il lavoratore ma le banche.

Ecco come, in particolare, funzionerebbe il meccanismo:

a) le aziende fino a 50 dipendenti continuerebbero ad accantonare il Tfr con la rivalutazione prevista dalla legge (l’1,5% più lo 0,75% dell’inflazione) per tutti i dipendenti che non hanno optato per i fondi pensione. E a quel costo lo pagherebbero alle banche al momento di cessazione del rapporto di lavoro. Per gli istituti di credito (da soli o con la Cassa Depositi Prestiti) il prestito sarebbe “risk free” poiché, in caso di insolvenza del datore di lavoro, potrebbero ricorrere allo storico fondo di garanzia dell’Inps alimentato con un contributo dello 0,2% a carico dei datori;

b) la stessa logica si applicherebbe per le aziende con più di 50 dipendenti che già versano il Tfr al fondo di tesoreria gestito dall’Inps: l’anticipo bancario nulla muterebbe sui flussi imprese-Inps e le banche incasserebbero la liquidazione maturata, a fine rapporto di lavoro, dall’Inps.

L’ipotesi di mettere il Tfr in busta paga in soluzione unica (per esempio il mese di febbraio) garantirebbe anche il mantenimento della fiscalità separata: l’attuale aliquota Irpef sul Tfr (o sugli anticipi previsti) è legata alla media degli ultimi cinque anni, in media oggi stimabile attorno al 23%.


note

Autore immagine: 123rf com


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